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| 14 nov 2022 | 11:12

FOTO. Scatti da una città sotto assedio: la Sarajevo degli anni Novanta per raccontare i conflitti di oggi

Il Museo della Guerra di Rovereto e l’Osservatorio Balcani Caucaso inaugurano nelle sale del Castello lagarino una mostra dedicata a Mario Boccia, fotoreporter attivo a Sarajevo negli anni dell’assedio, dal 1992 al 1996

Credits to Mario Boccia
di Davide Leveghi

ROVERETO. Il 5 aprile di 30 anni fa la città di Sarajevo, capitale della Repubblica socialista di Bosnia ed Erzegovina (una delle sei repubbliche costituenti la Repubblica socialista federale di Jugoslavia), veniva assediata dalle milizie serbo-bosniache sostenute dall’Armata popolare jugoslava. Cominciava così una delle pagine più buie della recente storia europea: l’assedio di Sarajevo durò ininterrottamente quattro anni, provocando migliaia di vittime e un’indelebile ferita.

 

Tantissimi furono i giornalisti accorsi sul luogo per testimoniare questa tragedia, tra questi anche il fotoreporter Mario Boccia, autore nel corso della sua lunga carriera di importanti reportage per diverse testate nazionali, su tutte il Manifesto. Fra le macerie della città, sotto i colpi delle bombe e dei cecchini serbi, Boccia documentò la resistenza civile della città, cercando di raccontare il dramma senza sensazionalismi e morbosità. Come sottolineato dall’allora bambina Benjamina Karić, attuale sindaca della città, “ha fotografato la vita, non solo la guerra”.

 

 

Non solo gli assediati, però, sono stato oggetto dell’attenzione della sua macchina fotografica. Attraversando le linee del fronte, Boccia scelse infatti di documentare anche l’attività degli assedianti, nella convinzione che “identificarsi con le vittime è facile e rassicurante, ma può essere ipocrita. Al contrario, mostrare quante affinità possono esserci con i cattivi è necessario per capire come il fanatismo ideologico e la guerra riescano a stravolgere valori umani elementari. Riflettere su questo, ci aiuta a produrre i necessari anticorpi”.

 

 

Da qui è nata la mostra “Sarajevo 1992-1996. L’assedio più lungo. Fotografie di Mario Boccia”, visitabile dal 17 novembre 2022 al 4 giugno 2023 al Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto e inaugurata mercoledì 16 novembre alle ore 18. Organizzata dal museo lagarino e dall’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, l’esposizione punta a aprire una finestra su una guerra lacerante e vicina nel tempo, che nel vivido racconto per immagini di Boccia diviene un vero e proprio squarcio sul presente.

 

In quei mesi passati nella città bosniaca, isolata dal resto del mondo, Boccia ha costruito legami umani fortissimi. Legami resi ancor più forti da una città tradizionalmente caratterizzata dalla difesa dei valori di convivenza e multiculturalità, costruiti e alimentati in secoli di vita comune, fianco a fianco. Caduta sotto i colpi di un nazionalismo per lungo tempo sopito, Sarajevo – come più in generale la Jugoslavia – fu vittima di odi rinfocolati, tuttora origine di non poche tensioni nella regione.

 

 

Tutto cominciò nel 1991, quando dei referendum per l'indipendenza organizzati in alcune delle repubbliche federate spinse Belgrado a intervenire con le armi dapprima contro Zagabria e poi contro Sarajevo, accendendo la miccia di una guerra civile sanguinosissima. Il cuore dell’Europa rivide scene che ormai si pensavano lasciate alle spalle: stragi, pulizia etnica, campi di concentramento caratterizzarono le diverse fasi di un conflitto – o per meglio dire di conflitti – concluso solamente nel 2001, dopo la fine della guerra del Kosovo e il bombardamento Nato su Belgrado.

 

A determinare il disastro di una federazione costruita a partire dalla guerra di Liberazione nella Seconda guerra mondiale, furono il nazionalismo e la sua pretesa di costruire comunità etniche omogenee. Furono questi, così, a mettere fine a un fragile sogno di convivenza fra popoli; l’assedio di Sarajevo non ne fu un tragico capitolo.

 

 

Cominciato nell’aprile del ’92, a seguito della dichiarazione di indipendenza della Bosnia Erzegovina, l’assedio venne come detto effettuato dalle milizie serbo-bosniache e dai soldati dell’Armata popolare jugoslava, ormai divenuta esercito di Belgrado e delle aspirazioni d’una “Grande Serbia”. Questi presero il controllo di alcuni quartieri della città e la circondarono, tenendola sotto scacco con l’artiglieria. Forze fedeli al governo di Sarajevo, intanto, organizzarono la difesa, dando fine all’Esercito della Bosnia Erzegovina.

 

Qui, gli unici collegamenti esterni furono garantiti grazie agli aerei delle Nazioni Unite, solamente a partire dall’estate di quell’anno, e da un tunnel sotterraneo scavato nel ’93. Le immagini di Boccia raccontano anche questo, una città isolata, umiliata, affamata; una popolazione costretta a condizioni di vita estreme, sottoposta al costante tiro dei cecchini e delle granate degli assedianti, obbligata ogni giorno a convivere con la morte.

 

 

Sono le persone i protagonisti degli scatti di Boccia, persone capaci di mostrare una straordinaria capacità di resistenza culturale, testimoniata da iniziative di creatività individuale e collettiva. Accanto a queste i luoghi, in una città ferita anche nei suoi edifici simbolo, come la Biblioteca nazionale, colpita e incendiata da una granata nell’agosto del 1922. Non sarà l’unico “monumento alla convivenza” devastato dalla guerra, si pensi al ponte di Mostar abbattuto a cannonate dai croati nel novembre del 1993.

 

 

Forzato dalla Nato, con un’operazione sotto l’egida delle Nazioni Unite, ad inizio settembre del 1995, il blocco sulla città venne prima allentato e poi definitivamente eliminato solamente a fine febbraio del ’96.

 

Nella mostra, nondimeno, non c’è solo il racconto del conflitto visto dalla città. Delle fotografie testimoniano le tante iniziative di solidarietà che coinvolsero in diversi Paesi europei associazioni e cittadini, tra cui quelle dei Beati costruttori di pace nel dicembre del 1992 e nell’agosto del 1993. Sono esposti, inoltre, gli oggetti raccolti da Ambrogio Paraboni, cittadino italiano che svolse numerosi viaggi umanitari in Bosnia Erzegovina negli anni Novanta e che la famiglia ha voluto donare al Museo di Rovereto. La mostra è stata organizzata con il contributo della Provincia di Trento e del Comune di Rovereto.

 

 

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