“I populismi usano la nostalgia per ottenere consenso, ma non portano sviluppo e crescita. Gli anni '80 non torneranno più: la montagna oggi ha bisogno di innovazione”
Spopolamento, fuga dei giovani e modelli economici da ripensare: il Cadore si interroga sul proprio futuro. Ferrazzi: "Quando c’è nostalgia non c’è innovazione". Le esperienze di due imprenditrici dimostrano che cambiare è possibile, ma servono visione, competenze e il coinvolgimento delle comunità

PIEVE DI CADORE. Non si poteva che scegliere il cuore del Cadore per un dibattito sul fare impresa in montagna. Lì, dove i problemi delle terre alte si fanno più sentire: spopolamento, carenza di servizi, turismo di massa, monocultura produttiva e conseguenze dei cambiamenti economici e climatici.
L’incontro si è svolto in sala consiliare, con quattro ospiti che si occupano di territorio e lo vivono: il direttore di Confindustria Belluno Dolomiti e autore de “Il futuro ad alta quota” Andrea Ferrazzi, il consigliere con delega alle politiche giovanili Mattia Baldovin e le imprenditrici Barbara Castagnera e Chiara Bonel.
“In questi anni di impegno sul territorio e con i giovani - esordisce Baldovin - i temi affrontati sono stati tanti, in primis studio, residenzialità e lavoro, ma perlopiù in maniera fine a se stessa. Invece dobbiamo andare oltre la visione sognatrice, la sindrome di Heidi nella quale prati e montagne superano analisi, conoscenza, studio e programmazione. E farlo tutti noi, da protagonisti e nella necessità di costituire una rete”.
L’appuntamento ha dato il via a una serie di incontri per mettere conoscenze e competenze a disposizione e iniziare a chiedersi “dove vuole andare il Cadore”. Si punta cioè a fare l’unica cosa che può delineare un futuro: uscire dal “si è sempre fatto così”, riscrivere i modelli del passato e chiedere ai giovani, nei tavoli decisionali, come cambiare il territorio.
“Per la montagna - osserva Ferrazzi - la parola d’ordine è contemporaneità. Troppo spesso le nostre narrazioni guardano indietro, invece siamo una parte di territorio all’interno di un mondo in trasformazione. Un mondo nel quale innovazione, competenze e capitali si concentrano nelle grandi metropoli, mentre la provincia di Belluno perde due laureati su tre. Non è però un destino inevitabile: se fino agli anni Ottanta il Cadore era parte del futuro grazie a un’occhialeria che andava a gonfie vele e nella quale anche l’operaio si sentiva parte del progresso, oggi i lavori del futuro sono quelli cognitivi e lì bisogna puntare”.
Ma sono le due esperienze concrete a dimostrare che una visione imprenditoriale, per quanto appaia estranea ai territori, può funzionare e avere ricadute positive su di essi. Da un lato Chiara Bonel, che fa cosmesi con l’acqua e le alghe di Misurina (qui). “Per me innovare non è stato difficile - nota - perché Misurina è una terra gentile e avevo alle spalle un’attività consolidata in cui potevo sperimentare. Non mi definisco quindi eccessivamente audace, ma sono importanti sincerità e trasparenza: innovare e fare impresa significa pensare al tuo interesse economico, ma soprattutto al benessere della comunità”.
Un benessere cui pensa anche Barbara Castagnera, che ha rivoluzionato l’Eremo dei Romiti e sta portando la terapia forestale nei boschi cadorini (qui). Lo ha fatto portando l'innovazione da fuori e lottando contro la nostalgia delle comunità locali per un passato che sembrava non dover cambiare. Eppure “l’impegno - sottolinea - è sempre verso di loro perché sono la base della tua sopravvivenza. Io, senza Domegge, non farei nulla”.
Un lavoro, quindi, inevitabilmente di squadra. “I territori che guardano al cambiamento come minaccia - commenta Ferrazzi - si chiudono, cullandosi in un passato esistito solo nei racconti di qualcuno e pericoloso, perché quando c’è nostalgia non c’è innovazione. Oggi i movimenti populisti usano la nostalgia per ottenere consenso, ma non portano sviluppo e crescita economica. Tuttavia dare colpa solo alla politica è deresponsabilizzarsi: un territorio ha bisogno di leadership, cioè politica, imprese, associazioni. È quindi davvero il momento di attivare progetti tra pubblico e privato e non importa da chi viene la visione, l’importante è che sia realistica”.
“La politica è scelta dalle comunità - conclude Baldovin - soprattutto in territori dove il vicino di casa è il consigliere o l’assessore. È vantaggioso, perché non è la politica del palazzo, tuttavia non è tutto in capo ad essa: se a un tema segue l’indifferenza di 5.000 persone che abitano il territorio, si rischia solo di fare una corsa a fondi e progetti privi poi di ricadute. Ognuno deve mettere sul tavolo quello che sa fare che, per la politica, è fare da sentinella e sostenere chi ritorna per amore e costruisce e chi viene da fuori, si innamora e costruisce.
Oggi l’occhiale e l’industria hanno fatto il loro tempo, perciò dobbiamo cambiare visione perché gli anni Settanta e Ottanta non torneranno più. Partiamo quindi da casi come Chiara e Barbara e portiamo qui altri giovani con competenze perché il nuovo non è sempre qualcosa di sbagliato”.


















