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| 26 lug 2022 | 21:04

"San Patrignano è la storia di tutti. La droga è ancora oggi un tabù". Gabardini presenta il suo libro a Levico: "Dopo la docuserie avevo ancora troppe domande aperte"

In occasione della rassegna "Levico incontra gli autori" l'autore della celebre docuserie Netflix presenta il suo ultimo libro "Una storia comune. Sanpa: io, noi, tutti". L'intervista de Il Dolomiti a Gabardini: "Il documentario mi aveva lasciato ancora delle domande aperte, ho scritto un 'romanzo' in cui ho voluto voltare la telecamera verso di me e gli altri. Che cosa è successo in quegli anni?"

San Patrignano è la storia di tutti
di Francesca Cristoforetti

LEVICO TERME. "La storia di San Patrignano è la storia di tutti, ha una dimensione collettiva. E' ancora molto attuale, perché la droga è rimasta ancora un tabù. I tossicodipendenti sono malati, ma su di loro ricadono ancora troppe colpe". Parla così Carlo Gabardini, autore della famosa serie Netflix "SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano", presentando il suo ultimo libro "Una storia comune. Sanpa: io, noi, tutti" (2022) in occasione della rassegna "Levico incontra gli autori".

 

L'appuntamento, previsto il 30 luglio alle 18, si terrà all'Installazione Sequoia al Parco di Levico, in dialogo con il consigliere provinciale di Futura Paolo Zanella. In caso di pioggia l'evento si sposterà al Palazzo delle Terme.

 

"Perché occuparsi della storia di Sanpa e perché raccontarla oggi? Ma noi cosa facevamo, che cosa è successo in quegli anni? Perché un intero Paese fa finta di aver dimenticato questa storia?". È questo ciò che si è chiesto Gabardini, quando gli è stato proposto di realizzare un documentario sulla comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano e sul suo fondatore, Vincenzo Muccioli. La serie, prodotta da Netflix e uscita nel 2020, ha avuto subito un enorme successo.

 

Una vicenda che evoca telegiornali lontani, santificazioni e demonizzazioni, opinioni e pregiudizi, polemiche, episodi mai del tutto chiariti. Ma soprattutto una narrazione estremamente polarizzata, in un'Italia ancora non preparata e uno Stato ancora assente su certe tematiche.

 

Costruito come un collage, il romanzo alterna la ricostruzione delle indagini che hanno portato alla realizzazione della docuserie a quella dell’Italia degli anni ’80, che Gabardini fa rivivere, evocandone atmosfere, desideri e timori, alle proprie vicende familiari e personali o a testimonianze forti, come la drammatica storia di Marco, che realizza il proprio orientamento omosessuale quando ha già una moglie e due figli. Una storia comune è in parte memoir, saggio, inchiesta, in parte metariflessione sul raccontare la realtà.  

 

"Il documentario mi aveva lasciato ancora delle domande aperte, per questo ho scritto un 'romanzo' in cui ho voluto voltare la telecamera non solo verso di me, ma verso tutti noi, parlando di un qualcosa di più personale e intimo". Gabardini intraprende un viaggio di scoperta, anche nella memoria di una generazione, i nati tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘80, che in modi diversi hanno avuto a che fare con la diffusione dell’eroina.

 

E' il terzo libro pubblicato da Gambardini, scrittore, drammaturgo, attore e speaker radiofonico, già noto per aver scritto spettacoli per Paolo Rossi, Sabina Guzzanti, Beppe Battiston, puntate di CrozzaItalia e Stasera CasaMika e le prime cinque stagioni di Camera Café, dove interpretava il mitico Olmo.

 

Da dove nasce l'idea del libro e che tipo di rapporto c'è con la docuserie?

Dopo due anni e mezzo di lavoro sulla serie mi erano rimaste delle domande aperte ma non sulla parte storica su cosa sono stati gli anni '70 o la droga, ma più sulla dimensione umana e collettiva di tutti noi. Se è un'inchiesta lo è su di noi. Il libro non è un making-off del serie Netflix, è la mia esperienza di attraversare la storia di Sanpa con i miei occhi, l'impatto che ha avuto su di noi e sulla nostra società.

 

Il titolo "Una storia comune. Sanpa: io, noi, tutti" richiama una dimensione estremamente collettiva della vicenda. Perché questa scelta?

Sanpa è una storia comune cioè di tutti, perché ci ha segnato tutti in modo diverso, ed è dentro ognuno di noi. Comune perché negli anni '70 era molto frequente avere un parente o qualcuno di molto vicino che assumeva stupefacenti. Ho voluto girare la telecamera non solo verso di me, ma verso tutti noi. Mi sono interrogato su me stesso, su cosa ho fatto in quegli anni, su cosa è stato Sanpa per tutti noi e come è stato recepito. Io negli anni '70 ci sono nato, e li ho vissuti che ero ancora piccolo, ma racconto questi anni attraverso i dialoghi quotidiani, come quelli all'interno della mia famiglia, le parole di mio padre e di mia madre. I tossicodipendenti erano additati come delle persone con delle gravi colpe, senza capire il malessere che ci stava dietro. Venivano indicati come colpevoli e "noi non dovevamo fare la stessa fine". Una storia comune per come l'abbiamo gestita e per come abbiamo deciso di raccontarla, ma anche per come abbiamo deciso di dimenticarla.

 

È stata una narrazione molto polarizzata quella sulla vicenda e soprattutto quella intorno alla figura di Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità.

Noi, come abbiamo voluto sottolineare anche nella docuserie, non abbiamo voluto appositamente inserire una voce guida fuori campo, ma abbiamo solo dato voce ai protagonisti. Abbiamo cercato di cambiare rotta, su una storia che è sempre raccontata da voci o interne alla comunità o esterne, spesso contrastanti. Muccioli è stato un esempio lampante di polarizzazione non solo mediatica, proprio per i suoi atteggiamenti e comportamenti al limite tra il legale e l'illegale. Sia la serie che il libro vogliono andare a disinnescare questo meccanismo, mostrando una realtà più complessa e sfaccettata, ricca di sfumature.

 

Nel romanzo quindi si va ad indagare qualcosa di più, la serie in qualche modo non ti è bastata.

E' vero, si può dire che la serie non mi sia bastata. Il libro aggiunge un altro mattoncino, vuole essere un inno a collaborare con la complessità, un tentativo di svolgere un tema andando più a fondo. Il libro si riappropria della mia voce e di chi mi stava intorno. Ho cercato di far parlare chi non ha potuto farlo nella serie, senza far decidere per forza al lettore da che parte stare.

 

La realtà di San Patrignano mostra l'assenza dello Stato negli anni '70 e anche la poca consapevolezza riguardo al tema della droga. Credi che sia cambiata la situazione rispetto a un tempo?

Sicuramente sono stati fatti dei passi avanti a livello di strutture, come a livello di controllo. Possiamo dire che il sistema sanitario pubblico se ne occupa e ci sono stati dei progressi, ma manca ancora un lavoro di prevenzione per creare una società in cui si vive meglio. Si può dire anche che ci sia un modo diverso di vivere le droghe. Mentre negli anni '70 e '80 era più legata a una disillusione e l'eroina veniva presa per allontanarsi dal mondo, le droghe oggi hanno una funzione più performativa per essere meglio inseriti e più accettati a livello sociale.

 

Perché  raccontare questa storia oggi?

Era un'urgenza per me scrivere ora, è una storia ancora attuale. Oggi tanto come allora è ancora un tabù e se ne parla troppo poco, è solo "vietato". "Droga" è una parola che in Italia mette subito in allerta. Le droghe ci sono ancora oggi, e rimangono sintomo di un malessere. Io sono uno sceneggiatore prima di tutto, a me interessa parlare di oggi non fare 'l'archeologo'. Lo stigma sociale sulle persone tossicodipendenti non è stato ancora superato. Ricordiamoci che sono malati e che ancora si pensi che siano colpevoli è assurdo.

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