Ipse Dix: Gaber, con rispetto (e amore)
Mercoledì 3 luglio Pergine Festival (al castello o in caso di maltempo in teatro) ospita il Gioele attore (ma anche scrittore e regista) che riproporrà pagine anche molte pagine inedite dell'artista lungimirante e scomodo che lo ha ispirato. Non sarà un Gaber da attualizzare: l'attualità di oggi è ancora più pessima e pericolosa di come lui la cantava/recitava con le parole e con il corpo

PERGINE. Sarà che in questo correre da beoti verso il precipizio dove sono già precipitati i valori del rispetto, del buonsenso e del buongusto non si sa più in che posto mettere al sicuro i neuroni. Sarà che c’è bisogno di una nuova e complicata resistenza, stavolta urgentemente culturale. Sarà che c’è urgenza di umanità, anche semplice ma vera. Umanità da opporre alla disumanità ignorante della politica, degli affarismi, di una socialità finta e marcia che confonde i “like” con i rapporti, i cuoricini e l’emoticon senza emozione con la partecipazione alle gioie ed ai dolori altri. E’ disumana alquanto la socialità farlocca del “social”.
Se si guarda avanti, scrutando con legittima preoccupazione anche quell’intelligenza artificiale che è già oggi in grado di sostituirsi all’intelligenza reale (potenza ma anche limiti) con un algoritmo, beh allora auguri. Se si guarda indietro però qualcosa di utile forse si può ancora raccattare. Specie se il passato – parliamo di quello artistico ma di un’arte pregna di impegno, tensione civile e morale, intensità – porta a far tappa su un personaggio che vedeva molto più lungo di quello che può garantire il re degli oculisti.

Giorgio Gaber, ovvero la lungimiranza, un passo sempre avanti a chi credeva di aver capito tutto e s’è meravigliato poi quando quel che Gaber indicava come rischio s’è avverato (specie a sinistra, ma non solo). La lungimiranza di Gaber non era profezia. Era, semmai, una capacità fenomenale di lettura critica, senza mediazioni, parrocchie e religioni, di un’Italia “che giocava alle carte e parlava di calcio nei bar”. Quell’Italia c’è ancora e continua a giovare alle carte e a parlare di calcio nei bar mentre il mondo va a ramengo e mentre chi lo amministra parla d’altro.
Quella di Giorgio Gaber era una lungimiranza scomoda prima di tutto per i soloni del suo mondo di riferimento (progressista ma senza mitizzazioni e senza militanza/militare). Per quel mondo Gaber non era un reietto ma un alieno sì perché era dura accettare “se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”. Gaber è l’artista che manca (e mancherà) di più perché la sua arte – il teatro/canzone tutto nervo, ironia amara e pure sofferenza – spazzava via la nebbia che non lascia vedere i pericoli delle ideologie (destra e sinistra, o viceversa), della massificazione dei costumi dentro mode non a modo, dell’annullamento progressivo della “persona” con tutti i suoi limiti ma anche con tutte le sue potenzialità.

L’unicità (inimitabile) di Giorgio Gaber non ammette “copie”: il ridicolo occuperebbe la scena alla prima nota, alla prima battuta o alla prima smorfia di una recitazione dove il corpo e la parola erano un tutt’uno.
Per Gaber tuttavia sono leciti gli omaggi che tanti attori (per fortuna tanti) gli dedicano riproponendolo sui palchi con l’affetto, la riconoscenza e il rispetto. Sì, perché un fatto è certo: non c’è spazio e non c’è necessità per attualizzare Gaber. Basta “rifarlo” e le canzoni di ieri (praticamente tutte negli anni del teatro canzone, suo e di Sandro Luporini) sono (e spesso purtroppo) attualità, amarezza e anche non poco schifo per come e per quanto il peggio non è mai abbastanza peggio. Basta scegliere (ma con amore, però) l’edito e qualche l’inedito della sua storia di palco, per capire che quel lombardo nasone e un po’ ingobbito sul microfono era (ed è) sempre un passo avanti sula sua epoca. E pure sulla nostra.
Sarà così anche domani – 3 luglio – per uno degli appuntamenti più significativi di Pergine Festival. A spiegare che “Per fortuna c’era il Gaber” ci sarà Gioele Dix, che dell’artista in questione è molto più che un riconoscente cultore:. “Ho imparato a essere curioso, a essere assetato di vita, come lo era lui, e anche a essere critico. Bisogna essere coraggiosi e lui coraggioso lo era». Questo dice Dix (pare uno sciolingua ed infatti l’uso sciolto della lingua unisce i due artisti) nel presentare “Per fortuna che c’era il Gaber”.
Sono le parole di un ammiratore (incuriosito e stupito) della prima ora, di un “collega” della seconda ora (artistica) e ora, oggi, di uno smarrito come tutti. Di un uomo/attore/ scrittore/regista che cerca una strada per resuscitare quella cosa ai più ormai ignota chiamata “etica”. L’etica che fu l’essenza di Gaber, il sostegno di ogni suo monologo e un ben assestato pugno nello stomaco a chi dell’etica se ne fregava all’epoca di Gaber e se ne frega tanto più oggi. Nel “trattare” Gaber senza ritrattare nemmeno una delle sue provocazioni Gioele Dix, sostenuto dalla Fondazione omonima, ha potuto contare su appunti, bozze, pezzi rimossi o ripensati e che per tale motivo non sono presenti in album e spettacoli.
Uno spettacolo dunque per larga parte di inediti per scoprire lo stesso Gaber di sempre ma diverso da sempre. Il resto lo faranno la serietà interpretativa e l’emozione: Di Dix e dei due musicisti con lui in scena, Silvano Belfiore e Savino Cesario. Un trio di sfegatati per il Gaber dell’altro ieri (Barbera e Champagne), per quello di ieri (La Libertà). Che è anche quello di domani. Lo spettacolo è previsto nella suggestione del castello di Pergine. Ma può essere che il clima sia un anti-gaberiano come troppi compagni della sua epoca. E allora si andrà in teatro: protetti dal maltempo ma non dal richiamo alla coscienza che Gaber (e Dix) non s'è mai stancato di lanciare.












