Rsa, è allarme sul futuro dell’assistenza, il 10% degli Oss verso la pensione ma anche gli educatori sono pochi: "Parametri troppo bassi, così non basta"
Non solo medici e infermieri, la sfida che devono affrontare le strutture nei prossimi anni è il pensionamento di un importante numero di Oss, figura centrale per l'assistenza. C'è poi il tema che ormai riguarda tutte le strutture ed è quello dell'accoglienza di persone con problemi cognitivi con un'età inferiore rispetto alla media degli ospiti: "Le nostre strutture non sono attrezzate ad affrontare queste situazione. Non sono fatte per accogliere persone che possono arrivare a vivere anche 20 anni in Rsa"

TRENTO. Nelle Rsa trentine il problema non è più soltanto trovare personale ma è riuscire a garantire il futuro dell’assistenza. Basta pensare che le strutture si troveranno ad affrontare nei prossimi due o tre anni il pensionamento di almeno il 10% degli Oss a fronte di un continuo invecchiamento della popolazione e un aumento delle richieste di aiuto.
L'operatore socio-sanitario è una figura centrale nelle strutture, “già oggi stiamo cercando dei modi per affrontare questa emergenza” ha spiegato a il Dolomiti Michela Chiogna, presidente di Upipa. La situazione non può essere tamponata all'infinito attraverso gli ausiliari.
Ma a preoccupare è anche un altro tema che non ha trovato ancora nessuna soluzione da parte della politica. Se da un lato le liste di attesa non diminuiscono e anche i posti privati nelle Rsa sono tutti occupati, ci si trova di continuo ad accogliere anche persone sempre più giovani con problemi cognitivi, per le quali le Rsa tradizionali non sono state progettate. “Stiamo tamponando un’emergenza sociale ma serve affrontare questo problema” ammette Chiogna.
Presidente Chiogna, si torna a parlare di carenza di personale nelle Rsa. Come è la situazione oggi nelle strutture?
Sul tema del personale non c'è una soluzione assoluta per risolvere un problema così importante. Noi vogliamo puntare molto sulla formazione degli Oss. In questo momento sono il settore principale che vediamo particolarmente esposto e in crisi. Ci sono pensionamenti e ci sono poi le limitazioni anche per l'età nelle mansioni ordinarie. Ad oggi sono 2500 gli operatori socio-sanitari impegnati nelle strutture.
Nei prossimi anni è stata fatta una stima di quanti Oss lasceranno le Rsa trentine?
Possiamo dire che nei prossimi due o tre anni sono circa il 10 % gli operatori che usciranno dalle strutture. Abbiamo anche un numero non trascurabile di ausiliari che sopperiscono il personale Oss nelle nostre strutture e che necessitano di formazione. Parliamo di 300 – 350 ausiliari che coprono gli Oss nei periodi di riposo oppure di vacanza senza i quali sarebbe impossibile mantenere il parametro.
E quali sono gli interventi che state cercando di mettere in campo per affrontare questa uscita del personale?
Puntiamo nella formazione di nuovi Oss all'interno delle nostre strutture. Abbiamo cercato di mutare l'esperienza duale dell'Alto Adige che però non è più a livello normativo applicabile. La proposta che vogliamo fare, in fase sperimentale quest'anno con due esperienze a Rovereto e a Borgo e più strutturata il prossimo anno, è quella di fare una formazione continuando a lavorare il tutto spalmato in 18 mesi. Tutto questo riuscendo a portare la formazione in presenza in modo decentrato dove ci sono le principali richieste e non solo nelle sedi tradizionali. Questa è la sfida che vorremmo cercare di mettere a terra a partire dal 2027.
Per quanto riguarda i medici e gli infermieri le Rsa sono ancora in sofferenza?
Attualmente riusciamo a coprire i parametri ma c'è sempre una carenza. In alcune strutture, per riuscire a coprire i turni degli infermieri è stata scelta la strada del personale libero professionista. Oggi serve lavorare sugli incentivi, sia economici che di progressione della propria carriera.
Sulla parte contrattuale bisogna arrivare ad un riconoscimento delle specialità di questa professione che vengono richieste e che valorizzerebbe le persone. Sono modi per attrarre personale ma anche e soprattutto per tenerlo legato al territorio e alla struttura. Anche le problematiche legate ai medici non sono state ancora risolte. Stiamo lavorando sulla possibilità di assumere con contratto dirigenziale a tempo parziale e in tempo intero e offrire così maggiore stabilità.
Le liste d'attesa rimangono ancora un punto molto dolente.
Sicuramente. Il parametro a cui facciamo noi riferimento è il fatto che tutti i posti nelle Rsa private sono occupati e con lista d'attesa. Prima del Covid i posti nei privati, quelli che si pagavano sui 4 mila euro, non erano costantemente occupati, ora lo sono.
E non manca la crescita delle persone giovani che hanno problemi cognitivi e che non trovano altre strutture se non le Rsa per venire seguiti.
Ormai è una questione che riguarda tutte le strutture che si trovano ad accogliere persone sotto la media d'età degli utenti che di norma accogliamo e che non trovano una risposta più adeguata. Le nostre Rsa non sono attrezzate, non sono fatte per accogliere persone che possono arrivare a vivere anche 20 anni nelle strutture. Stiamo tamponando un'emergenza sociale che si deve affrontare per il bene di tutti.
C'è anche un altro tema che spesso non viene considerato. Nelle Rsa è presente un'equipe multidisciplinare e rappresenta il parametro socio-educativo. Può dirci se qui almeno i numeri sono positivi?
Abbiamo già chiesto il potenziamento di questa equipe. Parliamo di educatori, psicologi, assistenti sociali ma anche di logopedisti o fisioterapisti. Sono figure che servono possono avere un ruolo trasversale. Per gli educatori abbiamo un parametro di uno ogni 60 utenti. È bassissimo e c'è la necessità di cambiarlo.














