In provincia bene l’export, ma faticano a nascere start-up e il lavoro è concentrato nelle poche grandi imprese: "Necessario puntare sulla crescita tecnologica"
Una ricerca condotta da Trinity College di Dublino e Università di Parma sull’economia bellunese ha evidenziato punti di forza e criticità del territorio. Tra i primi, la crescita dell’export e la stabilità generale del sistema produttivo. Dall’altro lato, nonostante prevalgano le piccole e medie imprese, i lavoratori sono assorbiti soprattutto dalle grandi e manca innovazione tecnologica

BELLUNO. Forte export, tante le piccole e medie imprese, ma poca distribuzione della forza lavoro e scarsa capacità di innovazione e crescita tecnologica: sono le principali conclusioni di un’indagine sull’economia bellunese condotta dai docenti Giulio Buciuni (Trinity College di Dublino), Jacopo Canello (Università di Parma) e Nicoletta Giudice (Università di Parma).
Presentati a Villa Doglioni Dalmas, i dati esposti permettono in particolare di mettere in luce a cosa il territorio deve puntare se vuole essere competitivo, cioè investimenti in tecnologia e capitale umano qualificato. “È la direzione nella quale Confindustria Belluno Dolomiti sta lavorando - commenta il vicepresidente Gianluca Vigne - costruendo un ecosistema dell’alta formazione e dell’innovazione capace di mettere in relazione imprese, ricerca, competenze e nuove tecnologie”.
Cosa caratterizza dunque ad oggi il tessuto industriale della provincia? Prendendo in esame il periodo tra il 2019 e il 2024, il sistema economico è definito stabile, maturo e con forti specializzazioni, ma la forza lavoro è concentrata in un numero ristretto di imprese di grandi dimensioni e si fatica ad aumentare l’intensità tecnologica delle aziende.
Se infatti da un lato prevalgono nettamente le piccole e medie imprese, pari a circa 14 mila su un totale di 14.151, dall’altro l’occupazione si concentra però per quasi il 40% in quelle di grandi e medie dimensioni. Dati che, uniti alla contrazione delle microimprese e alla forte espansione delle grandi organizzazioni produttive, evidenziano un modello di crescita occupazionale sbilanciato. Uno dei motivi per cui il valore aggiunto generato dalla provincia cresce in termini nominali, ma a un ritmo inferiore rispetto al nord est e al dato nazionale.
C’è poi forte asimmetria tra i settori industriali. Primeggia l’occhialeria, con un valore economico di circa 2,8 miliardi di euro, corrispondente a quasi il 28% del valore complessivo. Seguono il commercio all’ingrosso (circa 1 miliardo di euro - 10% del valore annuo) e la meccanica pesante (592 milioni di euro). Il tutto con netta prevalenza delle esportazioni, che nel 2024 hanno superato i 5 miliardi di euro (soprattutto verso Stati Uniti, anche se in calo, Francia e Germania). Il comparto degli strumenti medici, in massima parte rappresentato dall’occhialeria, si conferma la principale voce dell’export, passando dal 70,5% nel 2019 al 75,1% nel 2024.
E le nuove imprese? Nascono soprattutto nelle costruzioni, nella ristorazione e nell’impiantistica: 1.250 quelle costituite tra il 2019 e il 2024, ma solo una su 10 con un livello tecnologico tale da poter generare alto valore aggiunto. Sono poi poche le start-up innovative, solo 14 al 2024, ma comunque viste come un segnale di vitalità che suggerisce “l’esistenza di potenziali traiettorie di innovazione che si innestano su competenze industriali già esistenti’.
Il futuro deve quindi guardare alla creazione di un ecosistema: esigenza che Confindustria ribadisce di stare già attuando con iniziative come la Fondazione Dolomiti Innovation Valley (qui). “La sfida - conclude l’indagine - non è creare ex novo competenze assenti, ma accompagnare l’evoluzione di un sistema industriale maturo verso forme di rinnovamento capaci di valorizzare e trasformare le competenze già presenti nel territorio”.


















