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Pensiero ed estetica. Viaggio nell'arte di Paolo De Carli e Katia Pustilnicov

In un periodo in cui il mondo artistico sembra concentrarsi sulla via dell'occupazione consumista di spazi, piuttosto che su un'analisi oculata del "bello", appare doveroso chiedere a questi due artisti che cosa significhi ancora per loro l'arte

Filtro della memoria, 2020
Di DL - 06 settembre 2020 - 18:32

BESENELLO. Ci sono alcune opere che per loro natura suggeriscono a chi le guarda di immaginare la vita dell’artista. Si tratta di espressioni artistiche che, dalla corrente figurativa a quella astrattista, lasciano scorgere elementi e dettagli del tutto personali: una corrispondenza dell’artista con il volto di un personaggio, un oggetto appartenente all’infanzia, un luogo in cui ha vissuto e che ha voluto ritrarre.

 

 

 

È questo il caso di “Filtro della memoria”, opera dell’artista trentino Paolo De Carli. Il titolo è evocativo, e se in letteratura il genere memorie è normalmente associato ad una scrittura espositiva densa di ricordi, anche nell’ambito pittorico non ci si allontana molto dal racconto personale. La dimensione di “Filtro della memoria” è serafica, senza tempo. Si affaccia alla mente un pensiero del poeta ottocentesco Arturo Graf, secondo il quale le grandi elevazioni dell’anima non sono possibili se non nella solitudine e nel silenzio. E i protagonisti immersi in questo silenzio sono la casa natale di De Carli, una brocca rossa gremita di fiori, un soldato-pastore solitario che sembra scrutare la piattezza speculare di un paesaggio surrealista

 

 

Paolo De Carli è nato a Trento. Dopo essersi diplomato all’Istituto Statale d’Arte “Alessandro Vittoria”, si trasferisce agli inizi degli anni Sessanta a Firenze, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e dà il via alla professione artistica. Negli anni definisce un’iconografia votata all’uomo, arricchita di simboli dell’epica antica e modernaOcchi chiusi (2010) ne è un esempio, memoria ad Anna Politkovskaja, Zeinab Sekaanvand e Ilaria Alpi. In Floyd (2020) un bimbo-bambolotto ammira l’orizzonte, in un’attesa che forse riprende la teatralità beckettiana.

 

 

Nel capoluogo toscano Paolo De Carli conosce Katia Pustilnicov, artista tessitrice francese diplomata ai “Gobelins” di Parigi (l’ecole de l’image, storico laboratorio di tessitura di arazzi), che diventerà sua moglie. Dopo frequenti soggiorni a Parigi, Katia e Paolo tornano a Trento, dove iniziano a frequentare gli ambienti cittadini e a partecipare a tutti quegli animati fermenti che caratterizzano la fruttuosa stagione degli anni Settanta. Nel 1968 Paolo è invitato ad esporre un arazzo alla XXXIV Biennale di Venezia.

 

 

È in questo contesto che esordisce la collaborazione fra i due, la quale ad oggi costituisce un unicum nel panorama artistico regionale, sennonché nazionale. “Il mio lavoro consiste nel traslare in arazzo l’opera di Paolo, attraverso un’attenta analisi che tenga conto dello stile e del contenuto”, racconta Katia, “ma non si tratta di una traduzione della sua pittura, bensì di un processo che è direttamente a servizio del pensiero dell’artista”. La tessitura viene eseguita a mano su un telaio verticale, in legno, ad alti licci. Katia lavora all’arazzo seguendo il cartone dell’opera di Paolo con semplicità e destrezza, i fili e le lane passano veloci fra le dita per poi infilarsi nell’ordito. È un lavoro che richiede pazienza, tecnica, sapienza. Ed è come se la pittura di Paolo De Carli assumesse nell’arazzo una forma più morbida, in cui vengono amplificati sogni e fantasie. Franco de Battaglia, giornalista e saggista, in occasione di una mostra nel 2007 ha scritto che nell’arazzo “l’espressione diventa meditazione e al tempo stesso sedimentazione, passando da un tratto individuale ad una presenza pubblica; una metamorfosi delle forme e dei linguaggi non ancora compresa a fondo”.

 

 

In un periodo in cui il focus sull'arte sembra indirizzato più sulla via dell’arredo massiccio e dell’occupazione consumista di spazi, rispetto ad una ricerca oculata del “bello”, appare doveroso chiedere a questi due artisti, che da sempre ricercano lirismo ed ispirazione in ogni più piccolo dettaglio, che cosa sia per loro l’arte. “È pensiero ed estetica”, risponde Katia, “e dal mio punto di vista coinvolge tanto la mente quanto la manualità. Tutto è cultura, ma non tutto è arte”. “La funzione primaria dell’arte è quella di fungere da riflessione, dubbio, e mai sicurezza” incalza Paolo, suggerendo che il fine dovrebbe essere quello di scindere l’espressione artistica dalla semplice vetrinistica, indagando il binomio “senso-sensazione”. E dopo questo tempo incerto, quale sarà la prossima meta dell’arte e dell’uomo? “Io penso un nuovo Rinascimento” appare fiducioso De Carli “una nuova epoca in cui si ponga al centro la sensibilità, con la consapevolezza che, come scrisse Rielke, il tempo che avanza è solo un breve passo in ciò che eterno resta”. 

 

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