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Pergine, una stagione poliglotta dove la prosa parla tutte le lingue

Settimo anno di programmazione senza alcuna crisi nel matrimonio tra teatro e cultura a ampio spettro. Il dosaggio tra nomi noti e proposte non solo di palco che fanno della ricerca e dell'irritualità la propria missione. Il "dir-attore" artistico e la sua squadra hanno costruito un cartellone che ha le carte in regola per confermare e accrescere il consenso del pubblico alla gestione di Aria Teatro

Di Carmine Ragozzino - 18 settembre 2019 - 09:30

PERGINE. La crisi del settimo anno? Macché. Il matrimonio tra il teatro di Pergine e la cultura di parole e di gesti – una cultura da palco ad ampio spettro e di indubitabile valenza sociale - sfata i detti. E le dicerie.  È un matrimonio vivo. È vegeto. E’ un connubio che non sembra patire di stanchezza creativa, né del rischio dell’adagiarsi su allori che sono garantiti - anno dopo anno - da un pubblico crescente. Pubblico che è ormai geograficamente disancorato dal territorio di appartenenza.

 

 Con questi “bonus” - conquistati sul campo di un’offerta di spettacolo in costante progressione - Pergine ha cucinato il nuovo cartellone: quello degli anni 19/20. Un cartellone firmato da Aria Teatro per la parte più innovativa e cofirmato dal Comune per la parte più onerosa poiché composta da nomi noti e cachet conseguenti.

 

 È un cartellone poliglotta quello di Pergine. Le proposte si esprimono in tante lingue diverse: idiomi scenici e soprattutto tematici. Al pubblico, anzi “ai pubblici” della stagione – si propone di lasciarsi intrigare, affascinare, dalle mille diversità che animano l’universo della prosa nazionale ma anche di quella locale più coraggiosa.

 In questa Babele salvifica di registi, drammaturghi e attori – (sì, perché più offre differenze più il teatro è stimolo anziché rito) – i gestori –animatori del Teatro di Pergine sembrano orientarsi a meraviglia.

 

  Denis Fontanari – “dir-attore” artistico - e i suoi collaboratori visionano progetti, prime e repliche in ogni dove. Con dichiarata predilezione per i visionari. Questo ultimi, stagione dopo stagione, a Pergine hanno trovato spesso una gratificante dimensione piuttosto che un semplice spazio fisico adeguatamente attrezzato. Lo si è visto- ad esempio – nella prosa “a tu per tu”.

 Quella che porta lo spettatore a sedersi per essere parte integrante – (più volente che nolente) dello spettacolo.

Ma attrezzarsi per costruire una stagione vuol dire prima di tutto non crogiolarsi nel proprio gusto estetico o narrativo ma al tempo stesso non farsi dettare l’agenda da chi in teatro si aspetterebbe solo grandi nomi e testi “facili”. Una stagione può e deve essere un lavoro di dosaggio: il noto e il meno noto, la tradizione e la sperimentazione, il relax e la provocazione, il classico e il contemporaneo, il presente e un futuro che in teatro è a sua volta presente per le infinite opzioni offerte dalla multimedialità.

La stagione di Pergine va in questa direzione.

 

 Da una parte lo scoppiettare leggero della ritrovata coppia Solenghi- Lopez e dall’altra la profondità genialoide di Serena Sinigaglia che psicanalizza l’interiore passionale di coppia con i ritmi del giallo. Da una parte, ancora, il Goldoni bancarottiero che nel fare gigione di Balasso esce ed entra nel casino finanziario del presente. Dall’altra la sconvolgente “affabulazione nera” di quel Bebo Storti che è attore mai abbastanza celebrato per la sua capacità di crudezza quando si trasforma in leghista o in fascista. Così purtroppo vero, il Bebo, che fa incazzare davvero quando dà voce e smorfie al peggio del peggio.

 

 Nella stagione di Pergine una musica sensuale e ipnotica diventa la colonna sonora dell’inquietudine. Il gioco più popolare diventa la più impopolare e tragica delle truffe. È il caso di “Tango del calcio di rigore” che porta in scena la dittatura militare argentina e quella finale assurda del 78 con la quale un potere sanguinario provò a nascondere i suoi orrori dietro il tifo nazionale e nazionalista.

 C’è posto, nella stagione, anche per l’imprevedibilità di Francesco Giorda, un comico che sembra sempre lì per caso ma che quando si relaziona con lo spettatore, (i suoi show sono questo) – scatena una sindrome da dipendenza (sana). Oppure il razzismo, il bullismo e le altre schifezze del quotidiano dell’incultura sociale e politica: ne parlerà – ironia amarissima, Antonio Ornano, implorando a non guardarsi l’ombelico.

 

 Giorda, Ornano, De Carlo, Sotterraneo, CircoPanico, Elsinor e altri, tanti altri, rappresentanti di una prosa che non si mette in posa. Che sposa la danza, il circo, che incrocia i generi, li confonde e li fonde. Il gusto per la ricerca e la sperimentazione di Aria Teatro, del “dir-attore” artistico e della sua squadra, è una salutare voglia di irrituale che dà alla stagione di Pergine un segno distintivo via via sempre più comprensibile e apprezzato dal pubblico. E un altro segno è lo scambio e la collaborazione nel mondo del “professionale” trentino che sta finalmente archiviando gelosie e autoreferenze.

 

 Ecco dunque che nel “Fuoristagione” di Pergine, la mini rassegna che fa da prologo alla Stagione, c’è spazio per Evoè Teatro come per TeatroE o per TrentoSpettacoli. Passando dal Cermis ad un Otella circense per arrivare ad Hemigway.  

Si va dunque ad incominciare: dal 20 settembre.  E l’avvio dura quasi una settimana. Una settimana di prosa itinerante, coinvolgente e aggregante. Quel “Maestro e Margherita” fatto in casa – produzione Aria Teatro – è l’occasione per svelare e nobilitare ogni angolo della struttura nella sfida di una prosa non statica. 

Di dinamicità c'è un gran bisogno. La cultura - il teatro, la musica e tutte le  altre forme espressive - non la teorizzano. La praticano.

 

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