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Trento
04 aprile | 11:35

Cosa farebbe Galileo Galilei nell'era social? Gli Oblivion in scena a Ledro con "Tuttorial", intervista al regista Giorgio Gallione

Lo spettacolo, in programma questa sera alle 21 al centro culturale Locca di Concei, è una vera e propria guida galattica per autostoppisti moderni

LEDRO. Immaginate una realtà parallela in cui Galileo Galilei è una star di TikTok e Leonardo Da Vinci è in crisi perchè non riesce a produrre contenuti virali. Ma anche in cui Alessandro Manzoni vuole ambientare i suoi promessi sposi nelle serie tv più famose di tutti i tempi e Marco Mengoni che, invece che su un palcoscenico, si trova a cantare le sue canzoni all'Ikea.

 

Indubbiamente è difficile, ma è quello che hanno fatto gli Oblivion che, guidati dalla sapiente regia di Giorgio Gallione, saranno protagonisti questa sera alle 21 a Ledro, sul palco del centro culturale "Locca di Concei", con il loro spettacolo "Tuttorial, guida contromano alla contemporaneità".

 

Il poliedrico quintetto - formato da Lorenzo Scuda, Francesca Folloni, Davide Calabrese, Graziani Borciani e Fabio Vagnarelli e apprezzato per la sua capacità di giocare con musica e parole, giocoleria e cabaret e intrattenimento leggero e satira di costume – si troverà proiettato in uno show che rappresenta "uno strumento di orientamento in cui i grandi interrogativi umani avranno risposte alla portata di tutti" e in cui ruotano inoltre le tipiche figure della modernità come l'infaticabile rider e il leone da tastiera.

 

Intervistato da il Dolomiti, il regista definisce "Tuttorial" un "anti musical carbonaro a metà tra avanspettacolo e dj set", che si trasforma in una "guida galattica per autostoppisti moderni adatta a tutti" e come una risposta alla transizione digitale.

 

Giorgio Gallione, dalle premesse lo spettacolo appare denso di contenuti ma anche di spunti di riflessione. Cosa dobbiamo aspettarci?

 

È un concentrato di mille provocazioni colte, pop, e parodistiche: si tratta di una sorta di esplorazione del mondo contemporaneo che radiografa le nostre reazioni quotidiane in quanto animali tecnologici, più o meno evoluti. Tutto parte dal famoso litigio tra Bell e Meucci che si contendono il brevetto del telefono: l'invenzione che è diventata la nostra arma e la nostra prigione. Inizia poi un viaggio, tutto in musica, colmo di variabili e variazioni e incentrato proprio sulla tecnologia, con alla base una riflessione: viviamo in un' epoca in cui tutti ci "vendiamo" mostrando noi stessi, con il nostro ego che esplode letteralmente. E si rimbalza tra il Festival di Sanremo e i concerti rock, arrivando alle poesie di Ungaretti che diventano addirittura dei meme.

 

Un elemento fondamentale è la musica, una delle tante forme d'arte padroneggiate dagli Oblivion.

 

Assolutamente sì. Per la prima volta il quintetto, che definire multitasking è riduttivo, diventano anche musicisti oltre che cantanti e attori: lo spettacolo ha un filo rosso che è una colonna sonora live realizzata da loro stessi con tamburi, percussioni e altri strumenti in scena. Al virtuosismo che da sempre caratterizza i loro spettacoli si aggiunge quindi anche questo filtro: il mio compito è stato quello di organizzare la loro meravigliosa follia, con il risultato che è un gioco, bizzarro e spiazzante, in grado di raccontare l'oggi in modo molto leggibile.

 

Tra i vari personaggi, per citarne alcuni, troviamo Galileo Galilei, Leonardo Da Vinci e Alessandro Manzoni. Che valore assume quest'operazione?

 

Alla base c'è la scelta di infilare nel nostro tempo, e nel nostro modo di pensare, queste figure di cultura "alta" che oggi rischierebbero di essere condizionate da una realtà in cui si diventa influencer basandosi sul nulla, preoccupandosi più di mostrare sè stessi che di generare idee vere e profonde. La domanda cardinale è: oggi loro cosa farebbero? E poi, allargando il respiro: quanto le idee, la scienza, la cultura e le fedi oggi sono contaminate da questa tendenza grossolana di mostrarsi in modo superficiale?

 

Qual è il messaggio di fondo che si vuole lanciare?

 

Quando sento parlare di messaggi mi piace citare il grande Woody Allen che dice: "Se vuoi lanciare un messaggio, usa il telegrafo". Non c'è la volontà di insegnare qualcosa o di creare una morale: nello spettacolo analizziamo un mondo in cui da un lato siamo dei privilegiati grazie agli strumenti che possediamo, dall'altro invece rischiamo di utilizzarli in un modo imperfetto, diventandone schiavi. Da questa radiografia, poi, ognuno può trarre le sue conclusioni e intravvedere varie sfumature.

 

Parlando di nuovi strumenti e tecnologie, una curiosità: hai mai pensato di utilizzarle in teatro?

 

Non è una questione ideologica, ed è parzialmente una questione anagrafica (ride, ndr), ma preferisco un teatro di metafora e d'evocazione, anche se il mio primo approccio al gesto artistico è stata la fotografia. In sintesi, non rinnego l'uso di queste nuove tecnologie ma non ne sono particolarmente attirato: guardandomi in giro vedo comunque progetti interessanti, e altri in cui questi nuovi approcci sono utilizzati per gonfiare, restando in metafora, un palloncino che ha dentro poca aria, poca sostanza.

 

Un'ultima battuta. Si dice che quando si esce da teatro, dopo aver visto uno spettacolo, si ha sempre in tasca qualcosa in più che prima non si possedeva. Cosa vuole lasciare "Tuttorial"?

 

E lo chiede a me? (ride, ndr). Le dico sicuramente un gran divertimento, e soprattutto la consapevolezza che si può far ridere anche in modo serio.

 

 

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