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I galleristi e i curatori hanno paura? Vorrei un mondo con più fantini e meno artisti

Per gli aspiranti artisti non avere alcuna risposta alle mail è cosa normale e piuttosto frequente. Galleristi, curatori e critici non sono necessariamente interessati, non hanno tempo o voglia per leggerle. Per questo è meglio ricevere risposte dure, perché come diceva Oscar Wilde "nel bene e nel male, purché se ne parli"

Di Ismaele Nones (Artista visivo, diplomato nel 2018 all'Accademia di Belle Arti di Venezia in scultura) - 03 febbraio 2020 - 18:12

TRENTO. Un aspirante artista incontra un curatore, critico o un gallerista nel mondo dell’arte che gli piace, ci fa due chiacchiere, gli chiede il suo contatto, gli scrive per chiedergli un parere sul suo operato e cala il silenzio. Questa storia la sento raccontare molte volte, talmente spesso che sembra normale. Eppure da sempre se due persone reali s’incontrano e uno fa una domanda all’altro, quest’ultimo dovrebbe rispondere, almeno per un discorso di causa ed effetto.

 

Nel mondo dell’arte (e non solo) questo non accade. Francesco Bonami dà una risposta che nella sua semplicità toglie ogni dubbio. Nel libro Mamma voglio fare l’artista! dice che se un curatore o un gallerista non risponde alle vostre richieste questo significa semplicemente che non è interessato. Problema risolto.

 

Anni fa durante i miei studi universitari ho seguito un workshop tenuto da Martina Cavallarin, la quale sosteneva di ricevere circa dodici portfolio al giorno. Se così fosse a tutti quei ragazzi che non ricevono risposta si potrebbe spiegare che le motivazioni sono legati a questioni di tempo e quantità. Anche l’artista Stefano Cagol durante un’intervista che gli feci anni fa mi confessò che in seguito all’enorme numero di email giornaliere si definiva, usando sue parole, un “serial killer di email”.

 

Una giustificazione alla storia iniziale potrebbe essere che ora siamo invasi dalle email e da richieste e proposte di vario tipo e a tutti non si può rispondere. Sicuramente sia Bonami che Cavallarin dicono il vero, ma si può vedere tutta la faccenda sotto un’altra luce.

 

Parlando con un artista, nel suo studio, tra una sigaretta e un caffè, mi raccontava che alcune volte gli chiedono di vestire il ruolo di curatore. La cosa che lo incuriosiva è che nei giorni successivi all'inaugurazione di una mostra da lui curata la sua email veniva oberata da portfolio di giovani artisti. Lui con una lieve smorfia di impotenza mi dice che non sa come gestirli. Mi dice che gli dispiace perché non sa come aiutarli.

 

Ovviamente lui è emotivamente coinvolto, perché si rivede in ognuno di quei ragazzi e sa quanto sia difficile farsi strada nella giungla dell’arte. Che dire dunque a questi ragazzi? La risposta è arrivata un giorno durante un incontro con il curatore e fondatore di “Dolomiti Contemporanee” Gianluca D’Inca Levis, che mi disse come i giovani necessitassero più che mai di critiche, non importa se dure o negative.

 

Oscar Wilde aveva ragione a dire: nel bene o nel male purché se ne parli. Sicuramente sarebbe molto bello dare solo buone notizie o osservazioni positive, a nessuno piace dare critiche negative. Purtroppo o per fortuna si cresce solo a suon di belle e cattive notizie, e forse, se mi è permesso, queste ultime sono le più efficaci.

 

Sia chiaro, il curatore, critico e/o gallerista non è tenuto a nessun rapporto con i numerosi, assillanti e insistenti artisti. Lui non è un amico . Allo stesso tempo dire a un aspirante artista “datti all’ippica”, come fece Giancarlo Politi in una delle sue risposte nella rubrica lettere al direttore di Flash Art, non è bello né per l’uno né per l’altro, ma è proficuo per entrambi, perché s’intavola un incontro/scontro.

 

Vorrei un mondo con più fantini e meno artisti perché la morte dell’arte non è non dare critiche negative ma non darle affatto. A cosa è dovuto questo enorme silenzio? Galleristi e curatori di cosa avete paura?

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