"Porto sul palcoscenico la storia di Andre Agassi, un classico che parla a tutti", intervista all'attore Mattia Fabris in scena con il suo "Open"
In programma questa sera (12 giugno) alle 21.30 al teatro San Pietro di Mezzolombardo, lo spettacolo si pone come un'esplorazione sospesa tra il pathos dello sport e le questioni fondamentali dell'esistenza. L'autore e attore Mattia Fabris: "Il messaggio di fondo è l'importanza di essere se stessi e di abbandonare l'idea di inseguire la perfezione"

MEZZOLOMBARDO. Un'avventura personale che spazia fino ai confini dell'io. Una storia che si trasforma in racconto epico e profondamente personale, diventando un'inno alla ricerca di sè.
Potrebbe essere definita in questi termini la biografia dell'ex tennista statunitense Andre Agassi - tra i più forti campioni al mondo di sempre e vincitore di tutte le categorie di torneo esistenti – che l'autore e attore Mattia Fabris sceglie di portare sul palcoscenico con il suo spettacolo "Open", in programma questa sera, 12 giugno, alle 21.30 al teatro San Pietro di Mezzolombardo, nell'ambito del festival "Solstizio d'estate".
Lo spettacolo, che vedrà la presenza in scena del chitarrista Massimo Betti, non mira a raccontare le gesta dell'icona del tennis, ma si pone come un'esplorazione "universale" che intreccia il "pathos dello sport alle questioni fondamentali dell'esistenza", mettendo al centro l'interiorità del campione che, intrappolato nel conflitto tra l'amore e l'avversione nei confronti dello sport in cui eccelle, diventa l'eroe di una narrazione che si trasforma in un vero e proprio classico in grado di "parlare" a tutti.
Intervistato da il Dolomiti, l'autore spiega come il lavoro affonda le radici nella lettura della biografia di Agassi: "L'ho trovato un libro immenso: parla di un tennista la cui storia diventa un universale in cui tutti possono riconoscersi. Ad essere centrali sono temi attualissimi come il conflitto tra l'essere e il dover essere, ma anche l'obbligo di dover raggiungere la perfezione, garantendo sempre un'ottima prestazione"
E da qui la scelta di portarla sul palcoscenico: "Ho cercato di restituire il ritratto di un uomo e non di raccontare la sua intera storia: ho fatto alcune scelte drammaturgiche volte a mettere in evidenza i tratti di Agassi che mi hanno colpito maggiormente, come ad esempio il rapporto con un padre padrone e disposto a tutto pur di far nascere un campione, ma anche la riflessione sul fatto che quando uno capisce di poter anche perdere, quello è il momento in cui inizia a vincere".
Fondamentale in "Open" è poi la componente musicale, con la colonna sonora realizzata dal chitarrista Massimo Betti che, specifica Fabris, "recita letteralmente assieme a me".
"Il messaggio che vuole trasmettere lo spettacolo è l'importanza di essere sempre se stessi e di abbandonare l'idea di inseguire la perfezione - dichiara Mattia Fabris - e ad essere raccontato è un tentativo estremo di farlo anche di fronte alle richieste provenienti dall'interno e alle grandi pressioni esterne, con tutte le difficoltà del caso. Una frase incredibile presente nel libro è infatti: mi chiamo Andre Agassi, gioco a tennis per vivere e odio il tennis, e l'ho sempre odiato da quando ero bambino".
Nel corso della sua carriera, Fabris spiega di essersi confrontato con molte grandi storie, mettendole poi in scena: "La loro caratteristica principale è quella di riuscire a parlare a tutti e, quando si affrontano attraverso l'arte, è necessario metterci dentro anche un po' della propria persona, intrecciandolo queste due sfere. Lo stesso discorso vale per i grandi classici, che riescono ad intercettare l'uomo in ogni epoca: sono convinto che la storia di Agassi abbia proprio queste caratteristiche".
Imbeccato sul fatto di trovarsi a raccontare la vicenda di una delle icone del tennis proprio nel momento in cui Jannik Sinner ha conquistato la vetta della classifica mondiale, Fabris specifica che "ogni storia va approfondita singolarmente e non me la sento di fare parallellismi, anche se sono convinto che chiunque raggiunge certi livelli avverta una pressione gigantesca, soprattutto in uno sport individuale e spietato come il tennis".
Un'ultima battuta l'attore e autore genovese la dedica ai sui progetti futuri che, come avvenuto in passato con l'alpinista Fausto de Stefani, si intrecciano con il tema della montagna: "Ora stiamo lavorando ad un progetto, assieme al Club Alpino Italiano, in cui raccontiamo otto grandi alpinisti: tra questi abbiamo intercettato la storia di Guido Rosa, alpinista e sindacalista che fu assassinato nel 1979 dalle Brigate Rosse, che ci ha particolarmente colpito e che potrebbe innestarsi nel solco delle grandi storie citate in precedenza.".













