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17 ottobre | 18:01

“Un muro di cemento danneggiato bisogna distruggerlo e gettare tutto, un muro a secco si può ricostruire sul posto”: ecco la rinascita di un'antica tradizione tra il Carso e il mare

Al Podere di Štelavce, un'area di campagna riqualificata della periferia di Trieste, risorge l'antica pratica dei muretti a secco, sempre più patrimonio culturale nel Carso e nel resto della regione, riconosciuti come massima espressione di costruzione umana in armonia con la natura

“Un muro di cemento danneggiato bisogna distruggerlo e gettare tutto

TRIESTE. Rispondere alla necessità di ritrovare il contatto con la natura, poter tornare al lavoro manuale con il ritmo lento di un rituale quotidiano dal sapore rigenerativo, sorprendersi della soddisfazione e del benessere che si raggiunge quando si assiste al compimento di un'opera realizzata unicamente con le proprie mani. Tra le pratiche rurali e tradizionali che da sempre accompagnano la vita “dell'Homo Faber”, ben poche sono in grado di incarnare questi valori quanto la millenaria usanza legata alla costruzione dei muri a secco, che fino al recente passato, specialmente in montagna come sul Carso, avevano principalmente la funzione di suddividere gli appezzamenti agricoli, ma che oggi ci consentono di individuare un'alternativa non soltanto ideale, ma concreta come la pietra che li compone, all'edilizia e allo sviluppo imposto dall'urbanizzazione industriale, ormai individuata da diversi studiosi come attività non più sostenibili per uno smodato avanzamento della superficie urbana, a causa di molteplici fattori, tra i quali figura il cambiamento del clima.

 

Trieste è emblematica in tal senso, è stretta tra il ciglione carsico e il mare, ha sempre dovuto fare i conti con la cronica mancanza di spazio e di un retroterra che consentisse un'espansione urbana controllata, senza sacrificare eccessivamente il paesaggio naturale. Le colline un tempo rurali che la circondano sono così diventate periferie segnate, in molti casi, da un'edilizia invasiva. Ma oggi la tendenza si inverte, almeno per una volta, poiché lo scorso 16 ottobre è stato inaugurato un progetto con pochi eguali nella zona. E' il Podere di Štelavce, una vasta area di campagna salvatasi dalle cementificazioni.

Sorge al di sopra del rione di Borgo San Sergio, nella parte meridionale di Trieste. Fino a una decina di anni fa era un'area in abbandono, divorata dalla boscaglia, dalle sterpaglie e dall'incuria, finché, grazie al lavoro delle cooperative “Querciambiente”, che ha rilevato i terreni, e “Viviana società agricola Onlus”, il podere è stato riqualificato per un impiego sociale come patrimonio rurale recuperato con una nuova funzione sociale ed educativa, dove muretti a secco e terrazzamenti, retaggi del lavoro di antichi maestri, restaurati e valorizzati, sono gli assoluti protagonisti.

 

“Di fatto le costruzioni a secco sono l'unica fabbricazione umana ad essere in totale sintonia con la natura – ha dichiarato a il Dolomiti Danilo Antoni, architetto promotore dell'iniziativa nonché presidente del Partenariato per la conservazione e la popolarizzazione dell’edilizia carsica a secco -. In questa pratica realizzativa è concentrata tutta l'essenza del rapporto che dovrebbe esserci tra uomo e natura. Da circa un decennio infatti operiamo come Partenariato per ripristinare i valori che si frappongono tra l'uomo, il tempo e la fatica, ma anche l'arte e la maestranza organizzando dei laboratori di recupero di persone svantaggiate. I muri a secco per questo sono uno dei nostri simboli, una volta avevano delle funzioni primariamente legate all'economia agricola e a realtà che oggi non esistono più. Eppure ai giorni nostri ci siamo accorti che l'importanza di queste costruzioni non è mai diminuita. Ricoprono un ruolo di tutela dell'identità e di difesa dell'ambiente, basti pensare all'utilità riscontrata in caso di incendio, e difendono il territorio dal degrado, favorendo un recupero più logico dell'ambiente”.

Un confronto dal quale inoltre emergono preponderanti, secondo l'architetto, le differenze rispetto alle murature convenzionali in cemento. “Un muro di cemento si pone in modo problematico rispetto a un paesaggio naturale – ha osservato Antoni -, soprattutto in caso di danni, pensiamo in tal senso alle calamità naturali. Non appena infatti un muro in cemento viene danneggiato bisogna distruggerlo e portarlo via, una costruzione a secco è invece recuperabile sul posto. Non si ha bisogno, se non in minima parte, di materiali di riporto e tutte le componenti sono ecocompatibili, oltre naturalmente al fattore legato allo spreco”.

 

Particolare straordinario del recupero di quest'area risiede nel fatto che riguarda una zona di pietra arenario-marnosa detta “Flysch”, diversa dalla pietra calcarea del Carso sovrastante e dove la valorizzazione della pietra locale, in questo caso l'arenaria, è spesso mancata e sottovalutata. E' la natura assistita dall'uomo che avanza verso la città. Negli ultimi anni si è in effetti iniziato a comprendere l'importanza per il territorio della riscoperta e del valore delle costruzioni in pietra a secco, principalmente da quando, il 28 novembre 2018, l'Unesco ha iscritto la tipologia di queste peculiari murature come patrimonio immateriale parte propria lista rappresentativa in sette paesi, tra i quali Svizzera, Italia e Slovenia.

Per quanto concerne il Friuli Venezia Giulia, a ben guardare sarebbe quantomeno parziale ascrivere questa tipica tecnica muraria al novero delle “tradizioni locali”. E' un tratto culturale del recente passato che testimonia la vita delle comunità agro-pastorizie dei centri rurali, ma parallelamente sono presenti almeno dal 1.800 avanti Cristo, quando, soprattutto le alture della regione e ben oltre, iniziavano a punteggiarsi di insediamenti fortificati da murature in pietra.

 

Oggi di queste antiche civiltà non ne sappiamo abbastanza, e in tempi storici è stato attribuito alle rovine di questi villaggi millenari un appellativo generico, approssimativo e probabilmente ormai obsoleto, con il quale ancora oggi vengono identificati, quello di “Castellieri”, che rimangono tuttavia indissolubilmente fissati nell'immaginario come uno dei simboli di questi paesaggi, soprattutto lungo l'altipiano carsico.

Ma nel Podere di Štelavce i muretti a secco diventano muri di protezione e soprattutto inclusione nei confronti di persone svantaggiate che in quest'area favoriscono delle attività di inserimento lavorativo nell'ambito dell'agricoltura sociale e sostenibile, come ha riferito Dario Parisini, presidente della Cooperativa sociale e agricola Viviana, che opera nel Podere.

 

“Questa è un'area che si sviluppa a pastini per oltre un ettaro e mezzo di estensione con undici mila metri quadri solo di muretti a secco restaurati – ha spiegato Parisini -. Grazie alle cooperative che operano qui abbiamo voluto promuovere uno sviluppo sociale dove trovano spazio gli orti sostenibili, ma sapendo anche coniugare l'attività agricola con la tutela dell'ambiente, infatti buona parte del Podere è costituita da un bosco di querce controllato. Così pensiamo si possa recuperare un territorio, mantenerlo e restituirlo ai cittadini”.

 

Il vicino rione di Borgo San Sergio è segnato anche da situazioni di disagio economico e sociale, ma si trova a pochi passi dalla nuova attività ambientale e agricola. Un incontro tra le due realtà si rivela tuttavia non semplice da coniugare nonostante la prossimità, poiché i prodotti dell'agricoltura sociale del Podere, che saranno esposti nel mercato interno, si pongono come ortaggi e frutta a chilometro zero coltivati con metodo biologico, ma che difficilmente potranno competere sul piano dei prezzi con la grande distribuzione.

 

Su questo fronte rimane ancora aperta la sfida per consentire a questa nuova risorsa per il territorio di diventare accessibile all'intero complesso urbano sul quale si affaccia. “Bisogna considerare che la nostra non è una grande produzione – conclude il presidente della Cooperativa Viviana - e per noi è importante puntare sulla qualità, sulla stagionalità e sui cicli naturali, pertanto è difficile offrire prezzi più bassi rispetto a cibi ultra processati. Abbiamo tuttavia una rete di persone che coltivano e hanno dei propri canali autonomi di vendita in varie zone della città, e il nostro mercato interno rimane comunque aperto a tutti”.

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