''Siamo vittime della tirannia dell'Io che con i social si è fatta egemone e della trappola delle aspettative'', intervista a Pietro Del Soldà sabato a Malga Costa
Tutto può essere avventura oppure ordinaria esistenza, e tutto può inserirsi nella sceneggiatura della nostra vita o configurarsi come quell’eccezione esaltante che racchiude quella vocazione inconfessata che il quotidiano non sa portare alla luce. Partirà da questi spunti l’incontro “Apologia dell’avventura”, in programma sabato 20 agosto alle 17 negli spazi di Malga Costa ad Arte Sella nell’ambito dell’Agosto degasperiano 2022, che vedrà protagonista Pietro Del Soldà, autore e conduttore dei programmi di Rai Radio3

BORGO VALSUGANA. L'avventura è quell'esperienza che interrompe la routine della nostra esistenza e che lascia emergere le nostre inclinazioni più profonde, senza la quale è impossibile entrare davvero in contatto profondo con sé stessi. Purché non la si concepisca soltanto come una ricerca adrenalinica del rischio: tutto può essere avventura oppure ordinaria esistenza, e tutto può inserirsi nella sceneggiatura della nostra vita o configurarsi come quell’eccezione esaltante che racchiude quella vocazione inconfessata che il quotidiano non sa portare alla luce.
Partirà da questi spunti l’incontro “Apologia dell’avventura”, in programma sabato 20 agosto alle 17 negli spazi di Malga Costa ad Arte Sella nell’ambito dell’Agosto degasperiano 2022, che vedrà protagonista Pietro Del Soldà, autore e conduttore dei programmi di Rai Radio3 “Tutta la città ne parla” e “Zarathustra”, per un viaggio alla scoperta di alcune grandi incarnazioni dell'avventura nella storia della nostra civiltà: da Erodoto a Platone, da Montaigne a Sartre, da Alexander von Humboldt a Isabelle Eberhardt, uomini e donne che hanno capito e praticato “la vita fuori di sé”.
“Apologia dell’avventura”, questo il titolo dell’incontro che la vedrà protagonista. Perché ha scelto, in questo momento storico “difficile”, in cui verrebbe naturale andare alla ricerca di certezze e porti sicuri, di affrontare questo argomento?
Perché mentre il mondo si fa sempre più minaccioso e imprevedibile a causa della pandemia, della guerra, della crisi economica e sociale in corso, ciascuno di noi tende a rinchiudersi all’interno di un guscio protettivo individuale, aggrappandosi alle poche certezze che ancora gli restano e voltando le spalle a ciò che rimane fuori, alla diversità, alle altre culture, alle opportunità mai prevedibili che la vita ci offre. Ma così facendo, in nome di un po’ di sicurezza, rischiamo di perdere di vista ciò che davvero conta nella vita: l’apertura, la disponibilità ad avventurarsi nell’ignoto e a vivere le esperienze più intense, quelle che ci fanno sentire davvero vivi. Preferiamo il porto sicuro al mare aperto, ma nel mio libro “La vita fuori di sé” dimostro e racconto che è più facile perdersi rimanendo al calduccio nel porto. La nostra natura, infatti, ci destina a prendere il largo, a vivere più a fondo, ad esplorare i nostri desideri, anche quelli che talvolta sembrano minacciare la stabilità dell’esistenza. L’avventura, come dice il filosofo Georg Simmel, è una tensione che inarca la vita e che porta alla luce le nostre inclinazioni più profonde. Rinunciarvi significa dire di no a ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
Viviamo nell’era definita “della performance”, sempre più votata alla prestazione e al risultato posti sotto il costante sguardo, e giudizio, dell’universo social. Avventura, per definizione, è “impresa rischiosa ma attraente per ciò che vi è in essa d’ignoto o d’inaspettato”: che spazio ci rimane, oggi, per questo margine d’ignoto?
Siamo soggetti alla tirannia dell’Io, cioè al culto di un’identità personale che grazie ai social network si è fatta egemone e che aspira a mettersi sempre in competizione con gli altri e a dimostrarsi vincente, superiore. E siamo inoltre vittime di quella che io definisco “la trappola delle aspettative”: agiamo pensando che una giura onnipresente sia sempre lì, pronta a giudicarci, a valutarci. E così finiamo per dare valore solo a questo, riducendo ogni esperienza alla valutazione delle nostre performance, sia al lavoro sia nella vita privata che continuamente esponiamo allo sguardo altrui. L’inaspettato, l’imprevedibile ci attraggono sempre di meno perché temiamo possano compromettere la qualità di questa performance continua. L’avventura è l’esperienza più intensa che possiamo vivere, ma dal punto di vista delle aspettative può rivelarsi antieconomica, improduttiva, inutile, e perciò la allontaniamo, la ricacciamo indietro, accettiamo solo quelle sue pallide caricature offerte dallo sballo del weekend, dal divertimento in vacanza e così via.
Il primo protagonista del suo libro “La vita fuori di sé” è lo storico greco Erodoto, grande viaggiatore e narratore del V secolo a.C che si spinse molto al di fuori dei propri confini geografici e culturali. Ci spiega questa scelta? Qual è il legame tra avventura e narrazione?
Erodoto, nato alla frontiera tra mondo greco e impero persiano, visse valicando i confini del mondo conosciuto e incarnando al massimo grado la curiosità del viaggiatore e la passione del narratore che intende suscitare la meraviglia del proprio pubblico descrivendo mondi lontani, usanze ignote e incredibili, grandi gesta compiute da greci e da barbari. Quando racconta la battaglia di Maratona, quella in cui, nel 490 a.C., gli ateniesi respinsero l’invasore persiano che ne minacciava la libertà, Erodoto condensa la virtù di quegli uomini liberi nello loro slancio ad uscire fuori dalle mura cittadine per andare incontro al nemico. La vita fuori di sé, quella a cui allude il titolo del mio libro, è magnificamente esemplificata dalla strategia vincente degli ateniesi che, di fronte alle sfide che la vita presenta, non si arroccano in difesa, non si rinchiudono all’interno delle mura cittadine sperando di resistere allo schianto, ma escono, valicano il confine, perché è soltanto proiettandoci costantemente verso l’esterno che possiamo salvaguardare la nostra libertà. Non è libero chi si trincera nel suo guscio, nella sua identità, nelle sue abitudini.
In un passo della sua opera affronta il tema del rapporto tra l’uomo e la natura, argomento estremamente attuale alla luce delle grandi sfide ambientali contemporanee.
Tra i protagonisti del mio libro c’è il grande scienziato della natura prussiano Alexander von Humboldt, personaggio magnifico che all’inizio dell’800 incarnò come nessun altro la tensione a superare le frontiere tra i popoli, viaggiando per anni nella natura più selvaggia, e nel contempo superando la frontiera che separa l’uomo dalla natura. Humboldt, proprio grazie alle sue straordinarie avventure dall’Amazzonia alle Ande alle steppe siberiane, affermò per primo con grande forza l’unità della natura di cui l’uomo è solo una piccola parte. L’atteggiamento avventuroso di cui parlo nel libro porta con sé un’etica dell’avventura e un’ecologia integrale: avventura significa non lasciarsi intrappolare da confini e miti identitari, e nel contempo abbandonare quel dualismo di matrice cartesiana che ha spinto l’uomo europeo moderno a ergersi a dominatore predatorio dell’ambiente naturale, ridotto a suo territorio di saccheggio. Recuperare quello spirito dell’avventura che attraversa le tante e diverse storie che racconto nel libro, significa adottare una diversa postura, un atteggiamento nuovo di fronte al non umano e a tutto quel che ci circonda: significa cercare la sintonia con il corso degli eventi, abbandonando infine quella volontà di potenza, nient’affatto avventurosa, che ci ha reso ad un tempo i conquistatori e i distruttori dell’ambiente.
“Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco”. Da questa citazione di Gustav Mahler prende le mosse la rassegna Agosto degasperiano 2022, di cui sarà ospite. Qual è, per Pietro Del Soldà, il fuoco che tutti noi dovremmo custodire?
Il fuoco della libertà, che non consiste affatto nell’egoistico “fare ciò che ci pare” insofferenti ad ogni misura o responsabilità. Non è questa la libertà. Libero è colui che vive fino in fondo i desideri che lo attraversano e porta alla luce le proprie inclinazioni, senza mai rinunciare alla forza creativa che abita ciascuno di noi. Ma tutto questo non lo otterremo mai da soli: la libertà di cui parlo ci mette in piena sintonia con gli altri esseri umani e con il pianeta. L’esperienza avventurosa come io la intendo è ciò che consente di tenere vivo questo fuoco.












