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Artisti ai tempi dei social: non abbiate paura dell'arte complessa

Ai giorni nostri la promozione social è sempre più importante, attenzione però a non farsi influenzare troppo dai numeri. Un’opera d’arte, degna di questo nome, non deve funzionare sulle piattaforme online, deve funzionare prima di tutto nella realtà. Un invito al pubblico verso l’arte complessa

Di Ismaele Nones (Artista visivo, diplomato nel 2018 all'Accademia di Belle Arti di Venezia in scultura) - 26 febbraio 2020 - 19:35

TRENTO. La nascita di artisti sui social è sempre più presente. Molti di loro credono che quello sia un canale fruttuoso. Sicuramente in parte lo è. Non esistono buoni o cattivi mezzi ma esistono buoni o cattivi usi. Il problema è che molte volte, sempre, il successo di un profilo social si misura esclusivamente sul numero di followers o di likes. Giorgio Gaber in un suo monologo sulla democrazia diceva: “in democrazia ci vogliono i numeri, e che numeri. Bisogna allargare il consenso, scendere alla portata di tutti. E un’adeguatina oggi. E un’adeguatina domani [..]. E così, quando saremo tutti scemi allo stesso modo, la democrazia sarà perfetta”. Il successo sui social funziona esattamente come il cantautore milanese descrive la democrazia. La domanda che sorge (o che tramonta) è: quanto gli artisti, come il politico gaberiano, si fanno influenzare dai numeri?

 

Molti artisti che non vengono riconosciuti dai canali ufficiali, tentano la loro riuscita sui social. Questa può essere una strada giusta e soprattutto lecita perché non sempre critici, curatori e galleristi hanno la vista lungimirante, anzi la maggior parte sono comandanti che arrivano dopo la battaglia. Questo tentativo se non accompagnato da delle relazioni nella vita reale si tramuta, come spesso accade, in mera ricerca di consenso social, trasformando gli artisti in morti di fama. E allora si dà il via alle danze con opere terribilmente instragrammabili, artisti che assomigliano a modelli di Abercrombie sporchi di vernice, o, semplicemente, a quelle fastidiose social-cronache della loro giornata tipiche più da ex-tronisti o ex-concorrenti del GF.

 

Tutto questo non è nulla di nuovo, né di eccezionale; né vuole essere una critica a chi lo fa, ci mancherebbe. Il progettare e creare opere instragrammabili, curare la propria immagine e fare le social-cronache molte volte riesce a fare breccia nel cuore degli utenti, donando il successo al profilo dell’artista. Nemmeno questo è criticabile, il mondo faccia quello che vuole e lo faccia per bene ma non venga a pretendere d’essere decretato di qualità. La qualità artistica è altra cosa.

 

Questa ricerca di consenso è presente non solo nei profili degli artisti ma anche nel mondo delle riviste d’arte online. Ricordo ancora un’email di risposta da parte di un’emergente rivista online (si dice il peccato ma non il peccatore) che mi disse che i miei articoli erano interessanti ma c’erano troppo tecnicismi e non trattavano temi sufficientemente in voga sui social. Mi dissero di utilizzare parole più comuni e di scrivere seguendo le tematiche più chiacchierate, o meglio più cliccate. Credo che una rivista dovrebbe prendere delle posizioni a favore o contro certe tematiche seguendo la propria etica, non certo l’impatto social che quest’ultima ha. Forse questo mio credo fa parte di quelle ingenue credenze che Dostoevskij in Le notti bianche dice che appartengono solo ai giovani. Questa critica mi spinse a notare come molte riviste d’arte cavalcano le onde della moda mediatica sui temi e tendono a postare solo foto di opere instragrammabili. Con il termine instragrammabile intendo tutti quei contenuti multimediali che seguono il dettame per essere decretate belle sui social.

 

Per onestà bisogna affermare che esistono delle opere che funzionano molto anche in fotografia e che quindi nemmeno l’essere un’opera instragrammabile è una colpa o un difetto. Ci sono molti artisti, mostri sacri dell’arte, che progettano e creano opere che per loro caratteristiche tecniche ed estetiche risultano essere anche instragrammabili. Quest’ultimi però sanno bene che un’opera d’arte, degna di questo nome, non deve funzionare sui social deve funzionare nella realtà. Se essa funziona anche nella sua riproduzione social si ringrazia e s’afferra ben volentieri la piacevole conseguenza. Diversamente quando un critico, curatore o gallerista inizia a giudicare l’artista in base ai contenuti sui social o un artista o rivista d’arte inizia a creare un progetto e a strutturare un percorso in base a quanto possa funzionare sui social, allora siamo di fronte ad un grosso problema e rischio.

 

Il problema non è che qualcuno tenti questo fragile, precario e ridicolo metodo per mettersi in mostra, è che qualcuno ci riesce. Il suo successo serve da monito per altri e così orde di artisti e riviste d’arte online iniziano a cercare il filone d’oro della viralità virtuale, che di norma non coincide con la qualità, costringendoci a vedere e leggere brutture, sprecando e facendoci sprecare tempo.

 

Purtroppo per qualcuno è vitale (lavorativamente parlando) avere un seguito sui social e ormai alcune realtà (sempre in aumento) dipendono sempre di più dal supporto dei loro followers. Proprio per questo non possono fare altro che sbrodolare sul web contenuti appetibili, che non sono da confondere con atti di tenerezza, ma piuttosto di necessità e poca capacità di creare arte o cultura di qualità. Facendo emergere soprattutto una totale sfiducia che il pubblico possa apprezzare contenuti non in linea alle regole estetiche di contenuto e forma dei social. Si addita spesso l’offerta culturale-artistica ma essa è dettata dalla domanda, esattamente come la propaganda, la politica e il mercato. L’offerta non cambierà perché ormai social-addicted, ma si può sempre cambiare la domanda.

 

Quindi il mio invito è a voi lettori, non abbiate paura dell’arte impegnata e complessa, o degli artisti noiosi che necessitano di una lettura più approfondita o di utilizzare il vocabolario per alcuni articoli. Non tutto è dovuto all’immediato piacere, né alla lettura semplice; perché nell’arte accade come nella vita reale, le sveltine e i bellimbusti alla lunga ti fanno credere che far l’amore sia noioso.

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