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Belluno
02 aprile | 19:28

“Continuavo a rimandare il vaccino. Oggi sono in carrozzina”. La storia di Alberto, morso da una zecca: “A mio figlio dissero che, forse, non mi sarei più risvegliato”

Con la primavera torna il tema zecche, vettori di numerose malattie infettive tra cui la Tbe o encefalite da zecca. A raccontare la sua storia Alberto, in cura da quasi un anno tra Belluno, Motta di Livenza e Lamon: finito in rianimazione, oggi vuole spiegare cosa gli è successo per sottolineare l’importanza della prevenzione

FELTRE. “La mia storia parte dall'errore di non avere fatto il vaccino: continuavo a rimandare, finché purtroppo è arrivata la mazzata”. Inizia così il racconto di Alberto, 45enne di Borca di Cadore in cura da quasi un anno per una puntura di zecca le cui conseguenze sono state, e sono tuttora, particolarmente pesanti.

 

La zecca è un parassita vettore di numerose malattie infettive, tra le quali le più diffuse sul territorio bellunese sono la malattia di Lyme e la Tbe o encefalite da zecca. Quest’ultima è particolarmente insidiosa: non esiste una terapia, si può solo intervenire solo tramite antinfiammatori e supporto medico.

 

A raccontare - ma sarebbe più corretto dire “a poter fortunatamente raccontare” - la sua storia è Alberto, attualmente in cura riabilitativa presso l’ospedale di Lamon. Per arrivare qui, la strada è stata lunga e piuttosto difficile. “Abitavo vicino a zone boschive - afferma - e, avendo un cane, andavo spesso a passeggiare in natura: ammetto quindi che sarebbe stato previdente fare il vaccino. Tuttavia ho sempre rimandato e ne ho pagato le conseguenze. Il 30 maggio 2025, infatti, è iniziato il calvario con i primi sintomi: purtroppo non c’erano stati altri segnali, ero al lavoro e ho semplicemente iniziato a sentire la gamba strana”.

 

Alberto è barista: ai primi segnali, si è seduto per poi accorgersi che non riusciva più ad alzare la gamba. “Il primo ingresso in ospedale - prosegue - è stato a Pieve di Cadore, poi da lì mi hanno trasferito a Belluno dove mi hanno girato sottosopra, ma nonostante i molti esami non si capiva cosa fosse successo. Poi, il secondo giorno la dottoressa mi ha chiesto se avevo fatto vaccino anti Tbe”.

 

Alla risposta negativa del paziente, i medici hanno prelevato il liquido spinale arrivando alla diagnosi. Il giorno dopo la febbre ha iniziato a salire e Alberto è rimasto sedato per circa dieci giorni in rianimazione. “La situazione non era bella - spiega - tanto che a mia mamma e mio figlio avevano prospettato la possibilità che non mi risvegliassi o che, comunque, avrei avuto deficit motori e cerebrali. Così per fortuna non è stato e, al mio risveglio, abbiamo iniziato subito la riabilitazione”.

 

Da lì l’inizio della fisioterapia, prima a Belluno per riacquistare una certa mobilità agli arti, poi a Motta di Livenza, dove è rimasto per circa sette mesi. “Sono arrivato lì - aggiunge - che non riuscivo a tenere la schiena dritta, quindi sono stati bravissimi a rendermi autonomo. Dopo quel periodo, infatti, riuscivo a vestirmi e a occuparmi da solo della mia igiene. A quel punto sono passato a Lamon, dove prosegue una fisioterapia diversa, in cui lavoriamo sulla forza che, devo dire, è aumentata parecchio”. Oggi Alberto riesce a muoversi di più, afferrare gli oggetti e ha iniziato a fare qualche, seppur faticoso, passo. “Ma la sensazione è bellissima” ammette.

 

Si continua quindi a lavorare, anche grazie alla realtà virtuale. “Il percorso è molto lungo - spiega Elena Maccagnan, fisiatra responsabile del suo percorso di riabilitazione - e Alberto è stato bravo e determinato in questa sfida continua. A Lamon abbiamo un team riabilitativo di medici, fisioterapisti, infermieri, oss, un logopedista, un terapista occupazionale e il supporto psicologico, e al centro c’è lui. Lavoriamo ogni giorno e il percorso continuerà anche in prospettiva delle dimissioni, grazie a tecnologie che ci permettono di fornire al paziente un software con il quale svolgere gli esercizi da casa in collegamento con i medici (qui il dettaglio)”.

 

Dall'impossibilità di muovere tutti e quattro gli arti, Alberto guarda ora alla prospettiva di ottenere dei permessi per tornare finalmente a casa. “Domani - ammette con un sorriso - andremo a vedere un appartamento a Borca per capire se è adatto alle mie esigenze, ma a scatola chiusa io ho già detto di . Se tutto va bene, questo fine settimana otterrò un permesso per rientrare qualche giorno e poi altri nei prossimi mesi. Avrò anche un Triride, una carrozzina motorizzata utile su pendii importanti come i nostri”.

 

“La realtà virtuale - conclude - sembra fantascienza, ma mi sta permettendo di capire dove correggere i movimenti e quali esercizi fare. In questo modo, una volta a casa, riuscirò a continuare la riabilitazione: sarà un bel passo avanti per poter finalmente tornare a preparare i miei caffè. Nel frattempo, qui in struttura ho fortunatamente a che fare con le persone giuste che, oltre alla professionalità dimostrata, mi stimolano e sono un motivo in più per darci dentro”.

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