Amore, psiche, una donna e una bomba
La "Bella stagione"! del Teatro Portland inzia venerdì 26 con lo spettacolo "La moglie", prodotto dall'Elfo, nel quale Laura Spanò tratteggia la figura e la mente di Laura Capon , la compagna di Enrico Fermi. Il premio Nobel che lavora al Progetto Manhattan, che porterà all'atomica, e lei non può che interrogarsi sul mistero che avvolge le ricerche del marito

TRENTO. La "Bella stagione" del Teatro Portland va ad incominciare. E si inizierà alla grande - venerdì 26 - con una produzione dell'Elfo, il teatro che da Milano ha fatto e fa una buona parte della storia della prosa nazionale che si caratterizza per senso e coraggio. Il debutto della nuova stagione del Portland, spazio piccolo per un grande impegno artistico e cultural/sociale vista l'impronta civile degliu spettacoli proposti, sarà "La moglie", la piece che la brava Cinzia Spanò dedica al Laura Capon, la moglie di Enrico Fermi,, il fisico della bomba, (atomica).
A Los Alamos, nel deserto, mentre il premio Nobel lavora al “Progetto Manhattan”, la moglie, lontana da casa e dagli affetti, non può che interrogarsi sul mistero che avvolge le ricerche del marito. Il testo dunque intreccia sapientemente tre piani. La vicenda personale di Laura Fermi, costretta a scappare dall’Italia in seguito alle leggi razziali, relegata a Los Alamos, al ruolo di “moglie di”, nella posizione subalterna di chi non può sapere. La storia del mondo che rotola inesorabilmente verso la tragedia della bomba atomica. Il mito di Amore e Psiche, che ci ricorda come è difficile e pericoloso guardare nelle profondità dell’essere amato.
Siamo nel 1942. Stati Uniti, New Mexico. In pochissimi mesi viene costruito in mezzo al deserto un laboratorio scientifico, e attorno a questo laboratorio abitazioni per ospitare le famiglie degli scienziati che vi lavorano. Nasce così una cittadina senza nome, senza indirizzo, non segnata sulle mappe, alla quale non è possibile accedere senza speciali permessi e dalla quale non è possibile uscire. Non ci sono telefoni e tutto è presidiato e strettamente controllato dai militari americani. È quello a cui gli scienziati stanno lavorando nel laboratorio a essere oggetto di tanta segretezza.
Nessuno sa di che cosa si tratti. Il mondo è in guerra. E in guerra il livello di massima segretezza prevede il divieto di parlare del lavoro persino alle proprie mogli. Esse, come Psiche, in quella cittadina lontana e senza nome attendono che arrivi la sera per incontrare i loro mariti di ritorno dal laboratorio. E, come Psiche, anche a loro viene chiesto di non conoscere fino in fondo il vero volto dell’uomo che hanno sposato.
Il mito racconta che la fanciulla una notte prende un piccolo lume e si prepara a far luce sul volto del suo sposo, sceglie di disobbedire, sceglie di conoscere. E così anche La Moglie vuole scoprire cosa si nasconde dietro al segreto di suo marito. Un segreto che ha cambiato per sempre la storia degli uomini e sui cui moventi e conseguenze non smettiamo ancora oggi di interrogarci.
Ecco una delle tante buone recensioni dello spettacolo.

Un drappo scuro sullo sfondo, come una cappa. Tre sedie in scena, veli di cellophane. Tre storie s'intersecano: quella di una donna nella penombra di una verità rintanata; quella di un mondo sull'orlo di un dirupo; e poi il mito di Amore e Psiche, a conferire alla storia un alone immaginifico, a ribadirne l'essenza attraverso l'allegoria.
Flashback come istantanee in bianco e nero ingiallito.
Luci cangianti, remote o diffuse, dosate da Giuliano Almerighi, illuminano le pupille della protagonista, infieriscono sui suoi occhi incavati. È un indistinto di palco e pubblico, tra ilarità e commozione.
C'è il sottofondo vocale visionario dell'artista americana Meredith Monk: sensazioni e turbamenti misteriosi, capaci di rappresentare le trepidazioni di ciò che è eternamente umano. Anche le altre musiche di questo spettacolo (le note espressioniste dei berlinesi Einstürzende Neubauten, le atmosfere eteree dei Pink Floyd) scavano a riesumare gli strati atavici del subconscio, fissando una sorta di atemporalità universale.
In "La moglie" Cinzia Spanò propone, con la regia di Rosario Tedesco, una storia di quasi un secolo fa, drammaturgicamente ben scritta.
Silenzi e suoni limpidi. Personaggi lontani ma vividi. Frammenti esistenziali di un'epoca remota. Piccole biografie s'intrecciano con la grande Storia: il fascismo, le leggi razziali (Laura era ebrea), il disegno imperialista dell'Asse Roma-Berlino-Tokyo, la seconda guerra mondiale, le bombe atomiche sul Giappone. Ma l'eco delle città distrutte, della Storia in frantumi, qui è sibilo tenue.
Il ritratto di Laura Capon Fermi resta nella memoria. Attraversa, come in una gora, presente e passato. Divaricata tra fasci luminosi, la protagonista ripercorre un amore sovrastato da un destino inesorabile. Con un mix d'ironia, fascinazione e devozione, Laura descrive Enrico: un uomo non privo di abitudini bizzarre, animato da un'inesauribile sete di conoscenza. Ripercorriamo l'innamoramento, il matrimonio, l'assegnazione del Premio Nobel, la decisione dei coniugi Fermi di partire per gli Stati Uniti per non rientrare in un'Italia tetra di totalitarismo e antisemitismo.
Ma anche l'America è labirinto di perdizione: Enrico Fermi è coinvolto sempre più direttamente nell'operazione Manhattan per la creazione della bomba atomica. La famiglia è segregata nel remoto villaggio di Los Alamos. L'autocensura regola i rapporti tra i due coniugi circa gli esperimenti nucleari. La verità è sfuggente, come lo zucchero che Laura a un certo punto rovescia dalla teiera sul palco. La vicenda è una sequela di elusioni e ipotesi.
Laura. Che decide di non sapere per sopravvivere. Che come Psiche nella favola di Apuleio, sceglie di non svelare il volto coperto d'oscurità del misterioso amato. E come Psiche, tuttavia, sente progressivamente affiorare il bisogno di verità, che prevale sul nascondimento.
Il monologo è una combinazione allegra e tormentata di frammenti biografici, memorie e pillole di scienza. C'è il divertimento per le stranezze dei fisici e l'ammirazione per le loro realizzazioni. C'è il tormento per quella creatura magnifica e mostruosa che sta per librarsi dalle sabbie di Los Alamos, illuminando il mondo di radiazione sinistra. Cinzia Spanò dà volto ed emozioni a Laura Capon Fermi. Ne incarna ed esprime forza, intelligenza e benevolenza. Sprigiona il chiuso delle sue elucubrazioni.
Stupisce il turbine di sentimenti che traspare dagli occhi ora spiritati e gioiosi, ora tristi, smarriti, sbigottiti. Più la verità si definisce, più le pupille dell'attrice si dilatano. Il volto cereo si trasfigura sotto bagliori lunari. Gli sguardi sono abbacinati. Cinzia Spanò è tanti momenti della stessa donna. La sua danza silenziosa è una liturgia di movimenti e gesti. Ogni sentimento, ogni vibrazione emotiva, trasfigura il suo volto. Un monologo, una sola attrice. Non c'è trucco né travestimento. Eppure quest'attrice è irriconoscibile tra una sequenza e l'altra.












