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Ottuagenario sì, ma mito indiscusso

Venerdì 19 la rassegna Transiti del Centro Santa Chiara si conclude a Sanbapolis ospitando Terry Riley, capostipite riconosciuto di quel minimalismo musicale capace di ispirare gruppi per decenni. Con il figlio Gyan alla chitarra l'occasione di capire come e quanto le note possono essere insieme ricerca, sorpresa e spiritualità

Pubblicato il - 17 aprile 2019 - 08:32

TRENTO. La quarta edizione di Transiti, rassegna del Centro Servizi Culturali S. Chiara che indaga l’attualità musicale ed esplora nuovi territori sonori, si conclude con un evento prestigioso. Venerdì 19 aprile, alle ore 21, sul palco del Teatro SanbàPolis di Trento salirà infatti - accompagnato dal figlio Gyan - il compositore statunitense TERRY RILEY, capostipite riconosciuto del minimalismo.

   Nato a Colfax (California) nel 1935 e diplomato in composizione presso l’Università di Berkeley nel 1961, durante quel decennio Terry Riley definì i contorni del genere attraverso opere leggendarie quali “In C” e “A Rainbow In a A Curved Air”, divenendone padre fondatore al pari dei più celebrati Steve Reich e Philip Glass. Sua massima fonte d’ispirazione è stata in seguito la musica indiana, di cui approfondì la conoscenza con il maestro Pandit Pran Nath, che lo spinse ad abbracciare il misticismo. «La ragione primaria della musica è la spiritualità.

 

  La musica ci dice chi siamo. – ha confessato Riley durante un’intervista concessa a Repubblica.it - Per me religione significa riconoscere da dove la musica viene, e la musica viene dalla natura. Interpretare e riprodurre la natura significa captarne le vibrazioni e trasmetterle in forma di suoni. Non sono religioso nel senso stretto del termine, non ho una fede particolare. Ma sono una persona che conduce una vita spirituale, cercare Dio è per me cercare il contatto con la natura e la musica è l’espressione di questa mia ricerca».

   Nell’arco della sua carriera l’artista californiano ha saputo esercitare un’influenza enorme sul corso degli eventi musicali: dalla scuola elettronica tedesca dei “corrieri cosmici” ad alcuni fra i più avveduti protagonisti del rock, come gli Who e John Cale. Ancora negli anni ’70 Riley ha realizzato capolavori in grado di fare epoca come “Persian Surgery Dervishes” e “Shri Camel”, arrivando infine in prossimità dei giorni nostri con opere ambiziose (“Sun Rings” insieme al Kronos Quartet, su commissione della Nasa) e progetti compositi (il ciclo di ascendenza ispanica “The Book Of Abbeyozzud”), concepiti nella quiete della sua dimora rurale.

   Alla veneranda età di 83 anni, Riley si esibisce ancora dal vivo con risultati egregi. «Sembra Bach che fa be bop», ha scritto il The Guardian commentando un suo recente concerto al Barbican di Londra. Ad affiancarlo sul palco è da circa un ventennio il figlio secondogenito Gyan, chitarrista assai apprezzato: “Meraviglioso ed enigmatico”, nella definizione del New York Times. «Niente di tutto quello che ho fatto in questa vita mi ha dato più soddisfazione di improvvisare su queste canzoni con Gyan – ha spiegato lo stesso Terry Riley - La sua presenza, brillante e virtuosa, mi sorprende ogni volta, e mi dona grande energia. Non avrei potuto sognare una migliore unione della mente e dello spirito in questa collaborazione».

   Nell’occasione i due propongono un repertorio basato sulle combinazioni musicali che hanno caratterizzato lo stile di Riley: strutture complesse, spesso improvvisate, contenenti elementi di minimalismo, jazz e raga indiano.
 

     

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