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Belluno
08 marzo | 09:42

Veneto, più donne al lavoro ma con salari più bassi e contratti precari: “Nel 2030 mancheranno 150 mila lavoratori, l'occupazione femminile fondamentale"

Veneto Lavoro ha rilasciato un report sull’andamento occupazionale nella Regione, evidenziando come negli ultimi vent’anni sia l'espansione dell’occupazione femminile a essere uno dei principali elementi di sostenibilità del sistema produttivo. Eppure, rimangono criticità rilevanti

VENEZIA. Cresce significativamente l’occupazione femminile in Veneto: i dati di Veneto Lavoro attestano infatti un incremento negli ultimi vent’anni, ma le criticità non mancano. “I dati ci dicono che nel 2030 mancheranno circa 150 mila lavoratori e l'incremento dell'occupazione femminile è una delle chiavi, insieme a flussi migratori e attivazione di lavoratori senior, per rispondere alla futura domanda” commenta il direttore Tiziano Barone.

 

Dal 2004 al 2024, infatti, il Veneto è passato da circa 800 mila lavoratrici a 970 mila: sul totale degli occupati, si tratta di un salto dal 40% al 44%, al punto da spingere la Regione a rimarcare come siano proprio le donne a trainare la crescita occupazionale.

 

Ci sono dei però. Anzitutto l’età delle nuove occupate: tendenzialmente sono over 54 (passate dal 6% al 24% sul totale). Il che va a discapito delle giovani lavoratrici: non a caso, nell'ultimo biennio il numero complessivo dei disoccupati e inattivi ha raggiunto i livelli più bassi da vent’anni a questa parte, ma la componente femminile è ancora prevalente tra la popolazione in età lavorativa (15-74 anni) non occupata. Nel 2024, ad esempio, era pari al 60% sia tra i disoccupati sia tra gli inattivi.

 

Pesano poi i settori produttivi. Anche qui non a caso, quasi tre donne su dieci (27%) sono impiegate in pubblica amministrazione, istruzione, sanità e assistenza sociale, il 22% nel commercio, trasporto, alloggio e ristorazione, e una quota analoga nell’industria. Le donne lavorano quindi soprattutto nei servizi, in particolare nei lavori di cura e relazione - generalmente meno pagati.

 

Diverse rispetto agli uomini anche le tipologie di contratto: domina il part-time (circa il 35%, contro il 6% degli uomini) e sono leggermente più diffusi i contratti a termine (13%), quindi le donne sono più a rischio di instabilità occupazionale.

 

Motivi, questi, tra quelli che hanno spinto pochi giorni fa Cgil Belluno a indire uno sciopero per lunedì 9 marzo (qui l’articolo): i divari di genere rimangono all'ordine del giorno. In Veneto infatti il Gender employment gap, la distanza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile, è marcato (circa 15 punti percentuali), seppure in riduzione, perciò un numero consistente di donne resta fuori dal mercato del lavoro. “In una regione competitiva come il Veneto – conclude Barone – la questione principale riguarda la sostenibilità del mercato del lavoro nei prossimi anni e la capacità delle imprese di trovare i lavoratori necessari. Per questo è indispensabile creare le condizioni per un ingresso lavorativo stabile, duraturo e compatibile con le esigenze extra-lavorative, investendo in politiche di welfare e di sostegno alla conciliazione lavoro-famiglia”.

 

Altro grande tema, denunciato recentemente anche dalla consigliera provinciale per le pari opportunità Flavia Monego, che ha ammesso come la maggioranza dei casi che giungono alla sua attenzione riguardi proprio l'impossibilità di gestire tale conciliazione. Impossibilità confermata oggi dai dati: mancano nei numeri le donne più giovani, che si trovano spesso a dover lasciare il lavoro per i lavori di cura che rimangono a loro carico.

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