Artigianato, la riforma alza i limiti di dimensione delle imprese: "Un incentivo alla crescita per chi oggi evita di assumere per non perdere la qualifica"
La riforma della legge quadro dell'artigianato sta facendo discutere a livello nazionale in particolare per la possibilità di aumentare le dimensioni delle imprese qualificate come “artigiane”. Confindustria ha espresso perplessità, ma anche da Confartigianato Imprese Belluno arriva il plauso perché la proposta non andrebbe a favorire il mondo artigiano a discapito di quello industriale

BELLUNO. “Una nuova legge deve riconoscere l’artigianato di oggi, che è sì manualità, ma anche testa, cuore e una creatività che non temerà mai l’intelligenza artificiale. L’artigianato è innovazione, identità del territorio e della comunità e tale deve continuare ad essere, con la tutela di un moderno impianto normativo”.
L’appello a proseguire nella riforma della legge quadro per l’artigianato (443/85) arriva da Confartigianato Imprese Belluno, la cui presidente Claudia Scarzanella sottolinea la necessità di adattare il settore alle esigenze contemporanee. “Il mondo cambia in modo velocissimo e così il lavoro - spiega - e chi non riesce a stare al passo è perduto. Se guardiamo all’artigianato, appare evidente che la riforma della legge che lo disciplina sia una necessità imprescindibile e finalmente il governo ci sta mettendo mano. La legge ha infatti più di 40 anni e necessita di una revisione per consentire al settore di essere ancora protagonista, cogliendo le sfide della sostenibilità ambientale, sociale ed economica e dell’evoluzione tecnologica”.
Il plauso alla riforma era arrivato anche da Appia Cna, che ha più volte ribadito l’importanza di valorizzare la componente tecnologica anche di questo settore (qui). Un riconoscimento fondamentale, se si vuole che l’artigianato, attività economica ma anche componente significativa della cultura delle comunità locali, possa continuare a essere trasmesso alle nuove generazioni.
Non sono però mancate le perplessità a livello nazionale. La riforma punta infatti a modificare il perimetro delle imprese artigiane con una serie di misure tra cui l’introduzione di nuovi limiti dimensionali, fino a un massimo di 49 dipendenti. Provvedimenti su cui si è espressa anche Confindustria, preoccupata che si possa creare concorrenza tra aziende simili per dimensioni ma con regole e costi diversi. Il vicepresidente Fausto Bianchi ha infatti ribadito “un potenziale impatto sulla finanza pubblica superiore a un miliardo di euro annui, tra minori entrate contributive e fiscali. Abbiamo evidenziato - ha sottolineato - che fino a 1,8 milioni di lavoratori potrebbero essere coinvolti da un cambiamento del contratto collettivo applicato. Abbiamo sollevato una questione di parità concorrenziale tra imprese che operano negli stessi mercati. Sono numeri e problemi concreti e attendono risposte nel merito”.
“Oggi si discute della dimensione delle imprese artigianali - osserva ora Scarzanella - dimenticando Paesi come Francia e Germania nei quali non sono previste limitazioni alla crescita delle imprese. Dimensione e natura artigiana non possono essere considerate categorie contrapposte. La riforma, anzi, è un incentivo alla crescita per le imprese artigiane che oggi evitano di assumere dipendenti per non superare gli attuali limiti numerici e perdere, di conseguenza, la qualifica artigiana”.
“L’innalzamento dei limiti dimensionali – aggiunge Michele Basso, direttore di Confartigianato Imprese Belluno - non è generalizzato, ma vale solo per l’impresa già artigiana che cresce dimensionalmente. Tra l’altro, l’innalzamento a 49 dipendenti non riguarda tutte le tipologie di imprese: solo il settore artistico e tradizionale, peculiarità esclusiva dell’artigianato, arriverebbe a quella soglia, compresi gli apprendisti”.
L’associazione bellunese evidenzia inoltre che sulle retribuzioni dei dipendenti non ci sarebbe alcun effetto: la qualificazione giuridica dell’impresa artigiana non comporta la necessaria applicazione di un contratto collettivo siglato per tale settore. Tale impresa può infatti applicare anche un contratto dell’industria e viceversa. “Peraltro, la quasi totalità dei contratti siglati dalle organizzazioni artigiane con Cgil, Cisl e Uil - specifica Basso - già estende la sua applicazione ben oltre i limiti oggi definiti dalla legge quadro, giungendo in settori di grande rilevanza, in primis l’edilizia, fino a imprese con 250 dipendenti”.
“La proposta della nuova legge – conclude - non attribuisce all’impresa alcuna discrezionalità nella scelta di essere artigiana o meno a seconda di inesistenti convenienze: si prevede infatti l’obbligo di iscrizione all’albo in tutti i casi in cui abbia i requisiti. Né distorce il mercato o ‘spreca’ risorse pubbliche, ma al contrario determina un aumento delle entrate contributive. Si prevede infatti per la finanza pubblica una ‘clausola di neutralità’ rispetto alla contribuzione a favore dell’Inps, per la quale le imprese che, crescendo, superano le soglie ordinarie applicano per i dipendenti la contribuzione previdenziale relativa alle imprese industriali di corrispondente dimensione”.













