Carcere, continue aggressioni e celle oltre la capienza. Mazzarese: "Rischiamo la vita ogni giorno". La Camera Penale: "Sempre più difficile garantire dignità e rieducazione"
L'ultima aggressione a quattro poliziotti penitenziari ha fatto riaccendere i riflettori da un lato sulle condizioni di lavoro del personale all'interno della casa circondariale di Spini di Gardolo e dall'altro sulle tante criticità che sta attraversando l’istituto da ormai diversi anni

TRENTO. Quattro agenti feriti, uno con una prognosi di 30 giorni, un altro di 10 e altri due con lesioni più lievi. È il bilancio dell'ennesima aggressione di cui abbiamo dato notizia sabato 24 ottobre nel carcere di Spini di Gardolo (Qui l'articolo), avvenuta durante un controllo in una cella.
È almeno il terzo episodio di questo genere registrato quest'anno che ancora una volta riaccende i riflettori da un lato sulle condizioni di lavoro della polizia penitenziaria e dall'altro sulle tante criticità che sta attraversando l’istituto da ormai diversi anni. “Non ce la facciamo più, lavorare in queste condizioni non ci fa stare tranquilli. Siamo poliziotti penitenziari ma siamo papà e mamme e vogliamo tornare a casa alla fine del turno” ci dice il segretario regionale del Sinappe Andrea Mazzarese.
Da tempo si fa sentire la carenza di personale dimostrata anche dal ricorso massiccio agli straordinari e difficoltà nella gestione della sicurezza. In queste settimane la casa circondariale di Spini si trova in una fase transitoria con un viavai di risorse impegnate nella sicurezza. Ci sono 16 poliziotti penitenziari che hanno ottenuto il trasferimento in altre strutture del territorio e altrettanti sono arrivati, in gran parte dall'ultimo corso di formazione e con un'età media che si aggira sui 25 anni.
“Ad oggi – spiega Mazzarese – siamo presenti in 99 uomini e 55 donne, un totale di 154 agenti ma dovremmo avere una cinquantina di risorse in più per riuscire a gestire la situazione. Ora basta davvero poco perché la situazione degeneri. La pianta organica è stata predisposta nel 2023 e non tiene conto delle reali esigenze che ci sono all'interno dell'istituto dove i detenuti sono in un numero ben superiore rispetto a quanto previsto”.
Sono 458 i detenuti ristretti nella casa circondariale di Trento, 403 uomini e 55 donne. Non sono presenti bambini. Sono tutti detenuti comuni, non essendo previste sezioni di alta sicurezza, né sezioni detentive per il 41-bis. I numeri variano di continuo ma sono sempre ben superiori ai limiti previsti. Il numero di posti disponibili che sono stati riconosciuti dal Dap di 419 non coincide con quelli in origine previsti dalla pianta della struttura detentiva in fase di accordo tra Stato e Provincia autonoma di Trento: in origine, infatti, era stata pensata una struttura che avrebbe potuto ospitare al massimo 240 detenuti.
Rilevante è però anche un altro dato. Secondo la relazione fatta dalla Camera Penale di Trento, a seguito della visita fatta alla Casa Circondariale di Spini a metà settembre, i detenuti con condanna definitiva erano 326, mentre quelli in attesa di giudizio erano ben 114 (di cui 83 imputati, 20 appellanti e 11 ricorrenti).
La gestione più difficile è quella che riguarda la sezione maschile. “Con 403 detenuti e 99 poliziotti – spiega ancora Mazzarese – il controllo è più difficile. Nemmeno se arrivassimo ad avere 105 poliziotti, come previsto dalla pianta organica, con un numero tale di detenuti, sarebbe facile. E lo dimostrano anche gli straordinari che dobbiamo fare”.
La carenza di personale, a fronte del numero effettivo di detenuti, costringe gli operatori a prolungare frequentemente i turni di servizio: le sei ore previste si trasformano spesso in otto ore di lavoro. “Quasi tutti gli agenti alla fine del mese si trovano con almeno 40 ore di straordinari” continua Mazzarese che con Sinappe ha chiesto più volte anche la dotazione stabile di strumenti di autodifesa per il personale di Polizia Penitenziaria, come il taser o lo spray al peperoncino. “Non possiamo più tollerare che l'incolumità dei lavoratori venga sistematicamente messa a repentaglio” ha chiarito. “Alla Provincia e ancora più al Governo – spiega – abbiamo chiesto un aiuto ma non abbiamo ottenuto risposta”.
Al di là della consistenza numerica della popolazione detenuta, occorre considerare anche la complessità delle situazioni personali e sanitarie che gli operatori sono chiamati ad affrontare quotidianamente. La sicurezza non è l’unico indicatore dello stato di salute di un carcere. Lo sono anche le condizioni di detenzione, il rispetto dei diritti e la capacità dell’istituzione di rispondere ai bisogni che ci sono. Se da un lato è cresciuto il numero di persone detenute dall'altro gli spazi sono rimasti tali e quali. Ed ecco allora che celle previste inizialmente per due persone, oggi ne ospitano quattro e spesso mancano sedie, tavolini, armadi, anche per riuscire a rispettare lo spazio minimo vitale che deve essere garantito a ogni detenuto.
Sempre secondo i dati contenuti nell'ultima relazione della Camera Penale di Trento “M. Pompermaier” ci sono stati 16 atti di autolesionismo nel 2025 e 37 nel 2026. Gli infermieri presenti in istituto sono 10 accanto ai 9 medici. Non è però assicurata l’assistenza medica in sezione, né quella infermieristica. Un solo psichiatra presente a fronte di oltre un centinaio di persone che dovrebbero essere seguite per patologie psichiatriche. Questioni che chiamano in causa non soltanto chi indossa una divisa, ma l’intero sistema penitenziario.
“Queste criticità sono state denunciate già più volte” ha spiegato il presidente della Camera Penale di Trento e Rovereto M. Pompermaier, l'avvocato Roberto Bertuol. Una situazione che emerge in modo drammatico se si ragiona in termini proporzionali. “È significativo, infatti – spiega Bertuol - che la casa circondariale di Trento, concepita sulla base di un accordo territoriale che prevedeva un numero massimo di detenuti, abbia ormai superato ampiamente la capienza prevista. In questi giorni siamo arrivati a uno dei livelli di presenza più alti nella storia del carcere di Spini di Gardolo”.
Un conto, ha spiegato il presidente della Camera Penale di Trento, è il numero dei detenuti presenti, un altro è considerare le condizioni in cui si trovano e le diverse esigenze della popolazione carceraria. Bisogna tenere conto anche della varietà delle situazioni presenti, ad esempio della presenza di persone con problematiche psichiatriche, che richiedono attenzioni e risorse specifiche.
“Le finalità rieducative della pena – continua l'avvocato Roberto Bertuol - dovrebbero essere perseguite in un ambiente idoneo, che non disponga soltanto di spazi adeguati, ma anche del supporto di personale qualificato ed educatori. È evidente che, a fronte di un sovraffollamento di questa portata e di risorse insufficienti, diventa estremamente difficile garantire condizioni adeguate e perseguire concretamente gli obiettivi di rieducazione”.
Ma chi potrebbe fare qualcosa per risolvere questa situazione? “Molto dipende dall’organizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), che ha una sede centrale presso il Ministero e, per il nostro territorio, fa riferimento a una struttura territoriale con sede a Padova” ha spiegato Bertuol. “Da alcuni anni, come Camera penale, chiediamo di istituire un Dap regionale e continueremo a farlo. L’obiettivo è creare una struttura amministrativa in grado di migliorare la gestione, avvicinandola alle problematiche concrete del territorio”.
Bertuol ha poi espresso solidarietà ai quattro agenti che sabato scorso sono stati aggrediti. “Siamo consapevoli delle difficoltà in cui operano – ha concluso il presidente della camera penale - e ci dispiace profondamente del grave episodio avvenuto mentre stavano svolgendo il proprio lavoro”.


















