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| 26 lug 2022 | 19:11

Il concetto di ''identità'' sempre in bilico tra aggregazione e discriminazione, intervista a Marco Aime a Castel Pergine

Quello che è uno dei più famosi antropologi italiani, da sempre lucido e critico osservatore dei movimenti profondi del nostro tempo, sarà ospite mercoledì pomeriggio, alle 18, dell’Agosto degasperiano negli spazi di Castel Pergine per l’incontro “Identità tra passato e futuro”

PERGINE. La parola “identità” è una di quelle che piacciono molto ai nostri giorni. Sempre più in voga nella retorica politica contemporanea, a tratti diventa quasi un’ossessione: identità nazionale, identità regionale, identità locale, identità digitale, identità sessuale. Un concetto nobile ma al contempo facilmente malleabile: da un lato posto al centro di ogni progetto collettivo, dall’altro potenziale perno concettuale di discriminazioni e razzismi.

 

Partirà da questi spunti l’analisi di Marco Aime, uno dei più famosi antropologi italiani, da sempre lucido e critico osservatore dei movimenti profondi del nostro tempo, che mercoledì pomeriggio, alle18, sarà ospite dell’Agosto degasperiano negli spazi di Castel Pergine per l’incontro “Identità tra passato e futuro”.

 

“Identità” è un termine rassicurante e ambiguo al tempo stesso. Da un lato rimanda ad una ricerca di staticità, dall’altro ad una perenne evoluzione: un mix quindi di “essere” e “divenire”. Come definirebbe, oggi, questo concetto?

 

Direi di definirlo in modo fluido e soprattutto avendo coscienza che si tratta del prodotto di una costruzione culturale e non di un dato ascritto. Ogni gruppo sociale costruisce la propria identità sulla base della relazione che instaura con l’Altro. In fondo noi ci definiamo sempre confrontandoci con qualcuno e poiché le relazioni cambiano con la storia, anche le identità sono destinate a mutare.

 

Identità come antidoto alla crisi della comunità e allo spaesamento che la globalizzazione può produrre: il gioco appare abbastanza semplice. Quanto è alto però il rischio di trovarsi tra le mani un “arma” per tracciare linee sempre più marcate di esclusione tra un “Noi” e un “Loro”?

 

Il rischio è forte. Soprattutto se l’identità, declinata al singolare, viene brandita come arma, non per includere, ma per escludere. Molti slogan identitari non mettono in evidenza gli eventuali valori che ci accomunano, quanto, invece, l’avversione che ci unirebbe contro gli altri. La globalizzazione, paradossalmente, ha moltiplicato le istanze identitarie anziché tendere ad annullarle.

 

Identità e alterità. Il nostro tempo corre ad una velocità incredibile, aumentando anche la percezione delle paure, tra cui quella dell’altro, del diverso. In tal senso, quali soluzioni può fornire l’Antropologia?

 

L’antropologia cerca di offrire strumenti di comprensione, più che soluzioni. Per esempio, provare a spostare il punto di osservazione, guardare con gli occhi degli altri, affrontare i problemi da prospettive diverse. Uscendo dalla gabbia dell’etnocentrismo, si aprono nuove piste interpretative che spesso, mettendo in evidenza la complessità della realtà, ci forniscono strumenti nuovi per confrontarci con l’altro, che a volte è meno altro di quanto appaia.

 

L’Italia è un Paese “giovane” che non ha vissuto, se non per una breve parentesi, l’esperienza coloniale e che storicamente ha registrato maggiormente flussi di emigrazione. Questo cos’ha comportato, in relazione allo sviluppo di un’identità nazionale?

 

Al di là della brevità, l’esperienza coloniale italiana è stata tenuta quasi nascosta oppure ammantata del mito degli “italiani brava gente”, anche se sappiamo che non è così. Questo ha fatto sì che non sviluppassimo una capacità di relazione o di comprensione verso popoli altri. Anche la storia della nostra migrazione viene dimenticata spesso e questo impedisce di comprendere le ragioni di chi oggi è costretto a emigrare come noi un tempo. Inoltre, gli italiani hanno un senso di appartenenza “timido”, dovuto in parte a una lunga storia di frazionamento e una breve storia unitaria. Senza contare che dopo la Seconda Guerra Mondiale il nostro Paese si divise in due blocchi ideologici (cristianesimo e socialismo-comunismo) entrambi universalisti, più che nazionalisti. Il tutto ha contribuito a mantenere basso il senso identitario nazionale.

 

Negli ultimi decenni, al contrario, abbiamo assistito ad importanti flussi di immigrazione. Guardando al presente, volgendo lo sguardo alle nuove generazioni, quali saranno, secondo lei, le conseguenze di ciò in relazione al rapporto identità/cultura?

 

A poco a poco si diffonderà sempre di più un meticciato, come è sempre avvenuto nella storia. Ci si ingloberà a vicenda, dando vita a un popolo nuovo. È sempre stato così, sono solo le narrazioni politiche identitarie che negano questo fatto. Come dimostrano i genetisti, l’impossibilità di classificare gli umani per razze è il segno del continuo e progressivo meticciamento che ha segnato la storia della nostra specie.

 

“Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco”. Da questa citazione di Gustav Mahler prende le mosse la rassegna Agosto degasperiano 2022, di cui oggi sarà ospite. Qual è, per Marco Aime, il fuoco imprescindibile e che tutti noi dovremmo custodire?

 

Quello di un domani di convivenza, che respinge le guerre e ingloba le differenze, metabolizzandole e dando vita a una società nuova e viva.

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