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Dal teatro in apnea lo spettatore esce cercando l'aria salubre del confronto

Ha debuttato aprendo la Grande Stagione e Altre Tendenze "19 luglio 1985" la produzione del Centro Santa Chiara che ha regalato una lettura atipica, irrituale e sanamente divisiva dell'orrore di Stava. Una scena senza parole ma piena di rumori, nebbie e polveri, luci sapienti, inquietudine, voci di un coro nascosto che richiama la tragedia greca ma forse fa pensare al "pianto greco" di chi immola la natura e la vita al dio soldo. 

Di Carmine Ragozzino - 08 novembre 2019 - 18:48

 

TRENTO. In teatro non vale il detto “parla come mangi”. Se così fosse la prosa sarebbe ferma alla socialità - fondamentale ma poco artistica – dei primi filo-drammatici. Il teatro deve spiazzare. Deve osare. Se non lo facesse, se fosse solo accondiscendenza o furbizia per coccolare il pubblico di bocca buona, il teatro rischierebbe di non svolgere per intero il suo scopo principale: la sveglia dei neuroni addormentati. Partendo dai sentimenti di mille forme di comunicazione.

 

 Ma questi concetti valgono anche quando il teatro si nega la parola? Valgono anche se il teatro s’affida solo a suoni, luci e rumori per sfidare gli umori? Come la mettiamo? Come reagiamo di fronte ad un rapporto tra palco, platea e palchi fatto di nebbia bianca e grigia? Come reagiamo se il teatro ci avvolge con nuvole di fredda inquietudine e di tensione? È teatro oppure è qualcosa d’altro? E se è “altro”,  opererà un’azione salvifica e rigenerante sui suddetti neuroni?

 

 La domanda non può avere una risposta facile – un sì o un no non basta – dopo aver assistito al debutto di “19 luglio 1985”. È la produzione originale – orpo se originale - con la quale Oht Teatro e Centro Santa Chiara hanno tolto dall’inesorabile dimenticatoio pubblico la tragedia di Stava.

 

 Un’azione coraggiosa: non c’è dubbio. E pure un’azione singolare se è vero che l’esperimento teatrale su Stava non celebra quegli anniversari che si ripetono rituali e purtroppo sempre più distanti dal collettivo “sentire” nei decennali, ventennali, trentennali e così via.

  “19 luglio 1985” scombina tempi e modi. Ma non è fuori tempo se rieditando la tragedia trentina del 1985 punta i fari del graticcio sulle innumerevoli  disgrazie ambientali  dei giorni nostri. E purtroppo dei giorni che verranno.  

 

 Il tempo di “19 luglio 1985” è quello di un ricordo che dovrebbe essere impegno quotidiano. Prima e dopo il fango omicida di Stava l’uomo “insapiens” (quello che governa e quello che si lascia beotamente  sgovenare) ha costretto la natura a ribellarsi mille e mille altre volte, in ogni dove. I modi dello spettacolo/esperimento?

 

  Lasciare sullo sfondo la cronaca orrenda di pochi minuti per troppi morti: limitarla a poche didascalie di dati incontrovertibili e di incontrovertibile sdegno per quanto Stava era prevedibile ed evitabile. Ma “19 luglio 1985” sembra non voler documentare. Sceglie piuttosto di materializzare il disagio, l'imbarazzo, la rabbia. Lo fa inventando un nulla scenico che riempie la scena, come se il palco fosse affollato anziché vuoto.

 

 Un’operazione, quella di “19 luglio 1985”, che esalta un lavoro collettivo, di reciproca e inusuale contaminazione. La regia di Filippo Andreatta, l’apporto drammaturgico ed esperienziale di Marco Bernardi, i non gorgheggi e le non melodie dell’Ensemble Vocale Continuum, l’illuminazione sapiente e “parlante” di William Trentini, i suoni “da lontano” messi sul pentagramma da Davide Tomat, eseguiti in affiatato anonimato.

 

 Sono professionisti di capacità indubbie e indubbio trasporto nella sfida ostica di governare i tempi teatralmente lenti di una tragedia annunciata per anni. Una tragedia consumatasi in un attimo di fragore e terrore. Raramente si è avuta in teatro una sensazione di insieme capace di amplificare le singole professionalità senza vederle prevalere l’una sull’altra. È il segno che per approcciare una storia sbifida, un argomento sbifido quale è la valanga mortale di Stava, bisogna tenere il più lontano possibile la retorica, (anche quella tecnica). È segno che si può optare per una narrazione visiva e sonora: ostica, inutile negarlo, ma efficace. Una narrazione che probabilmente darà frutti più “dopo” che “durante” lo spettacolo.

 

 Un abete senza più radici che fende l’aria a lungo – (da Stava a Vaia?), penzolando dal niente: suscita curiosità ma anche ossessione. I neon  che scendono: linee di luce fredda dentro un’atmosfera gelida di bianco via via più sporco. A Stava il fetore schiumoso – bianco – del fango si colorò di rosso. Ma il sangue in scena non c’è. Ci sono solo le ombre indistinte di una valle sepolta. Sparita.

 Appaiono e subito scompaiono le poche gigantografie di un paesaggio ammazzato in un botto tremendo: poche, perché al ricordo o alla scoperta di quell’orrore basta ognuno è chiamato a dare una propria forma. E poi rumori e musica: una disarmonia della tragedia che evidenzia il contrasto con l’armonia di una valle che dopo il vomito dei due bacini di Prestavel non c’è stata più. E infine le polifonie, il canto e il controcanto ad una natura che si fa maligna solo quando l’uomo decide di farle e di farsi male.

 

 Un coro bianco. Nella polvere bianca. Il richiamo è alla tragedia greca ma forse anche no. Forse – o così piace pensare – è il richiamo agli ipocriti “pianti grechi” di chi versa lacrime a comando dopo aver immolato ogni timore ed ogni allarme al dio soldo. O al dio potere. O al dio del chissenefrega del domani se oggi incasso.

 

 Dall’apnea non allenata di “19 luglio 1985” si torna a galla – uscendo dal teatro Sociale – cercando aria. Si esce divisi. Chi appagato dallo spiazzamento ed entusiasta nei commenti. Chi al contrario: imbarazzato e forse anche un poco irritato dall’irritualità della proposta di apertura inedita di due stagioni: La Grande Prosa e le Altre Tendenze.

 

 C’è infine chi - come chi scrive - sospende il giudizio accogliendo un consiglio ricevuto a fine applauso: metabolizzare, meditare. Anche chi scrive, infatti, è uscito dal Sociale con il bisogno di respirare. Ha respirato però un’aria salubre di confronto tra spettatori di opposte idee su quello che hanno visto. “19 luglio 1985”, dunque, può essere piaciuto oppure no. Ma ha vinto. Se un “teatro altro” produce l’effetto di non correre a casa a fine spettacolo, allora ha vinto.

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