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''Mi è venuta voglia di appellarmi all’onestà e all’intelligenza delle persone normali'', così è nata: ''Siamo tutti nello stesso barcone''

Massimo Lazzeri è attore, regista, organizzatore culturale dal suo piccolo ma vitale teatrino: il San Marco di Trento. Sta per uscire con un nuovo album “Vedi che c’è il sole” e la vignetta di copertina rimanda a quell’ottimismo fuori moda e fuori tempo che tuttavia è una piccola ancora di resistenza. Lo abbiamo intervistato via Whatsapp da un bagno di New York

Di Carmine Ragozzino - 27 giugno 2019 - 18:04

TRENTO. Oggi è dura, durissima, essere ottimisti. È il tempo della cattiveria al potere. È il tempo dei bestemmiatori con il rosario in mano. È un tempo che in troppi vorrebbero senza salvagenti. O, peggio, di salvagenti bucati e di ghigni da decerebrati. Eppure l’ottimismo resiste. Seppur ironico e, in fondo, autoironico. Massimo Lazzeri è attore, regista, organizzatore culturale dal suo piccolo ma vitale teatrino: il San Marco di Trento. Massimo Lazzeri canta: pure. Fino ad oggi ha prodotto due dischi: ci infila parole e musiche dei suoi spettacoli. O altro che gli passa in una testa aperta, per fortuna aperta, al mondo delle differenze che ci salveranno nonostante Salvini, Meloni e gli adoranti che prima o poi si accorgeranno dell’abbaglio annaspando nel mare di una realtà agli antipodi di come viene loro raccontata.

 

Tra pochi giorni - in quel 14 luglio che data la presa della Bastiglia e l’affermazione di una rivoluzione piena di buono e di brutto come tutte le rivoluzioni - Massimo Lazzeri farà uscire il suo terzo disco. Autoprodotto per sfizio, convinzione e per necessità di raccontare e raccontarsi. Si chiamerà “Vedi che c’è il sole” e la vignetta di copertina rimanda, appunto, a quell’ottimismo fuori moda e fuori tempo che tuttavia è una piccola ancora di resistenza. Lui, il Lazzeri, sta in pentola. Sotto brucia il fuoco del “siamo lessi” – sarebbe “siamo fritti” ma fa lo stesso. Epperò c’è il sole. C’è speranza. Eccolo l’ottimismo inguaribile che non significa né leggerezza né menefreghismo. Lo si capisce dal brano che Massimo Lazzeri ha appena diffuso sui social come antipasto del disco.

 

Si chiama “Siamo tutti sullo stesso barcone” ed ha raccolto subito un notevole numero di visualizzazioni oltre una buona quantità di commenti tra il ringraziamento e l’elogio. “Siamo tutti sullo stesso barcone” – stile perfettamente autorale dove la parola prevale sulle note che pure ricamano rispettose – non è l’improduttiva reazione uguale e contraria all’insensibilità e all’egoismo anti disgraziati. Anti immigrati. Lazzeri parla di chi affronta un viaggio per la vita – che può costare la vita – perché altro non può fare. Ma nel taccuino su cui ha scritto il testo non c’è retorica, né pietismo, né schieramento, né appartenenza. C’è – e qui sta il buono della canzone – l’aggrapparsi alla speranza che la ragione debba comunque prevalere. “Ma cosa vuoi che capisca io che sono nato e cresciuto in questa fetta di modo benedetta da Dio. Cosa vuoi che ci capisca. Di tutto quello che ti passa per la testa. Cosa vuoi che ci capisca se non so neanche cosa resta di tutto quello che il mare potrà contenere portandoci via con sé”. E ancora: “La vita è una partita di scacchi, prima di agire bisogna pensare. La vita è una partita di calcio, da solo non ci puoi giocare”.

 

Ecco, sul barcone, ci dovremmo stare anche noi che viaggiamo comodi – anche low cost – con un biglietto di andata e ritorno. Noi che le onde le fotografiamo. Noi che non le temiamo perché il Titanic è solo un film anche quando migliaia di Titanic grandi come canotti affondano il diritto alla sopravvivenza e alla dignità di milioni di comparse del mondo diseguale. Lazzeri non fa lezioni. Si limita – cantando – a sottolineare un ovvio che ovvio non è più: “Tutti immigrati, tutti clandestini. Tutti pesci e tutti gabbiani. Diversi passati. Diversi destini. Siamo tutti esseri umani”.

 

Lo raggiungiamo, l’autore, attraverso un’esilarante chiamata Whatsapp. Lui sta a New York. Ci va da sempre, da quando frequentò una scuola di teatro che è diventata scuola di solide amicizie. Ora è lì “anche” per il Gay Pride mondiale dove farà il volontario dell’acqua e dei panini dopo avere presentato l’indimenticabile “Pride” trentino. Scrivendoci, anche un anno fa, una canzone. Dedica militante. La telefonata è divertente perché è un’intermittenza che la dice lunga sul mondo connesso sì ma sempre più sconnesso. Dopo vari tentativi, dopo voci metalliche e dall’aldilà, Lazzeri va in bagno. E la linea, miracolosamente, prende. Insomma, si concorda che è un “cesso di connessione”. Nonostante l’America.

 

Com’è? Adesso fai politica? Fai il buonista e l’anti patriota cosmopolita?

 

“Macché, faccio quello che ho sempre provato a fare sopra, sotto e dietro il palco. Invoco buonsenso, umanità, rispetto e ragione. Penso a voce alta sperando che il pensiero libero non venga definitivamente ucciso dalle frottole e dalla boria”.

 

E dunque?

 

“E dunque ho sentito un necessità tanto forte e tanto devastante da impormi di fermare il disco ormai in uscita per inserirvi questo brano. Nell’aprile scorso sono stato in Eritrea. Da lì vengono in tanti a morire in mare. Viaggiare è capire. O provare a capire. Vedi quella gente più magra dei cani pelle ed ossa, cogli l’ingiustizia della miseria e della dittatura. Lì non gridi all’invasione. Non cerchi il cemento per alzare muri. Lì ti chiedi solo cosa hai fatto tu per nascere ricco anche quando non sai come sbarcare il lunario”.

 

E allora la canzone.

 

“È venuta di botto: dolorosa ma obbligatoria. Mi è venuta voglia di appellarmi all’onestà e all’intelligenza delle persone normali. Certo non mi è venuta voglia di fare un comizio”

 

Ed in effetti anche il video non indugia sulla disperazione che pure si intuisce, che pure si respira.

 

“Diego Monfredini, l’autore del video, mio ha portato ad Ostia. Davanti al mare e davanti ad un ambiente che parla da solo del viaggio e dell’ignoto. Oggetti, simboli, persone: erano lì come se avessimo costruito un set perfetto. Ma erano solo realtà”. Devo ringraziare Diego ma anche Federico Groff, Fabio Zanon e Fabio de Pretis, (musica e cori). Si fa così, no?''

 

Si fa così. Ma adesso, a brano uscito e disco in uscita, che farai? Mica vorrai guadagnare sulle disgrazie altrui.

 

“Faccio quello che ho sempre fatto. Canto le mie canzoni nei miei spettacoli. E poi le porto davanti al pubblico degli house concert, i concerti casalinghi che faccio per chi mi invita, ha voglia di sentirmi e semmai di discutere”.

 

Ecco, mi è venuto il termine. Sei un artista social. Anzi, “sociale”.

 

“Beh, sì. Il teatro, i concerti a tu per tu tra un bicchiere e un piatto di pasta. Mi basta. E non mi arricchisco se non di rapporti. Ma, umilmente, dico che c’azzecchi. Nel disco l’impegno s’alterna al leggero. Parlo di anni di piombo e di olocausto – riprendendo i miei spettacoli, ma anche di diversità e di aspetti meno inquietanti della vita”.

 

Probabilmente non parli a vanvera se è vero che hai trovato delle belle collaborazioni.

 

“Certo, a Pippo Pollina ho mandato un testo e s’è prestato a fare il cantante, per la prima volta. Lui che è cantautore di gran classe. Daniele Groff ed Elisa Amistadi mi hanno prestato le voci con entusiasmo. Cosa chiedere di più?”.

 

Forse puoi chiedere di segnarsi la data dell’uscita di “Vedi che c’è il sole” e di continuare a cliccare il video di “Siamo tutti sullo stesso barcone”. In fondo oltre a questo “cesso di connessione” condividiamo una certezza: l’arte non cambia il mondo ma può migliorarlo. Tu mettici il teatro e la canzone. Io azzardo uno slogan: l’emozione incide più di una mozione.

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