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Trento
23 agosto | 14:45

Botteghe artigiane in via d'estinzione: oltre 6 mila in meno in Trentino-Alto Adige, crisi nera anche a Belluno. L'analisi: "Ma l'IA non ucciderà l'artigianato, lo selezionerà"

Dai numeri sempre più in picchiata delle botteghe artigiane alle cause della crisi del settore, fino alle possibili soluzioni e all'impatto dell'intelligenza artificiale. La Cgia: "Molte attività  non hanno retto il peso di una concorrenza aggressiva, dei costi crescenti e di una domanda che è cambiata e penalizza le piccole realtà. Serve investire su orientamento scolastico e alternanza scuola lavoro"

Botteghe artigiane in via d'estinzione: oltre 6 mila in meno in Trentino-Alto Adige, crisi nera anche a Belluno

TRENTO. In Trentino-Alto Adige gli artigiani sono sempre meno: in dieci anni ne sono scomparsi oltre 6 mila, mentre soltanto nell'ultimo anno il loro numero è diminuito di altre 1.345 unità. Una crisi che rischia di rendere botteghe e mestieri tradizionali una presenza sempre più rara nelle città e nei paesi, e che nell'ultimo anno ha colpito in maniera particolarmente pesante anche la provincia di Belluno, dove si sono persi 405 artigiani.

 

È il quadro tracciato dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre che spiega come il fenomeno riguardi tutto il Paese: in Italia tra il 2015 e il 2025 il numero degli artigiani è diminuito di quasi 434 mila unità, il 25,1%, mentre solo nell'ultimo anno il calo è stato di quasi 70 mila unità.

 

“Mole attività – viene sottolineato nel report diffuso – non hanno retto il peso di una concorrenza sempre più aggressiva, dei costi crescenti e di una domanda che è cambiata profondamente che spesso penalizza proprio le piccole realtà”.

 

Ad essere messo in evidenza è anche un altro aspetto. “Quando scompare una bottega – scrive la Cgia – non si perde soltanto un’attività economica: si spegne un presidio di socialità, di competenze e di identità. La scomparsa progressiva dell’artigianato sta cambiando il volto dei nostri quartieri e delle nostre piazze, rendendoli più anonimi e impoverendo la qualità della vita delle comunità che li abitano”.

 

E tralasciando le città, prosegue l'analisi, lo scenario “rimane a tinte fosche anche nei borghi, nelle zone di montagna e nei paesi di provincia” dove la contrazione del numero di artigiani va di pari passo con lo spopolamento che stanno subendo questi luoghi.

 

Tornando un attimo ai dati, in Trentino-Alto Adige il calo percentuale registrato nel decennio è comunque più contenuto rispetto al dato nazionale: gli artigiani erano 33.496 nel 2015, 28.661 nel 2024 e 27.316 nel 2025. In dieci anni, conti alla mano, ne sono quindi venuti meno 6.180, pari al 18,4%, contro il -25,1% italiano. Nell'ultimo anno la diminuzione è stata invece di 1.345 unità, il 4,7%, a fronte del -5,1% nazionale.

 

Ma come va nelle due province autonome? Tra il 2024 e il 2025 a Trento il numero degli artigiani è passato da 14.468 a 13.794, con 674 unità in meno e una flessione del 4,7%. A Bolzano situazione quasi analoga: si è scesi da 14.193 a 13.522, con una perdita di 671 artigiani, anche in questo caso pari al 4,7%.

 

Più marcata, sottolinea la Cgia, la contrazione registrata a Belluno, una delle province maggiormente interessate dalle chiusure nell'ultimo anno. Qui gli artigiani sono passati dai 5.572 del 2024 ai 5.167 del 2025, con una diminuzione di 405 unità, pari al 7,3%. Un dato che colloca Belluno al quarto posto della graduatoria nazionale per riduzione percentuale, dietro Pesaro-Urbino (-8,3%, 1.043 artigiani in meno), Mantova (-7,9%, -938) e Bologna (-7,5%, -2.113).

 

Tornando all'analisi generale, il report spiega come siano più a rischio le categorie relative alle riparazione e alle manutenzioni. “Già oggi, quando si rompe una tapparella, perde un rubinetto o dobbiamo sostituire l’antenna della Tv, trovare un professionista è molto difficile. Con il progressivo invecchiamento degli artigiani e sempre meno giovani che si avvicinano a questi mestieri, è molto probabile che entro un decennio reperire un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista sarà un’operazione difficilissima”.

 

La riduzione del numero di artigiani, è però da ricondursi anche al processo di aggregazione e acquisizione che ha riguardato molti settori dopo le tre grandi crisi degli ultimi due decenni, con la spinta verso “l'unione aziendale” che ha penalizzato proprio le piccole realtà, seppur aumentando la produttività di monti comparti.

I MOTIVI DELLA CRISI DELE PICCOLE REALTÀ

 

Poi una disamina delle principali cause che hanno messo in difficoltà in generale le piccole realtà di vicinato. “In primis la concorrenza della grande distribuzione e dell'ecommerce, che offrono prezzi più bassi grazie alle economie di scala, con i piccoli negozi che, acquistando poco, pagano di più i fornitori non potendo competere sul prezzo”. Ad incidere anche le abitudini di consumo dal momento che “oggi si fanno meno acquisti frequenti e più concentrati perché le famiglie hanno meno tempo, si spostano più in auto e preferiscono luoghi dove si può fare tutto insieme”. Ad aggiungersi il tema dei costi fissi elevati come “affitti, utenze, tasse locali e contributi che pesano molto di più su una piccola attività che su una grande catena”. Infine il declino demografico e il calo della popolazione in molti quartieri e nei piccoli comuni: detto più semplicemente, “meno abitanti significa meno clienti”.

 

NON TUTTI I SETTORI SONO IN CRISI

 

Un aspetto da considerare è però come non tutti i settori artigiani abbiano subito gli effetti della crisi, con quelli del benessere e dell’informatica che presentano dati in controtendenza.

 

“Nel primo – spiega la Cgia – si continua a registrare un costante aumento degli acconciatori, degli estetisti, dei massaggiatori e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media. Va altrettanto bene anche il comparto dell’alimentare da asporto, con risultati significativamente positivi per le gelaterie, le gastronomie e le pizzerie al taglio ubicate, in particolare, nelle città ad alta vocazione turistica”.

 

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E ARTIGIANATO

 

Un altro tema interessante da analizzare è l'impatto dell'intelligenza artificiale su tutti gli ambiti produttivi, compreso l'artigianato. La tesi della Cgia è la seguente: “È probabile che l'IA non farà sparire gli artigiani, ma piuttosto li dividerà in due gruppi: chi la userà come aiutante e chi se la ritroverà come concorrente”.

 

“Il falegname – prosegue l'analisi – potrà avere dieci idee di tavolo in pochi secondi, il muratore preparerà preventivi mentre è ancora al lavoro in cantiere e il ceramista non dovrà perdere tempo a scrivere post sui social. In questi cai l'IA non ruba tempo, lo restituisce”.

 

E poi il secondo gruppo.L'IA come concorrente si osserverà soprattutto dove il prodotto si puà standardizzare: mobili stampati in 3D, abiti su misura prodotti in un'ora, grafiche create in automatico al posto del deigner. Qui il rischio è concreto, perché tutto costa meno e il cliente non riesce più a distinguere un prodotto fatto a mano da uno realizzato dalla macchina”

 

Per riassumere il pensiero del centro studi, il pericolo vero “non è che l'IA porti via lavoro agli artigiani, ma che chi la sa usare diventerà molto più veloce di chi lavora solo con le mani”.

 

LE SOLUZIONI A SOSTEGNO DELL'ARTIGIANATO

 

Alla luce della situazione, osserva la Cgia, a sostegno delle piccole realtà “sarebbe opportuno progettare un reddito di gestione delle botteghe artigiane per chi, giovane o meno, conduce o apre una attività nei centri minori, almeno fino a 10 mila abitanti".

 

Fondamentale è poi “investire nella formazione professionale soprattutto su due fronti: l’orientamento scolastico e l’alternanza scuola-lavoro, restituendo centralità agli istituti professionali che, non troppi decenni fa, sono stati un motore decisivo dello sviluppo economico nazionale”.

 

E poi la stoccata, con la realtà che, a detta della Cgia, racconta un’altra storia.

 

“Nella percezione comune questi istituti sono scivolati al rango di scuole di serie B, quando non addirittura di serie C. C’è chi li considera un parcheggio temporaneo per gli studenti meno portati per lo studio, e chi invece vi si rivolge come ultima spiaggia dopo un fallimento al liceo o in un istituto tecnico, pur di arrivare al diploma. Il paradosso è servito: mentre l’artigianato attraversa una crisi profonda, gli stessi imprenditori del settore denunciano da anni un problema opposto e speculare, quello di non trovare manodopera disposta ad avvicinarsi a questo mestiere”.

 

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