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Quando piazza Fiera diventava uno stadio e si giocava al “brazàl”, lo sport più popolare per molti secoli

A Trento la squadra delle Androne, che faceva capo all'Unione Ginnastica, intorno al 1920 era decisamente ancora la più rappresentativa. I giocatori più conosciuti erano allora l'Enderle, il Benedetti, e il Morandini

Di Tiberio Chiari - 02 January 2017 - 13:08

TRENTO. Oggi i protagonisti sono i mercatini, ma sino al 1948 la folla che la domenica invadeva regolarmente piazza Fiera era una folla di tifosi che si accalcava su tribune improvvisate attorno ad un animato campo da gioco. Questo campo era per tre lati delimitato da spalti, due piccole “curve” nei lati corti e una tribuna più lunga posta di fronte alle mura antiche della città. Le mura infatti, alte una ventina di metri erano perfette come “muro di ribattuta”. Andava così a formarsi contro le mura di piazza Fiera un perfetto “sferisterio”. Alcuni sferisteri monumentali, come ad esempio a Macerata, sono ancora perfettamente conservati e rimangono a simbolo di quello che per 400 anni è stato in assoluto lo sport più popolare di tutta la penisola: il “pallone col bracciale”, in trentino il “brazàl”. Piazza fiera era la sua arena naturale. Il tamburello, praticato ancora con grande passione, rimane a testimonianza dell'antico amore dei trentini per il pallone col bracciale e ne continua in qualche modo la tradizione come suo aggiornamento.

 

 

Le regole del gioco erano semplici. Il campo era di norma 80metri per 16, diviso in un due metà campo, occupate ognuna da una squadra. Le squadre erano composte da battitore, terzino ( due terzini nella versione a quattro giocatori) e spalla. In ogni squadra c'era poi il “mandarino” che doveva alzare la palla al battitore con precisione al momento della battuta, questa avveniva dopo una breve rincorsa presa da un'apposita passerella inclinata. Spesso il “mandarino”, viste le necessarie dote di precisione, era assoldato nelle bocciofile della città tra i migliori specialisti della bocciata. Dopo la battuta lo scopo del gioco era rimandare la palla nella metà campo avversari. Il punto veniva assegnato a sfavore se la palla non superava la metà campo, usciva dal lato lungo del campo, o faceva più di un rimbalzo. Il punto era assegnato a direttamente a favore quando la battuta o l'eventuale ribattuta erano talmente forti e precise da superare l'intero campo di gioco e uscire dal fondo del campo avversario nello spazio posto tra le bandierine che limitavano il lato corto, allora si guadagnava un punto: questa giocata spettacolare, sicuramente la più amata dagli spettatori, era chiamata “volata”, un colpo paragonabile fuoricampo del baseball. Per ribattere la palla di cuoio i giocatori indossavano un bracciale in legno di quercia anatomico che copriva l'intero avambraccio. Il bracciale aveva più di 100 punte piramidali intagliate nel legno che aiutavano ad indirizzare il colpo.

 

La palla col bracciale ha goduto di immensa popolarità a partire già dal XVI, per diventare passione sfrenata nei secoli XVIII e XIX, ed è stato il vero antesignano dei moderni sport di massa, loro precursore sotto ogni loro aspetto . Nell'epoca d'oro del pallone col bracciale i suoi giocatori divennero tutti professionisti e pagati esageratamente. Per una sfida singola un buon giocatore poteva guadagnare fino a 600 scudi quando un buon stipendio era di 25/50 scudi annui. Circolavano poi gadget, come per esempio le statuette di gesso dei giocatori più famosi che i tifosi collezionavano e adoravano. Intorno a questo sport girava anche un'immensa macchina delle scommesse. Si racconta che introno al 1850, a Finale Ligure, per una singola sfida si arrivarono a scommettere in una sola ora il corrispondente di 5000.000 euro odierni. Uno scommettitore si presentò al campo addirittura con un secchiello pieno d'oro. Infine nel segno della miglior tradizione contemporanea dopo lo sport la seconda passione dei campioni di pallone col bracciale era quella per le donne: dopo ogni sfida era d'obbligo una serata in locanda attorniati da ragazze per festeggiare una vittoria o curare una sconfitta.

 

Goethe e Leopardi erano grandi appassionati di palla col bracciale e si narra che pure i garibaldini in marcia verso Venezia, dopo la caduta dello Stato Pontificio, per poco non rischiarono di farsi sorprendere dalle truppe nemiche perché si attardarono per assistere ad un'importante sfida tra le squadre di Castiglion Fiorentino e Monte San Savino, un derby attesissimo.


A Trento la squadra delle Androne, che faceva capo all'Unione Ginnastica, intorno al 1920 era decisamente ancora la più rappresentativa. I giocatori più conosciuti erano allora l'Enderle, il Benedetti, e il Morandini. Il loro campo da gioco era appunto quello di piazza Fiera. Qui avevano luogo partite agguerritissime contro i rivali regionali, giocate spesso in vista delle sfide più impegnative che vedevano le migliori squadre scontrarsi poi contro quelle quelle Liguri, Piemontesi,Toscane, regioni dove si trovavano veri maestri di questo gioco.

 

A memoria l'ultima guardia della palla col bracciale alle Androne fu rappresentata dai Kattmajer. La squadra era formata dai tre fratelli Tino, Bepi e Francesco e riuscì intorno 1935 a riportare questo sport a grande popolarità prima della definitiva scomparsa. I tre fratelli avevano come mandarino il padre, ex acrobata, precisissimo nei lanci e fondamentale anche come allenatore. Tra le ultime epiche sfide che si tennero nel campo di piazza Fiera ci furono quelle contro i rivali storici del Nomi dei fratelli Grigoletti, o contro l'invincibile Aldeno dei Tonini. I Kattmajer riuscirono a battere i Tonini di Aldeno una sola volta, in una di quelle sfide eccezionali che richiamavamo un grandissimo pubblico. Durante questi incontri eccezionali dalla cima delle mura di piazza Fiera che delimitavano il campo, in concomitanza della metà campo, veniva, all'altezza di venti metri, tirato uno spago e al centro era appesa una scatola di cartapesta con dentro due colombi. Questa scatola rappresentava praticamente l'apice perfetto per parabola della battuta. Se un giocatore era cosi bravo da riuscire a colpirla i colobi sarebbero caduti in campo e si sarebbe in automatico assegnato il punto.

 

Oggi altri sport hanno sostituito il pallone con il bracciale nel cuore dei tifosi, ma le norme codificate nei secoli da questa passione centenaria, come ad esempio i momenti di folklore, il divismo dei protagonisti, le scommesse, i compensi esagerati e spesso sperperati dai campioni, le rivalità agguerrite e fratricide fra tifoserie, tutte queste norme sono sopravvissute e sono rimaste intatte così che il più grande sport dei nostri giorni per poter assurgere velocemente a nuovo mito popolare non ha dovuto fare altro che replicarle fedelmente.

 

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