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La "Guerra Bianca", dal National Geographic alle Albere

Intervista a Stefano Torrione, autore della rassegna fotografica in mostra a Palazzo delle Albere sui cimeli della Grande Guerra. Il primo reportage presentato da un'edizione straniera riportato sul sito internazionale di National Geographic.

Stefano Torrione e Marco Gramola (Foto esclusive ildolomiti.it)
Di Tiberio Chiari - 02 settembre 2016 - 11:28

TRENTO. Stefano Torrione, aiutato da Marco Gramola presidente della Commissione storica della Sat, ha impiegato tre estati tra il 2010 e il 2013 per poter portare a termine il suo lavoro. Un lavoro decisamente ambizioso e impegnativo, sia a livello artistico che fisico e logistico. Il reportage, pubblicato poi da National Geographic Italia nel numero di marzo 2014, è stato il primo presentato da un'edizione straniera della rivista ad essere tradotto e riportato sul sito internazionale di National Geographic. In tre anni Torrione e Gramola hanno inseguito, tra i ghiacciai in scioglimento dell'Ortles-Cevedale, dell'Adamelo e della Marmolada, i resti riaffioranti della Prima guerra mondiale conservati dal ghiaccio e dall'inaccessibilità di questi luoghi. Il loro scopo era riportare ad attualità, grazie alla testimonianza di questi oggetti riemersi, la lontana brutalità di questo conflitto.

 

"La guerra - spiega Torrione - se pur apparentemente distante e, come ogni forza arcaica, avvolta da un certa aura di mito, non deve rimanerci estranea. Essa deve riguardarci e colpirci", come hanno fatto con lui gli "scheletri arrugginiti dei cannoni: il colore della ruggine sulla neve, così estraneo, questo mi è rimasto impresso". Osservando le foto esposte abbiamo come la sensazione dell'immanenza della guerra, della sua presenza, di una sua assoluta vicinanza, di una sua quotidianità straniante. Queste foto sembrano volerci insegnare come solo la presa di coscienza della profonda sofferenza intrinseca ad ogni guerra possa renderci immuni dal fascino che una certa propaganda le vorrebbe riservare.

 

Com'è nata la decisione di intraprendere questo progetto?

 

Nel 2012 sono entrato in contatto con il comitato che avrebbe dovuto organizzare le celebrazioni per il centenario, nel 2014, della Grande Guerra. Così è nato il mio interesse per un argomento che non avevo mai trattato e che mai prima d'allora avevo preso in considerazione di trattare. Come si sa la bibliografia sull'argomento è sterminata e appassionandomi sempre di più sono stato particolarmente colpito dalla Guerra Bianca, la guerra di montagna per intenderci, combattuta lungo tutto l'arco alpino. Leggendo le storie, i racconti, le testimonianze legate a questa epopea assurda mi sono sempre più convinto della possibilità di dedicare un reportage all'argomento. I grandi ghiacciai del Cevedale, dell'Ortles, della Presenella, dell'Adeamello erano proprio sulla linea di passaggio del confine tra il Regno d'Italia e l' Impero austro-ungarico e proprio qui si è concentrato il mio interesse e il mio lavoro.

 

E' stato impegnativo anche a livello fisico inseguire i luoghi immortalati in questo lavoro?

 

Premesso che la montagna è una mia grande passione, tutto il progetto sarebbe stato impossibile e impraticabile senza l'essenziale aiuto di Marco Gramola. Lui ha dedicato una vita alla riscoperta di questi luoghi e ha una conoscenza di queste montagne e della loro storia così precisa e completa che solo sotto la sua guida è stato possibile completare questo lavoro. Negli anni tra noi è nata anche una bellissima amicizia. Una volta intuito l'immenso lavoro che Marco ha dedicato a questa drammatica esperienza di guerra e alla sua riscoperta, ho come avvertito il dovere, attraverso i miei scatti, di rendermi anche l'interprete e il traduttore di tutto ciò che lui avrebbe voluto esprimere e che spesso solo con grande difficoltà si riesce a far arrivare al pubblico, il quale in realtà è interessato più di quanto si possa immaginare a questi temi.

 

Ricorda di questa esperienza un immagine o un momento come particolarmente evocativo?

Le foto esclusive della mostra "La Guerra Bianca"

 

Ogni ritrovamento è commovente. Ogni oggetto, soprattutto i piccoli oggetti, quelli legati alla quotidianità e alla sofferenza di chi era acquartierato nelle gallerie scavate nel ghiaccio, sono importanti e meritano di essere immortalati forse più delle armi, dei fucili, dei cannoni. È proprio nella ruggine depositata sui piccoli oggetti di uso quotidiano, in quei residui della perduta tranquilla quotidianità privata, che si può raggiungere tutta la forza evocativa ed emotiva che la fotografia deve ricercare. Un ritrovamento che mi ha particolarmente commosso sono stati un paio di guanti da cecchino ritrovati sul Gabbiolo e perfettamente conservati: avevano il pollice spezzato, ma incredibilmente era posto ancora lì accanto.

 

Tra tutte le battaglie combattute su queste montagne, una storia sembra, se possibile, superare le altre per assurda epicità: quella che riguarda il Corno del Cavento. Cosa accadde lì?

 

Sì certo, proprio lì si trova una galleria che fu scavata dagli austriaci. Era rimasta sigillata dal ghiaccio fino a quando Gramola e il suo gruppo l'hanno riaperta. Hanno scavato fino alla grotta che è stata poi pazientemente scongelata portando in alta quota un convettore di aria calda di quelli che si usano per gonfiare i tendoni dei campi tennis. Questa grotta che fungeva da acquartieramento per più di cinquanta soldati è ritornata visitabile dopo più di cento anni: tutto è rimasto com'era, coperto dal ghiaccio, addirittura la paglia posta sui letti era ancora lì intatta. Entrarvi è stato un momento molto toccante. La storia di questa grotta, aperta sui due lati della montagna con due ingressi opposti è incredibile: dopo sua costruzione da parte degli austriaci è stata conquistata dagli italiani. Allora gli austriaci per riconquistarla scavarono sei mesi a tremila metri di altitudine un tunnel e riuscirono a riprendere la posizione. Dopo soli sei giorni fu riconquistata dagli italiani. Il fatto sintomatico dell'assurdità di tutto ciò è che la galleria da dove gli gli austriaci sparavano gli italiani la utilizzavano come ingresso per raggiungere la grotta e viceversa così uesto avvicendamento si ripeteva ad ogni nuova riconquista. Per aver un idea realistica delle situazioni di vita che i soldati dovettero sopportare in questi luoghi consiglio di vedere il film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati”: li si può trovare una ricostruzione veritiera di ciò che fu anche la grotta del Cavento e dei suoi giacigli in paglia. Una notte ho anche bivaccato in una grotta vicina a questi ambienti, era freddo ed era estate, solo si può immaginare cosa possa essere stato passare lassù un gennaio.

 

 

 

Al momento pensa concluso il lavoro che riguarda la Grande guerra o crede che questa passione porterà a nuovi progetti?

 

No assolutamente, anche se al momento sono concentrato su un lavoro ,“Alpimagia”, sempre inerente alle Alpi ma riguardante i riti e le leggende ancora vivi e presenti nel folklore di questi luoghi e che ho immortalato nell'arco di un anno solare, non ho abbandonato la ricerca legata al tema della guerra Bianca e ancora regolarmente esploro quei luoghi. Penso che questa mostra, che a Trento ha finora avuto un ottimo successo di pubblico ed è allestita in uno spazio sicuramente eccezionale come lo è Palazzo delle Albere, sarà portata anche in altre città. Sempre riguardo alla guerra Bianca in un futuro prossimo presenterò questo reportage veramente esteso e in divenire (la mostra con 70 foto è solo una piccola parte) anche maniera diversa con serate dove la proiezione delle immagini sarà arricchita e completata da racconti e aneddoti per permettere al pubblico di immergersi con ancora maggior coinvolgimento in ciò che le foto vogliono narrare riguardo a quello che accadde allora su quelle cime.

 

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