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"Prendere la temperatura all'arte". Riaperta la mostra "Ciò che vedo" alla Galleria Civica di Trento

Ha aperto il 15 febbraio la mostra “Ciò che vedo. Nuova figurazione in Italia” curata da Margherita De Pilati e Alfredo Cramerotti, visitabile fino al 24 maggio presso la Galleria Civica di Trento. Un'esibizione interessante ma che lascia aperta una suggestione: perché non sfruttare meglio gli spazi?

Di Ismaele Nones (Artista visivo, diplomato nel 2018 all'Accademia di Belle Arti di Venezia in scultura) - 03 marzo 2020 - 20:08

TRENTO. Si apre la stagione 2020 con una mostra interessante frutto della collaborazione tra i curatori Margherita De Pilati e Alfredo Cramerotti. La prima, che ormai a Trento conosciamo bene, e Cramerotti, trentino di nascita ed emigrato in Galles, che ritorna nella sua città per la prima volta come curatore. Un’accurata e riuscita scelta degli artisti, anzi meglio dire pittori, che spazia da nomi conosciuti e famosi come Margherita Manzelli a giovani promettenti come il nostrano Andrea Fontanari.

L’intenzione dei curatori è quella di prendere la temperatura all’arte figurativa italiana e non quella di fare da spartiacque, come afferma Cramerotti durante l’inaugurazione. Frase azzeccata perché è ormai da anni che l’arte figurativa, in particolar modo la pittura, sta avendo una riscoperta a livello di critica e museale.

 

Nonostante questo, nel testo all’entrata della galleria sembrano emergere un certo rancore e vittimismo da parte della pittura figurativa, accusando di essere stata bistrattata e considerata un’arte morta. L’arte da sempre va a periodi ed è vero che l’arte figurativa era in crisi, ma non certo perché la si guardava con sospetto o pregiudizio. Semplicemente non era il suo periodo. I periodi e le mode si dovrebbero lasciare ai mercati e ai galleristi, invece i critici e i curatori dovrebbero guardare alla qualità e all’autenticità di un’opera a prescindere se figurativa, astratta, pittorica o scultorea. Poi certamente raggruppare, dividere, catalogare e vendere fa bene e ci piace.

Nel primo spazio veniamo accolti dalle fantastiche visioni di Fulvio Di Piazza e dai tipici occhi determinati e profondi delle ragazze di Margherita Manzelli, che ci sfidano e ci invitano ad entrare nel percorso. Una visita che inizia subito a sorprenderci con un eccezionale Thomas Braida che non fa rimpiangere Giancarlo Politi di averlo definito una delle quattro giovani promesse della pittura italiana. Portando un’opera di notevoli dimensioni e qualità dove s’incrociano mitologia, contemporaneità, vita quotidiana, lotta, amore, in un turbinio di situazioni e immagini che avvolge lo spettatore.

 

L’esposizione continua creando un effetto a parabola, con un’ascesa e una discesa dovute purtroppo agli spazi della Galleria Civica. La quale non ha colpa né è in difetto, dispiace solo vedere una mostra in cui c’è tanto potenziale soffocato. Mi dispiace molto per gli artisti Giulio Frigo, Manuele Cerutti, Annalisa Avancini, Romina Bassu, Giulia Andreani. Giovani capaci con buone prospettive che non sono totalmente valorizzati negli spazi della mostra.

La Galleria Civica ha fatto e sta facendo un buonissimo lavoro curatoriale. I suoi spazi, difficili, soprattutto al piano interrato, sono sempre stati usati al meglio con soluzioni innovative e sorprendenti. Purtroppo lo spettatore percepisce la compressione sia visiva che numerica passando dal piano terra, con sette quadri, all’interrato con ventitré opere e quasi il doppio degli artisti.

"Ciò che vedo" è una mostra che lascia un pizzico d’amaro in bocca. Una mostra che è servita a prendere la temperatura e a segnarsi sul taccuino bravi pittori con l’intento di seguirli nelle loro prossime mostre ma non certo per sentirsi avvolti dalle opere, escluse le prime sale.

Da questa visita è iniziata una suggestione: immaginarsi ciò che vedo al palazzo delle Albere dove è in atto la mostra su Tullio Garbari, con una selezione molto ridotta delle sue opere e innumerevoli stanze “riempite” da televisori che mostrano in loop fotografie delle mostre del Mart nei tempi passati (il Palazzo delle Albere era infatti la sede del Mart). Il Mart ritrova, finalmente, alcuni spazi del palazzo del ‘500, ma c’è tanto da lavorare e forse il lavoro di Margherita De Pilati e Alfredo Cramerotti poteva essere una buona occasione per iniziare veramente con il botto il 2020.

Da una parte c’è la Galleria Civica che ha voglia di fare e lavorare spingendosi oltre i suoi limiti e sfidando la sua metratura, dall’altra un intero piano di uno dei più bei palazzi di Trento praticamente inutilizzato. Con la mostra di Tullio Garbari si è iniziato a fare molto timidamente qualcosa ma si può fare di più, anzi si deve e tutti noi ce lo aspettiamo.

 

Concludo con il dirvi di andare a vedere la mostra alla Galleria Civica, che ne vale la pena, e poi di immaginarvela al palazzo delle Albere. Non male no?

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