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Trento
14 novembre | 19:58

"Vi racconto chi era Trump prima di diventare Trump: viviamo in un tempo in cui l’ipertrofia è Vangelo e la realtà vale meno della sua narrazione"

Stefano Massini racconta a il Dolomiti il suo spettacolo che farà tappa al Teatro Sociale di Trento e in cui racconta l'inarrestabile ascesa di Donald Trump, partendo dalle origini: "Storia che ci dice che viviamo in un tempo in cui l’ipertrofia è un Vangelo e la realtà è diventata secondaria rispetto alla sua narrazione. Trump è un maestro in questo: la usa secondo convenienza, dice A e magari il giorno dopo l’opposto, incarnando la contraddizione di sé stesso"

TRENTO. "Questa non è solo la storia di Donald Trump. È la storia dell’America, e anche la nostra". Potremmo riassumere così un'ora di chiacchierata con Stefano Massini che, con quella lucidità narrativa che lo ha reso uno degli autori italiani più seguiti nel mondo, racconta in una lunga intervista a il Dolomiti il suo nuovo spettacolo "Donald. Storia molto più che leggendaria di un Golden Man", in scena dal 19 al 23 novembre al Teatro Sociale di Trento (QUI INFO E BIGLIETTI).

 

Massini narra l'ascesa del magnate newyorkese fino al momento in cui sceglie la strada politica, diventando presidente degli Stati Uniti, e questo si trasforma in chiave per raccontare mezzo secolo di capitalismo, illusioni collettive, cadute e rilanci. Dopo i successi globali della Lehman Trilogy e di Manhattan Project, lo scrittore e drammaturgo fiorentino torna quindi a misurarsi con l’epica americana e lo fa scegliendo un personaggio che ha letteralmente riscritto le regole del potere a colpi di eccessi, narrazioni e contraddizioni.

 

Ed il racconto non mira alla cronaca politica, bensì all'origine del mito: dall'infanzia di chi è figlio di migranti fino alle ambizioni e le ossessioni di un uomo diventato brand e incarnazione del suo stesso sogno "ipertrofico". E anche sul palcoscenico, la materia scotta: dai fantasmi familiari alle cadute finanziarie, dagli incubi di freudiana memoria fino alla ripresa di quel Barnum capace di diventare "a suon di bugie" padre del circo moderno e addirittura sindaco di Bridgeport. Il tutto in un mosaico capace di restituire quella vertigine di un'America che culla e nutre i suoi Golden Men.

 

Massini, nel corso del dialogo, riflette inoltre sul presente e le sue narrazioni capaci di surclassare la realtà, ma anche sull'importanza del teatro, "il linguaggio più potente che io conosca per parlare al presente" e capace di farsi strumento civico. E poi un ultimo pensiero sullo spettacolo: "Non so se sia una chanson de geste o un fumetto, un cartone animato o una tragedia, una commedia o il libro dell’apocalisse. A tratti il pubblico ride, in altri momenti sorride e in altri ancora rabbrividisce: tutti questi elementi lo rendono inattendibile, proprio come lo è Donald Trump".

 

Massini, per iniziare a parlare di questo spettacolo non si può che partire dalla sua acclamata Lehman Trilogy, altra grande storia americana. Come è nata l'urgenza di portare in scena Donald Trump e come sono connesse le due opere?

 

Per me questo spettacolo, a cui lavoro da tanto tempo, è un po' il seguito della mia Lehman Trilogy: quella si fermava negli anni Sessanta, quando moriva l’ultimo dei Lehman, Bobby. La mia storia del capitalismo americano si era quindi interrotta lì, per necessità. Nel 2016, quando ero a New York, scoprii che negli stessi anni Sessanta, mentre muore Bobby Lehman, comincia la carriera travolgente di un giovane immobiliarista di nome Donald J. Trump. Capii allora che raccontare la sua storia mi avrebbe permesso di toccare tutto ciò che non avevo potuto affrontare prima: la storia del capitalismo americano negli anni Sessanta e Settanta, negli eccessivi anni Ottanta, quindi il reaganismo, l’illusione del ceto medio di diventare milionario, la frenata degli anni Novanta e la grande idea degli anni Duemila che potere e denaro non fossero scollegati, fino alla possibilità di diventare presidente degli Stati Uniti. Da qui nasce l’idea di raccontare questa storia, che mi interessa anche perché è bellissima: io amo le trame, e questa è meravigliosa, piena di contraddizioni, scelte rocambolesche, c'è un bambino che cresce e diventa un gradasso, poi un giovane rampante sospeso tra trionfi e bancarotte. C’è lui ma c’è New York, c’è l’America, ci siamo noi. È insomma una storia splendida da raccontare, indipendentemente dal fatto che il protagonista sia Donald Trump.

 

Sceglie di mettere in evidenza inizialmente la parabola della famiglia Trump segnata dalla migrazione e dallo spirito di rivalsa. Che ruolo ha per lei l’eredità culturale e psicologica degli “ultimi” nell'ascesa del presidente americano?

 

Prima dicevo che è una grandissima storia. Italo Calvino diceva che le grandi storie contengono sempre una contraddizione, ed è vero: si basano su qualcosa che non torna, su un’incoerenza. Tutto qui si regge su una contraddizione: Trump è figlio di migranti - la madre era nata in Scozia, il padre era figlio di un uomo che in America si era preso sputi addosso perché tedesco, vittima di una campagna di razzismo profondissima - e nasce da tutto questo che, all’apparenza, non genera risultati costruttivi ma distruttivi. È come se si prendesse oggi un risarcimento, come se cercasse una vendetta rispetto alle sue origini. È una delle incongruenze di questa storia: naturalmente non la risolvo io, ma la porto in scena: all’inizio dello spettacolo, da una fotografia appesa in salotto, escono i genitori e raccontano al pubblico come sono arrivati negli Stati Uniti.

 

Non racconta la carriera politica di Trump, che però viene sempre “avvertita”, ma i momenti in cui "Donald capisce di essere Donald".

 

In questo lavoro ho voluto seguire una mia caratteristica: partire da un effetto finale e risalire alla causa, è un meccanismo narrativo che trovo appassionante. Analizzando ciò che faceva Trump a venti o trent’anni, i suoi temi e anche le sue ossessioni, ci si accorge che alla fine tutto torna. Le esistenze umane sono brevi: ciò che siamo a dieci o vent’anni è la premessa di ciò che saremo a quaranta o cinquanta, quando magari ricopriamo ruoli importanti. Proprio di recente ho portato in scena uno spettacolo sull’interpretazione dei sogni di Freud: riflettendoci, è Freud stesso a spiegare ciò che accade parlando di Trump. Ed è così che mi ci approccio.

 

A proposito di sogni, nel suo spettacolo se ne racconta uno iconico.

 

Sì. In questo lavoro ci sono elementi freudiani e addirittura un sogno - anzi, un incubo - intero del protagonista. Donald Trump si ritrova davanti a una dipendente del McDonald’s che gli dà la possibilità di mettere nel suo cheeseburger tutto ciò che si può desiderare dalla vita. E lui va completamente in tilt, perché le cose che vorrebbe sono troppe. È un sogno molto indicativo.

 

La sua narrazione si ferma proprio nel momento in cui Trump scende in politica, e c'è inoltre un curioso parallelismo con la figura dell'imprenditore e circense americano Phineas Taylor Barnum. Ci spiega queste due scelte?

 

Parto dalla seconda. Lo spettacolo si apre nel segno di Phineas Taylor Barnum, che conosciamo come il fondatore del circo moderno: fu il primo a usare i fenomeni da baraccone e vere e proprie fake, guadagnando enormemente. Alcuni esempi? La balia di George Washington che avrebbe avuto oltre 160 anni, la sirena delle isole Figi e il gigante pietrificato: finti prodigi venduti come verità biologiche. Pochi sanno che quest’uomo venne eletto sindaco di una delle maggiori città del Nord America, Bridgeport. All’inizio dello spettacolo pongo una domanda, senza dare risposta: perché, oltre a credergli, lo scelsero come sindaco se mentiva spudoratamente? La narrazione si ferma quando, nel 2006, Trump intuisce a 60 anni di poter dedicarsi alla politica. A quel punto il cerchio si chiude di nuovo con Barnum. Poi inizia una storia che non serve che io racconti, perché è talmente nota a tutti che farne spettacolo risulterebbe superfluo. A me interessava fare un'altra cosa: raccontare la storia di un bambino, di un ragazzino, di un adolescente, di un quarantenne, di un cinquantenne e infine di un sessantenne che in realtà, nelle scelte della sua vita, aveva già raccontato tutto quello che sarebbe diventato.

 

E poi spicca la metafora dell'oro, identitaria del Golden Man: cosa rivela questa immagine sul rapporto tra potere e immagine?

 

L’oro è sempre stato un elemento caratterizzante del potere. Le corone dei sovrani erano d’oro, così come gli scettri. Non perché fosse solo prezioso, ma perché l’oro non si combina con altri elementi: rimane puro, intatto, “nobile”. Per questo simboleggia un potere che non deve contaminarsi. Trump ha un’ossessione per l’oro, che attraversa tutta la sua vita e tutto lo spettacolo: dal bambino chiamato “d’oro” per i capelli, all’orologio d’oro massiccio che desidera possedere e fondamentale per conquistare potere e donne. È, insomma, il fil rouge dell’intera narrazione.

 

Prima, quando parlava dell'incubo di Trump, quell'immagine si riferiva solo al personaggio, o alla contemporaneità che viviamo e che lo accoglie? In modo più diretto: che cosa dice questa storia di noi, prima ancora che di lui?

 

Ci dice che viviamo in un tempo in cui l’ipertrofia è un Vangelo e la realtà è diventata secondaria rispetto alla sua narrazione. Trump è un maestro in questo: usa la realtà secondo convenienza, dice A e magari il giorno dopo l’opposto, incarnando la contraddizione di sé stesso. Non ha nemmeno bisogno di una sua opposizione: lo è da solo. E nessuno sottolinea l’incredibilità di questo, perché ormai questo fa parte del nostro modo di articolare il mondo.

 

L'argomento è tanto affascinante quanto complesso, da autore ha avuto dei timori nel portare in scena un personaggio così divisivo?

 

Inizialmente un po' di timore c'era, perché un conto è proporre uno spettacolo come quello su Freud, o come il recente Mein Kampf, che hanno di base un “titolo”, un altro era raccontare la storia di Trump: posso però dire che sono felicissimo di come il pubblico mi stia seguendo e del successo che questo lavoro riscuote. Penso che le persone abbiano capito l'azzardo che si cela dietro questo spettacolo, e la grande sfida raccolta: dimostrare cioè che il teatro non è un genere di Serie B e che può parlare al presente, raccontandolo. Poi va tenuto conto di un altro rischio, che è la percezione di questo lavoro: essendo il personaggio ancora vivo e attivo, questa può cambiare in un attimo, anche in seguito ad una semplice sua dichiarazione. Posso dire però che si tratta di una dimostrazione, fiera e orgogliosa, di fiducia nei confronti del teatro: il linguaggio più potente che io conosca per parlare al presente.

 

Avverte un particolare senso di responsabilità nel proporre questo lavoro, e le riflessioni che di conseguenza porta con sé?

 

La responsabilità sta nel fatto che questo spettacolo è “tremendo”, perché alterna continuamente registri diversissimi. Lo dico in scena: non so se sia una chanson de geste o un fumetto, un cartone animato o una tragedia, una commedia o il “libro dell’apocalisse”. A tratti il pubblico ride, in altri momenti sorride e in altri ancora rabbrividisce: tutti questi elementi rendono lo spettacolo inattendibile, proprio come lo è Trump.

 

Una curiosità, ha dichiarato che questa storia, e lo stesso Trump, hanno dei tratti shakespeariani. Cosa intende?

 

Assolutamente. Pensiamo a Riccardo III o Enrico IV: quando Shakespeare li scrisse, erano passati pochi anni dalla loro morte, e in platea c’erano sovrani con lo stesso cognome e della stessa casata. È qui vige lo stesso meccanismo: la narrazione del potere è vicina al pubblico. E poi c’è una cosa ancora più importante: i personaggi di Shakespeare anche alla luce della loro incoerenza di fondo. Riccardo III fa uccidere molte persone, ma suscita pena quando, morente, urla “Un cavallo, un cavallo! Il mio regno per un cavallo!”. È lo stesso che rappresenta brama di potere e al tempo stesso sa usare versi poetici straordinari per sedurre Diana. Il mio racconto replica quel modello: mostra intelligenza, genio, e simpatia di Trump e al contempo il suo lato opportunista, sfruttatore, abietto e senza criteri morali. Non voglio cadere però nella trappola di puntare il dito, e se qualcuno uscisse dal teatro addirittura con una forma di simpatia per Trump mi andrebbe anche bene: dal momento che milioni di persone lo votano, l'idea è quasi quella di proporre, in questo modo, un vaccino.

 

Raccogliamo l'assist, quale messaggio vorrebbe si portasse via lo spettatore una volta uscito dal teatro?

 

Da un lato vorrei che il pubblico apprezzasse questa grande storia in formato teatrale: una storia imprevedibile, rocambolesca, che attraversa sessant’anni di vita e passa in filigrana la storia americana, da Elvis Presley a Frank Sinatra, dall’attentato a Kennedy fino agli anni di Chernobyl. Dall’altro c’è l’aspetto civile: non voglio fare catechesi politica, non ho mai sopportato chi la fa, e non a caso mi fermo prima dell’ingresso in politica di Trump. Mi auguro però che, attraverso le storie che lui stesso ha raccontato nel tempo, le persone capiscano un po' di più chi ci troviamo di fronte.

 

Un’ultima battuta. Dopo Lehman Trilogy e Donald, c’è un altro “potere” che pensa di affrontare in futuro?

 

Non lo penso, l'ho già fatto. Ho scritto e uscirà a breve il libro “Lo Zar” - che rappresenta un punto d'arrivo importante per me, dopo che nel 2007 scrissi un libro sull'omicidio di Anna Politkovskaja - in cui affronto la storia di Vladimir Putin. Un lavoro che porterò in teatro l'anno prossimo, nel ventennale dell'omicidio della giornalista. Sarà un progetto particolare dove, oltre al lavoro in sé, organizzeremo anche delle “maratone” in cui il pubblico potrà assistere nel primo tempo allo spettacolo su Trump e dopo l'intervallo a quello su Putin. Un modo, insomma, per mettere insieme due protagonisti del potere contemporaneo.

 

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