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| 01 novembre | 09:14

Tra i boschi feriti da Vaia, il viaggio nell’habitat fragile della Salamandra di Aurora, tra cambiamento climatico, gestione forestale e biodiversità da salvare

In generale gli anfibi non stanno vivendo la loro epoca d’oro. Vengono considerati il gruppo di vertebrati più a rischio su scala globale, principalmente a causa della perdita di habitat. Come se non bastasse sono tra gli animali che subiranno maggiormente gli effetti del cambiamento climatico, sia a causa dell’aumento delle temperature che per l’estrema variabilità e imprevedibilità dell’andamento delle piogge

Tra i boschi feriti da Vaia, il viaggio nell’habitat fragile della Salamandra di Aurora
di Sara Lefosse

TRENTO. Fine ottobre 2018, un evento climatico fuori dall’ordinario (uno fra i sempre più frequenti segnali del cambiamento climatico visibilmente in corso) tocca ampie zone delle Alpi orientali. Venti superiori a 200 chlometri orari atterrano un quantitativo di alberi paragonabile a 4 anni di tagli forestali sull’intero territorio nazionale (le stime parlano di circa 8 milioni di metri cubi di legname). Le immagini dei boschi distrutti in località più o meno note (come la Foresta dei Violini) hanno sicuramente lasciato un segno nella memoria collettiva e forse ancora oggi, a distanza di 8 anni, qualcuno si ricorderà di Vaia.

 

Di quella giornata ho sentito i racconti di uno dei posti colpiti e di Vaia ho visto e studiato parzialmente gli effetti. Purtroppo, infatti, la tempesta ha colpito alcune località a cui sono legata, dove ho passato diverse estati a studiare una rara specie di salamandra esclusiva di una piccola area posta tra l’Altopiano dei Sette Comuni (Veneto) e quello di Vezzena (Trentino): la salamandra di Aurora (Salamandra atra aurorae).

 

In generale gli anfibi non stanno vivendo la loro epoca d’oro. Vengono considerati il gruppo di vertebrati più a rischio su scala globale, principalmente a causa della perdita di habitat. Come se non bastasse sono tra gli animali che subiranno maggiormente gli effetti del cambiamento climatico, sia a causa dell’aumento delle temperature che per l’estrema variabilità e imprevedibilità dell’andamento delle piogge (che incidono sullo stato degli ambienti umidi, siti riproduttivi di molte specie di anfibi).

 

La salamandra di Aurora in modo particolare è considerata in pericolo (Endangered) in base ai criteri stabiliti dalla IUCN (International Union for the Conservation of Nature) per l’estrema localizzazione e l’alterazione dell’habitat in seguito a Vaia. L’attuale distribuzione di questa specie è la prova dell’esistenza di una specie ormai scomparsa, probabilmente diffusa un tempo in parte dell’Europa che, a causa dell’alternanza di fasi fredde e periodi più caldi succedutisi nel corso del Quaternario (oltre 12000 anni fa), si è trovata circoscritta in sempre meno località. In seguito le popolazioni sopravvissute, ormai isolate tra loro, hanno dato origine a linee evolutive differenti, tra cui la salamandra di Aurora, oggi tra gli anfibi più rari d’Europa. Le femmine di Aurora non possono sfruttare per la deposizione i siti umidi (troppo effimeri e rari in ambiente carsico) e le uova si sviluppano nel corpo materno. Per questo motivo la gestazione è decisamente lunga e il tasso riproduttivo molto basso (al massimo 2 piccoli ogni 2/3 anni), esponendo la specie a maggiore rischio di estinzione. 


Lo stato di conservazione delle popolazioni di salamandra di Aurora è fortemente legato a quello dei boschi, ma i boschi non sono tutti uguali. Le popolazioni più abbondanti si trovano in foreste costituite da boschi maturi di abete bianco, faggio e una piccola percentuale di abete rosso, con sottobosco ben strutturato, dove abbondano muschi, sassi e tronchi utilizzati come rifugio. Nonostante queste salamandre si siano adattate a fare a meno dell’acqua per la riproduzione, infatti, hanno bisogno di un elevato tasso di umidità per garantire la respirazione cutanea, mantenendo umida la pelle. Per questo motivo sono raramente attive in superficie e prediligono foreste con abbondanza di rifugi utili quando le condizioni esterne sono proibitive. La tipologia di boschi prediletta dalle salamandre caratterizzava l’Altopiano dei Sette Comuni almeno fino agli inizi dello scorso secolo. Un centinaio di anni prima di Vaia, la Prima Guerra Mondiale e le successive piantumazioni di abeti rossi per fini produttivi hanno inciso non poco sull’aspetto del territorio. 

 

La sopravvivenza delle salamandre dipende dai boschi, ma anche gli uomini dipendono dai boschi.
Da qualche anno si sente più frequentemente parlare di servizi ecosistemici, ovvero gli elementi e i processi attraverso cui gli ecosistemi sostengono la vita umana. Acqua e aria pulite, cibo e, perché no, benessere psicofisico derivante dal camminare e/o trascorrere del tempo in un bosco sono alcuni esempi più intuitivi di servizi ecosistemici garantiti dalle foreste. Lo studio dei servizi ecosistemici prevede di attribuire loro un diverso grado di importanza e stabilire un valore economico anche sulla base dell’aspetto emotivo e del legame affettivo. La biodiversità rientra anch’essa tra i servizi ecosistemici, e nonostante provi sentimenti contrastanti rispetto all’idea di monetizzare qualcosa che a mio avviso ha un valore immateriale, devo riconoscere che la teorizzazione dei servizi ecosistemici rende bene l’idea che gli ecosistemi sostengono e mantengono la nostra intera esistenza e non siamo altro che un tassello minuscolo di un ingranaggio particolarmente complesso.  

 

Il legname prodotto dai boschi è anch’esso un servizio ecosistemico. È opinione diffusa che il bosco sia sempre stato gestito e debba essere gestito, ma è innegabile che negli anni la gestione forestale e i suoi impatti siano decisamente cambiati. Un secolo fa la produzione di scatole di legno era tra le principali fonti di reddito di intere famiglie dell’Altopiano dei Sette Comuni. Le attuali pratiche forestali prevedono l’impiego di mezzi meccanici e modalità operative molto diverse rispetto al passato e all’immagine, anche un po’ poetica, dello scatolaro che andava a scegliere personalmente la pianta che più si adattava alle necessità creative. Inoltre è innegabile che i mezzi di cui disponiamo oggi riescano ad arrivare in punti prima inaccessibili e a prelevare più grandi quantità di legname in breve tempo rispetto al passato. 

 

Prima ancora di Vaia le salamandre di Aurora erano considerate a rischio di estinzione, a causa della gestione e delle pratiche forestali. Vaia ha aggravato una situazione già critica: la scomparsa di interi nuclei di bosco nella zona di presenza ha ulteriormente ridotto e frammentato l’habitat disponibile. Inoltre, le modalità e le tempistiche con cui sono stati condotti gli esboschi nella maggior parte dell’areale non hanno tenuto conto dei possibili impatti sulla specie, alterando il sottobosco e di conseguenza il microhabitat della specie. A distanza di 8 anni le aree che prima erano ombrose e umide sono adesso radure assolate, più idonee a lucertole e marassi che alle esigenze ecologiche delle salamandre.
Piccoli nuclei di bosco sopravvissuti, anche se non completamente indenni alla Guerra, alla produzione forestale e, infine, a Vaia, custodiscono ancora oggi popolazioni di salamandra di Aurora. Basterà ad assicurare la sopravvivenza di questa specie?! Purtroppo la risposta è incerta. Senza adeguate misure di gestione perderemo un preziosissimo elemento di biodiversità. Dal momento che i boschi non sono tutti uguali, andrebbe differenziata anche la gestione forestale! Istituire oasi di biodiversità in corrispondenza dei boschi più idonei, che rappresentano i boschi tipici dell’Altopiano, è un’azione imprescindibile per migliorare lo stato di conservazione della salamandra di Aurora.
Tra un centinaio d’anni le zone colpite da Vaia potrebbero ospitare di nuovo boschi rigogliosi. E le salamandre..? 

 

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