Fine vita, il Governo di centro destra impugna la legge approvata dal Veneto, governato dal centro destra. Zaia: "Tocca al Parlamento esprimersi con coraggio"
L'esecutivo lo aveva già fatto con leggi promulgate da Toscana, Emilia Romagna e Sardegna ma, per la prima volta, il provvedimento è stato attuato nei confronti di una regione guidata dal centro destra. "Mi auguro quindi che questa nuova vicenda costituzionale diventi anche uno stimolo per il Parlamento ad affrontare finalmente il tema, senza altri rinvii. Il Parlamento trovi la forza e il coraggio di intervenire, approvando una legge che dia finalmente risposte concrete a queste persone malate, alle loro famiglie e a chi ogni giorno le accompagna in un percorso di sofferenza"

ROMA. Il Governo ha deciso d'impugnare davanti alla Corte Costituzionale la legge sul "fine vita" che il Consiglio Regionale Veneto aveva approvato a settembre.
L'esecutivo lo aveva già fatto con leggi promulgate da Toscana, Emilia Romagna e Sardegna ma, per la prima volta, il provvedimento è stato attuato nei confronti di una regione guidata dal centro destra, con un presidente di area leghista.
Da quanto è emerso, il vice premier e ministro leghista Matteo Salvini non era presente alla votazione, mentre il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli si è espresso in maniera contraria.
Il presidente del consiglio regionale veneto, l'ex Governatore Luca Zaia, da sempre a favore della legge così come l'attuale presidente Alberto Stefani, si è espresso sulla decisione assunta dal Consiglio dei Ministri.
"Rispetto pienamente la decisione assunta oggi dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge veneta sul fine vita - queste le sue parole -. È una prerogativa costituzionale del governo, che ha il diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità. Come d’altronde è pienamente legittimo che i rappresentanti della Lega in Cdm non abbiano partecipato al voto. Personalmente rivendico con convinzione la scelta compiuta dal Consiglio regionale del Veneto, che ho personalmente sostenuto e votato. Una scelta di responsabilità, di rispetto delle sentenze della Corte costituzionale e, soprattutto, di attenzione ai cittadini e alla loro libertà. Abbiamo voluto dare regole certe a situazioni già previste dal nostro ordinamento, evitando di lasciare soli i pazienti, le loro famiglie e i medici davanti a decisioni di straordinaria delicatezza".
La legge era stata approvata il 2 settembre e aveva come oggetto le "procedure per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito".
"L’impugnazione rappresenterà un’ulteriore occasione di approfondimento giuridico - prosegue -. La Corte costituzionale si è già espressa sulle normative di Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna, chiarendo anche gli spazi entro i quali possono intervenire le Regioni. Ora avrà modo di pronunciarsi anche sulla legge veneta. Attendiamo questo giudizio con serenità, convinti della serietà del lavoro svolto e della volontà di rispettare pienamente il quadro costituzionale. Ma credo che il vero problema sia un altro, e che non possa essere attribuito a questo Governo o a una singola maggioranza politica: l’Italia trascina da troppi anni un vuoto legislativo sul fine vita che nessun Parlamento non è ancora riuscito a colmare. Ricordo il 2009 e la vicenda di Eluana Englaro, morta dopo diciassette anni in stato vegetativo, quando una lunga battaglia giudiziaria condotta dal padre Beppino portò all’autorizzazione a sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali. Quella vicenda scosse profondamente il Paese e aprì un dibattito che, a distanza di diciassette anni, non possiamo considerare concluso. Nel 2019, con la sentenza sul caso di Dj Fabo, la Corte costituzionale individuò quattro condizioni rigorose per la non punibilità dell’aiuto al suicidio: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche giudicate intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. Ma quella sentenza non pretendeva certo di sostituirsi per sempre al legislatore. Era una risposta necessaria a un vuoto normativo, accompagnata da un preciso richiamo al Parlamento perché intervenisse. Da allora sono passati diciassette anni. Si sono succeduti Governi e maggioranze di orientamento diverso, ma una legge nazionale ancora non c’è. Ecco perché non considero questa una battaglia tra destra e sinistra. Su questioni così profonde le sensibilità attraversano tutti gli schieramenti, perché prima delle appartenenze politiche vengono le coscienze individuali. Il punto non è stabilire chi abbia ragione sul piano morale, ma assumersi la responsabilità di dare al Paese una disciplina chiara, rispettosa della dignità della persona e capace di garantire le necessarie tutele, a cominciare dalle cure palliative e dalla protezione delle persone più fragili".
Zaia auspica che il "capitolo costituzionale" della vicenda diventi uno "sprono" per il Parlamento per affrontare concretamente il tema "con forza e coraggio, per dare risposte concrete".
"Mi auguro quindi che questa nuova vicenda costituzionale diventi anche uno stimolo per il Parlamento - conclude Zaia - ad affrontare finalmente il tema, senza altri rinvii. Il Parlamento trovi la forza e il coraggio di intervenire, approvando una legge che dia finalmente risposte concrete a queste persone malate, alle loro famiglie e a chi ogni giorno le accompagna in un percorso di sofferenza. Le Regioni non possono essere lasciate sole a rispondere a pazienti terminali che in virtù della sentenza della Corte hanno il diritto di gestire il loro fine vita e quindi di avere una risposta dal sistema sanitario regionale. Mi auguro che, quando si parla di ‘fine vita’, prevalga un approccio liberale e non liberticida. Uno Stato liberale deve saper rispettare le convinzioni di tutti, comprese quelle di chi compie scelte che personalmente non condividiamo. La libertà di coscienza deve valere tanto per chi è favorevole quanto per chi è contrario, senza che le convinzioni degli uni diventino imposizioni per gli altri. È questa, a mio giudizio, la responsabilità di una politica moderna e di un Paese che voglia davvero mettere al centro la dignità e la libertà dei propri cittadini".














