Nove morti in tre giorni in montagna. Franzese (Csnas): "Tantissimi interventi evitabili. Le app hanno sostituito gli esperti e gli impreparati partono con la garanzia che tanto arriverà l'elicottero"
Il riferimento non è agli incidenti mortali avvenuti nel fine settimana, ma alle migliaia d'interventi evitabili che i soccorritori devono effettuare praticamente ogni giorno a tutti gli angoli della Penisola. "In passato, prima di partire anche per un'escursione, ci si informava parlando con chi la montagna la conosce veramente, le guide alpine, i soccorritori, i forestali. Adesso, invece, si pensa che bastino le "app" o l'intelligenza artificiale per avere tutte le informazioni necessarie. C'è una spaventosa cultura dell'approssimazione"

TRENTO. L'estate è appena iniziata e il "popolo" della montagna si muove. A macchia d'olio su tutto il territorio nazionale.
Il fine settimana appena trascorso è stato uno dei più neri che i soccorritori ricordino a memoria d'uomo perché, grandi eventi (e grandi tragedie, purtroppo, a parte), nove morti in tre giorni ad alta quota rappresentano un terribile e tristissimo "primato".
Venerdì i tre alpinisti trentini Antonio Sardano, Sergio Martinelli e Maicol Zenatti hanno perso la vita sul Gran Paradiso dopo un terribile volo di quasi 400 metri (Qui articolo), sabato invece, in altri tre distinti incidenti verificatisi sempre in Valle d'Aosta, sono decedute altre quattro persone (Qui articolo) e domenica, sul Monte Pasubio, i vicentini Giosué Baldassara e Sofia Dalle Nogare sono precipitati per 100 metri, morendo sul colpo mentre stavano affrontando la parete del Sojo d'Uderle (Qui articolo).
Un bilancio pesantissimo che non può non far riflettere: la chiave di lettura che fornisce Luca Franzese, consigliere nazionale del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico Italiano, dopo essere stato per tantissimi anni presidente del Cnsas Calabrese, è estremamente approfondita: gli incidenti sono sempre avvenuti e avverranno sempre, ma tanti, tantissimi interventi di soccorso, alcuni estremamente complicati, potrebbero essere certamente evitati.
E, sempre secondo Franzese, che fa parte del mondo del soccorso da 29 anni, l'incapacità di rinunciare e la garanzia che, se qualcosa dovesse andare storto ci sarà sempre chi "ti riporta a casa", hanno scatenato orde di "impreparati" per i quali un selfie induce addirittura a sfidare la sorte.
"E' stato certamente un week end tragico e nove morti in montagna sono tanti - esordisce Franzese - ma, attenzione, gli incidenti ad alta quota sono sempre accaduti e sempre accadranno, perché quello di cui stiamo parlando è un ambiente complicato dove il rischio non sarà mai, dico mai, pari a zero. Ovviamente c'è tanta tristezza ma, come Soccorso Alpino, non siamo sorpresi. I numeri dei frequentatori della montagna sono aumentati a dismisura e, di conseguenza, è cresciuto anche il numero d'incidenti. E' naturale, una logica conseguenza. Il vero problema, al netto di queste terribili tragedie, è rappresentato da tutti quegli interventi che, i tecnici di tutta Italia devono compiere per soccorrere chi non ci sa andare e, nonostante tutto, sfida la sorte, mettendo a rischio la propria vita e anche di chi, poi, deve intervenire per salvarlo".
Si è fatto un'idea rispetto alla tragedia del Gran Paradiso nella quale sono morti tre alpinisti trentini?
"Ho letto quello che è stato scritto sui vari mezzi d'informazione e non mi permetto di dire niente. Così come dovrebbero fare le centinaia di persone che "sparano" sentenze sui social senza essere a conoscenza dei fatti, con superficialità e il "bisogno" di dire la propria. Sempre e comunque. L'unica cosa che mi sento di affermare è che si trattava di tre alpinisti esperti, e competenti: non si arriva a quasi 4mila metri di quota se non si è preparati e attenti. Poi, a quella quota, l'incidente può accadere e, se ci sia stato un errore, beh noi non lo possiamo proprio sapere. Ci sono momenti in cui bisogna essere silenziosi e rispettosi del dolore dei familiari e degli amici".
Parliamo, invece, di chi competente non è e va in montagna pur non avendo la preparazione. Ma la situazione, in generale, è sempre stata questa?
"Assolutamente no ed è peggiorata clamorosamente negli ultimi dieci anni. I numeri, come ho detto, sono aumentati esponenzialmente, competenza e preparazioni sono precipitate. Insomma, sino a non troppo tempo fa prima di andare in montagna ci si preparava. Eccome se lo si faceva. Intendiamoci: gli incidenti ci sono sempre stati, ma mai così tanti. La statistica ci dice che le persone senza adeguata formazione sono il triplo rispetto a quelle che, invece, conoscono la montagna e, dunque, tantissimi degli interventi di soccorso potrebbero essere evitati".
Vi siete dati una spiegazione riguardo ad un cambiamento di tale portata?
"Beh, i social - in questo senso - hanno avuto un ruolo fondamentale, in negativo. In passato, prima di partire anche per un'escursione, ci si informava parlando con chi la montagna la conosce veramente, le guide alpine, i soccorritori, i forestali. Adesso, invece, si pensa che bastino le "app" o l'intelligenza artificiale per avere tutte le informazioni necessarie. C'è una spaventosa cultura dell'approssimazione. Quanti dicono: "ah ho visto su Facebook che il mio amico è andato lì. Se ce l'ha fatta lui, beh vuoi che non ci riesca anche io?". Niente di più sbagliato. Noi la montagna l'abbiamo "conosciuta" negli anni, frequentandola con gli esperti, camminando con loro. Insomma ci siamo "fatti le ossa" sul campo, ascoltando i consigli, vedendo come ci si comporta. In passato, aggiungo, anche i giovani frequentavano di più le associazioni come il Cai e la Sat, dove potevano apprendere un sacco di nozioni e preziosissime informazioni".
Insomma, dalla "gavetta" si è passati al "fai da te".
"Esattamente, è proprio così. E gli errori che vediamo sono tantissimi, dall'abbigliamento non corretto, all'orario sbagliato di partenza, alla mancata consultazione delle previsioni meteo. Adesso, poi, c'è la "moda" di andare da soli: si tratta di un errore colossale. In montagna non si va mai, sottolineo mai, da soli".
Prima parlava di social. E' così forte lo spirito di emulazione?
"Abbiamo raggiunto "livelli" incredibili. Vi faccio un esempio. Vado nel bosco a cercare funghi, trovo un meraviglioso porcino e... tac, faccio la foto e la posto sui social. State sicuri che, il giorno dopo, tante persone andranno a cercare funghi in quel punto, "stimolati" dall'immagine e con il pensiero di poter fare la stessa. Poco importa, faccio un esempio, se durante la notte ha piovuto e, dunque, l'ambiente è completamente diverso. Un fungo non vale la vita ma, allo stesso tempo, nemmeno una ferrata o una cima".
Anche perché, ci permetta, i comportamenti irresponsabili mettono, automaticamente, a rischio anche altre persone. Ovvero i soccorritori.
"Il rischio per le squadre che partono c'è sempre. Non esistono interventi semplici, nessuno lo è. Si dibatte molto, ad ogni angolo della Penisola, se per certi interventi sarebbe giusto che gli utenti pagassero di tasca propria o meno e, in tal senso, le norme sono differenti da regione a regione. Io dico che non si dovrebbe arrivare mai a questo punto. Purtroppo, e lo vediamo tutti i giorni, l'incapacità di rinunciare ormai dilaga. Fermarsi e fare marcia indietro non è segno di debolezza ma di grande responsabilità. E' una questione di buonsenso. Il nostro compito è quello di intervenire e il Soccorso Alpino e Speleologico ci sarà sempre, ma niente mi toglie dalla testa che in tanti, magari inconsciamente, ma questo non lo rende meno grave, pensano che tanto ci sarà sempre chi verrà a recuperarti se sei in difficoltà".
A proposito di social: quando i soccorritori intervengono per salvare chi ha sottovalutato la montagna, le critiche e gli insulti abbondano.
"Anche quello è assurdo. Come si può scrivere: "dovevano lasciarlo lì" oppure, ancora peggio, nelle tragedie, "è andata a cercarsela". Come ho detto prima: è meglio tacere. Noi, lo ripeterò all'infinito, ci saremo sempre, ma servirebbe maggior collaborazione da parte di tutti. Anche da parte di chi legge una notizia e commenta stando comodamente dietro uno schermo".
Si parla ancora troppo poco di prevenzione?
"Assolutamente sì. In questi giorni tutti i principali mass media stanno dedicando un certo spazio alla questione, ma c'è bisogno della tragedia, o delle tragedie, affinché il tema venga trattato. Non voglio generalizzare, perché c'è chi lo fa abitualmente, ma non basta. Anzi, non è mai sufficiente. Bisognerebbe parlarne a scuola, soprattutto in quei luoghi dove la montagna è parte integrante della vita delle persone. E' una questione di cultura e per "costruirla" ci vogliono tempo e competenza. Dobbiamo tornare a creare una vera cultura della montagna. Che, adesso, purtroppo stiamo perdendo. E quando parlo di montagna non mi riferisco solamente ai 4mila metri. No, sarebbe un errore gravissimo pensare solo a quello".












