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Rischio estremismo, la Polizia Penitenziaria: "Carceri ad hoc e serve formazione per gli agenti contro la radicalizzazione"

Il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria denuncia la mancanza di agenti al carcere di Spini e questo "mette a dura prova il controllo di comportamenti estremisti nella struttura". Tra le proposte anche quella riservare nei concorsi per agenti dei  posti ai figli degli immigrati di terza generazione che conoscono l'arabo e che potrebbero essere molto utili anche per fare prevenzione. 

Di Giuseppe Fin - 08 January 2017 - 07:30

“A Trento ci sono grossissime difficoltà ed è messa a dura prova il controllo della radicalizzazione dei detenuti di fede islamica perché gli agenti di polizia penitenziaria sono costretti a lavorare spesso sotto il livello minimo di sicurezza”. Sul rischio terrorismo con l'estremizzazione dei detenuti nelle carceri a intervenire è Donato Capece, segretario del Sappe, il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria che sottolinea le difficoltà degli agenti in forza presso il carcere di Spini di Gardolo per il controllo della situazione.

 

Il Sappe, come già fatto diverse volte, torna a puntare il dito sull'organico insufficiente. “In organico – spiega Capece – ci dovrebbero essere 214 persone invece ad oggi, secondo i dati che abbiamo, attivi presso il carcere di Trento sono 139. Ci sono 75 agenti in meno di quanti ne servirebbero e questo va a pesare sulla capacità anche di controllare l'eventuale rischio di diffusione di idee estremiste all'interno della struttura”.

 

Sempre secondo i dati forniti dal Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, all'interno del Carcere a Spini di Gardolo sarebbero presenti 330 detenuti e di questi 89 imputati e 241 condannati.

 

Dottor Capece, per quanto riguarda il rischio di estremizzazione dei detenuti come avviene il controllo all'interno del carcere da parte degli agenti?

“Il nostro controllo consiste nel vedere il cambiamento di vita che avviene in un determinato soggetto. Mi riferisco ad un cambiamento negli atteggiamenti, al diventare fondamentalista, si fa crescere la barba, atteggiamenti che indicano un cambiamento di status e che abbracciano una ideologia che non è più quella del rispetto dell'islam come religione ma entra in un'altra dimensione”.

 

All'interno del carcere c'è il rischio di proselitismo?

“Il rischio noi lo abbiamo già denunciato. Oggi in molti dicono quello che avevamo fatto presente in passato. Quando si cambia atteggiamento nei confronti di tutti i detenuti, passando da una vigilanza statica ad una vigilanza molto allentata, è chiaro che diventa facile influenzare i soggetti più deboli da parte di soggetti che hanno un rapporto psicologico più forte”.

 

Cosa bisognerebbe fare per evitare questo?

“Noi condividiamo l'idea proposta dal governo francese. Io ritengo che questi soggetti debbano essere estromessi e collocati in carceri ad hoc. In Italia abbiamo oltre 300 di questi soggetti osservati perché abbracciato il radicalismo. Questi, compresi quelli sotto sorveglianza a Spini di Gardolo, andrebbero isolati e coinvolti in un'azione di recupero e rieducazione anche grazie all'aiuto degli Imam”.

 

Gli agenti di Polizia Penitenziaria sono pronti ad affrontare questi pericolo di radicalizzazione all'interno delle carceri?

“Purtroppo su questi temi l'amministrazione penitenziaria arriva tardi. Agli agenti viene fatto un corso di formazione che dura pochi giorni. Noi chiediamo una specifica formazione. Per i nuovi agenti chiederemo la possibilità di privilegiare la conoscenza della lingua francese ed inglese. Addirittura lancerei dei concorsi dove siano riservati dei posti ai figli degli immigrati di terza generazione che conoscono l'arabo e quindi molto utili anche per capire meglio la situazione e fare prevenzione. La formazione e fondamentale. Non servirebbe solo isolare i detenuti ma occorre un'attività di rieducazione”.

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