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Sul palco l'umano desiderio di voler vivere un'altra vita. E non riuscirvi

Venerdì 21 al teatro di Villazzano il secondo spettacolo della stagione che è stata dedicata ai lavori di registi che hanno partecipato e in alcuni casi vinto il festival internazionale di regia che quest'anno ha visto reinterpretare De Andrè. In scena Vania, il capolavoro di Checov trasportato in un presente di fascino e di impatto dalla felice direzione di Stefano Cordella

Pubblicato il - 19 dicembre 2018 - 16:11

TRENTO. Prosegue con una vera chicca la stagione che al Teatro di Villazzano è stata costruita da Mirko Corradini e dal suo team offrendo il palcoscenico ad  alcuni dei più validi registi che negli anni passati hanno partecipato alle fasi finali (e spesso vinto) del Festival internazionale di regia Fantasio, un must quasi ventennale nell'offerta di Estroteatro e oggi un punto fermo di orgoglio e soddisfazione nella proposta del teatro di collina che inanella record di pubblico in grande e allegra scioltezza.

 

 Il Fantasio - che qualche settimana fa ha chiuso la sua ultima edizione assegnando la vittoria alla creatività  con la quale Michele Segreto ha materializzato il De Andrè di Bocca di Rosa  depurandolo di ogni didascalia per cercarne l'essenza lungimirante - quest'anno raddoppia. Resta il festival, in crescendo di coraggio perchè ci vuole coraggio a proporre ai registi una canzone piuttosto che un autore o un testo classico.

 

 Ma oltre al festival c'è - appunto - la stagione di Fantasio, affidata a chi il Fantasio l'ha vissuto con intensità e poi ha continuato la sua strada dietro le quinte esplorando i più diversi territori di una prosa  spesso innovativa e per lo più contemporanea.

 

 Dopo il magnifico debutto della stagione Fantasio con La Locandiera – Esprit de pomme de terre di Andrea Saitta (vincitore del festival nel 2017),  tocca alla Compagnia Oyés andare in scena con Vania, per la regia di Stefano Cordella (vincitore del festival nel 2015).

 

Vania racconta le paure, le frustrazioni e il senso di vuoto dei nostri tempi attraverso una drammaturgia originale costruita a partire dai temi e dai personaggi principali di Zio Vanja, uno dei capolavori di Anton Cechov. “Tutti, finché siamo giovani, cinguettiamo come passeri sopra un mucchio di letame. A vent'anni possiamo tutto, ci buttiamo in qualsiasi impresa. E verso i trenta siamo già stanchi, è come dopo una sbornia. A quarant'anni poi siamo già vecchi e pensiamo alla morte. Ma che razza di eroi siamo? Io vorrei solo dire alla gente, in tutta onestà, guardate come vivete male, in che maniera noiosa. E se lo comprenderanno inventeranno sicuramente una vita diversa, una vita migliore, una vita che io non so immaginare”.  Così scriveva Anton Cechov in una delle sue lettere. Ed è proprio dalla stessa pervasiva sensazione di stagnamento e immobilismo che è nata la necessità di questo lavoro.

 

 La vicenda si svolge in un paesino di provincia e ruota attorno alla figura del Professore, tenuto in vita da un respiratore artificiale. Non vedremo mai il Professore ma le tragicomiche conseguenze che la sua condizione produce sul resto della “famiglia”: la giovane moglie Elena, il fratello Ivan, la figlia Sonia, il Dottore. Come in Zio Vanja anche i nostri personaggi sentono di non vivere la vita che vorrebbero. Ma la spinta al cambiamento deve fare i conti con la paura di invecchiare, le rigidità, i sensi di colpa, il timore di non essere all’altezza.

Oyés è una giovane compagnia, nata nel 2010 dall’incontro di nove ex-allievi dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano: Umberto Terruso, Stefano Cordella, Fabio Zulli, Dario Sansalone, Dario Merlini, Daniele Crasti, Francesco Meola, Andrea Lapi e Max Mastroeni. Con il tempo sono rimasti in sette con idee estremamente chiare sulla loro poetica (come dichiarano sul sito della compagnia): «Cerchiamo di fare un teatro per come lo vorremmo vedere, portando avanti una realtà in cui ci identifichiamo, che riconosciamo. Il desiderio che ci spinge è quello di fare teatro per il pubblico, per la gente, con strumenti chiari, concreti e semplici raccontando storie che diano spunti di riflessione a chi le ascolta». Dopo Effetto Lucifero (con cui vincono il premio Giovani Realtà del Teatro 2010), Assenti per sempreLuminescienz – La settaAnton – Scherzo in un atto, Va tutto bene e Vania (premio Giovani Realtà del Teatro 2015), continuano il loro percorso all’interno dell’universo cechoviano.

 

Ecco come  Fausto Malcovati  ha parlato dello spettacolo. mUn bell’esempio di cosa si possa fare con Cechov è il lavoro fatto dalla compagnia Oyes, vincitrice con questo spettacolo del Premio “Giovani realtà del teatro 2015”. Un lavoro collettivo, coordinato dal regista Stefano Cordella, a cui ha partecipato tutta la compagnia.
Hanno preso Zio Vanja, lo hanno ambientato in una cittadina di provincia italiana non meglio identificata, hanno tolto di mezzo il professore, che è agonizzante in una stanza accanto e di cui si sente come basso continuo per tutto lo spettacolo il rantolo dovuto al respiratore artificiale, e hanno reinventato i quattro destini di Vanja, della nipote Sonja, della moglie del professore Elena e del dottor Astrov: vivono oggi, si vestono come ci si veste oggi, parlano come si parla oggi, sono inquieti come si è inquieti oggi, falliscono come si fallisce oggi.

 

 Hanno conservata intatta una sola scena: quella del quarto atto in cui Vanja e Astrov si confrontano, constatano il disastro delle loro vite con una lucidità, un’accettazione che non ha tempo. Sì, si dicono, non abbiamo concluso niente. Così è. C’è rimedio? No, è tardi. Allora? Che possiamo ancora fare? Non serve la morfina (o la coca, o Lsd, o l’ecstasy) che Vanja ha portato via dalla valigetta-pronto soccorso di Astrov. Lo sanno tutti e due, lo sappiamo anche noi. Ma noi, come loro, siamo ancora tentati dalla fiala o dalla dose.

 

 Le vite degli attori di Oyes (tutti bravi, originali, intensi, insoliti, da Francesca Gemma, una Sonia spassosa, aggressiva, a Umberto Terruso, Doc cioè Astrov, al divertente Fabio Zulli, Ivan) sono curiose varianti di quelle cechoviane, ma hanno lo stesso sottofondo: voler vivere un’altra vita e non riuscirci. E anche il finale, in cui Sonia e Ivan si ritrovano a ripetere la stessa routine di sempre, è cechoviano, anche se rovesciato, senza invocazione alle stelle e a un al di là che consolava comunque poco anche cent’anni fa.

 

 

 

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