Sanità e dimissioni, Demagri: “Trend in costante e preoccupante ascesa, quasi triplicato in 10 anni il numero di medici che lasciano il servizio pubblico in Regione”
I dati riportati dalla consigliera provinciale di Casa Autonomia dopo il caso dell'ospedale di Cles: “Non si può governare un settore delicato come quello sanitario continuando ad agire con la logica dell'emergenza perenne. Qui non si governa: si impone. Non si programma: si rattoppa”

TRENTO. “Continuare a nascondere la testa sotto la sabbia non farà sparire i numeri: serve un cambio di rotta radicale prima che sia troppo tardi”. Sono queste le parole della consigliera provinciale di Casa Autonomia Paola Demagri nel riportare una serie di dati legati alle dimissioni in ambito ospedaliero. Numeri che, precisa Demagri, tracciano un quadro “triste, infelice, ma maledettamente veritiero sullo stato di salute della nostra sanità pubblica” e che vedono proprio il Trentino Alto Adige tra i territori particolarmente interessati dal fenomeno. Ma procediamo con ordine.
Il punto di partenza del ragionamento della consigliera è l'episodio che, negli ultimi giorni, ha visto protagonista l'ospedale di Cles, dove quattro medici avevano presentato le dimissioni – con l'intenzione di lasciare il reparto di ortopedia del nosocomio – salvo poi fare quasi tutti marcia indietro: l'unico a non tornare sui propri passi, da quanto risulta, è stato il primario (Qui Articolo).
“C'è chi ha provato – scrive Demagri – a farlo passare come un caso isolato, un imprevisto, un classico 'fulmine a ciel sereno'. Ma la realtà è un'altra: basta guardare i numeri per capire che siamo di fronte a un trend in costante e preoccupante ascesa. A certificarlo non sono le opinioni, ma i numeri ufficiali del report di Anaao Assomed ('Radiografia della sanità pubblica 2015-2025'). Nel report sindacale, i dati sono aggregati a livello regionale (comprendendo le province autonome di Trento e Bolzano). Nel 2015 si registravano 38 dimissioni volontarie in un anno, pari al 2,0% dei medici in servizio. Nel 2025 le dimissioni volontarie stimate toccano quota 102, pari al 4,7% dei medici in servizio. Il 2025 rappresenta il vero picco del decennio”.
In altre parole, precisa la consigliera di Casa Autonomia: “Il numero di medici che sceglie di lasciare il servizio pubblico è pari a 2,7 volte quello del 2015 (un incremento reale del 168%). Dopo anni in cui la percentuale si era mantenuta stabile attorno al 2%, assistiamo a un'impennata improvvisa che porta l'incidenza delle fughe al 4,7%”.
E il dato rimane problematico anche nel confronto con il resto del Paese: “Il nostro territorio – continua infatti Demagri – supera di gran lunga la media italiana, che si attesta al 3,5%. Mettendo a confronto la nostra regione con i territori vicini, l'incidenza delle dimissioni è nettamente superiore: in Veneto si ferma al 2,7%, in Lombardia e in Emilia Romagna al 3,2%. Già nel 2015 il nostro territorio partiva da una quota più alta (2,0% contro l'1,4% nazionale) e la velocità con cui i medici se ne vanno continua a viaggiare a ritmi superiori al resto del Paese”.
“Di fronte a questo scenario – dice ancora la consigliera di Casa Autonomia – quello che è successo a Cles è la naturale conseguenza di anni di miopia. Non si può governare un settore delicato come quello sanitario continuando ad agire con la logica dell'emergenza perenne. Qui non si governa: si impone. Non si programma: si rattoppa. Quando le strutture vanno in sofferenza, la risposta della politica non è mai l'ascolto o la valorizzazione del personale, ma la pressione. E anche quando si annunciano 'rientri' o soluzioni tampone, il sapore che rimane è quello di un clima di forte condizionamento e forzatura professionale, non certo di una ritrovata attrattività del sistema”.
Il ciclo, conclude: “E' diventato tragicamente ripetitivo. Si stufa il personale con turni logoranti e poca valorizzazione; i medici se ne vanno (e i dati lo confermano); si richiama in emergenza con misure d'impatto; si cerca affannosamente di coprire le falle, ma nel frattempo si continua a perdere il patrimonio umano e professionale più prezioso. La sanità pubblica non si salva con i proclami o con gli interventi d'impatto dell'ultimo minuto. Si salva ascoltando i professionisti, garantendo condizioni di lavoro dignitose e programmando il futuro”.












