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La tragedia che da 20 anni invoca giustizia

Venerdì 12 alle 20.45 al teatro di Villazzano Mario Cagol si affida a Mirko Corradini per "Ciò che non si può dire, il racconto del Cermis", tratto dal lavoro di Pino Loperfido. Il popolare comico veste l'abito del narratore della memoria e della denuncia a 20 anni di distanza da quel gioco da bulli dei piloti americani che tranciarono i cavi della funivia

Pubblicato il - 10 ottobre 2018 - 18:49

TRENTO. La strana coppia per una prova teatrale ispirata all'impegno civile. Venerdì 12 al teatro di Villazzano Mario Cagol sveste i panni del comico e indossa quelli del narratore/attore che si misura con un tema tanto serio, quanto delicato e radicato nella memoria più triste del Trentino. Tratto da “Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis” di Pino Loperfido, lo spettacolo che avrà come protagonista Mario Cagol è costruito sulla regia di Mirko Corradini, direttore artistico del teatro di Villazzano e anima di Estroteatro. In scenanche Alessio Zeni al quale sono affidate le musiche originali del monologo.

 Il 3 febbraio 1998, un aereo Prowler della base militare U.S.A. di Aviano (Pordenone) trancia di netto i cavi della funivia del Cermis, in Trentino; una cabina precipita nel vuoto causando la morte di tutte le venti persone che vi erano a bordo. In questo monologo il racconto è affidato ad un protagonista, il manovratore del vagoncino che saliva verso la stazione intermedia, che restò appeso nel vuoto per un tempo indefinito, prima che un elicottero riuscisse a portarlo a terra.

 Il Cermis è ormai sinonimo di strage, ma è anche il paradigma della tenace volontà della gente di Cavalese di non restare schiacciata sotto un vagoncino, giallo o rosso che sia, né di essere appesa a quel filo tranciato un pomeriggio d’inverno da chi giocava a fare la guerra come davanti ad un videogame.

 Il protagonista, Francesco, è in una posizione “privilegiata”; spettatore unico, un inviato speciale sulla scena del disastro che improvvisa una telecronaca in diretta. Quest’uomo solo, nella cabina vuota, con la morte che gli passa talmente vicino diventa il paradigma della solitudine umana, di una certa incomunicabilità. Del fatto che le persone pensano talmente poco al loro destino e quando lo fanno è perché sentono di esserci arrivati di fronte, di averci sbattuto il naso sopra. A quel punto non c’è più tempo per fare né dire niente.

“Il racconto del Cermis” è la riproposizione di un disastro che ancora oggi – a vent’anni di distanza – urla vendetta al cielo e ci conferma – se mai ce ne fosse ancora bisogno – quanto gli esseri umani siano spesso vuote pedine in mano al Potere più cieco e prepotente.
 

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