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"Matteotti oggi sarebbe in prima fila per denunciare le strutture politiche di questa destra": intervista al giornalista Concetto Vecchio, venerdì 17 maggio a Trento

"Matteotti era un uomo di sinistra concreto, e non è mai stato così necessario come adesso". Concetto Vecchio, penna de la Repubblica che da anni racconta la politica italiana e da un mese in libreria con il suo ultimo libro "Io vi accuso. Giacomo Matteotti e noi", sarà protagonista alle 20.30 alla sala della Cooperazione Trentina dell'evento "Giacomo Matteotti, una memoria che accusa" in dialogo con il giornalista Paolo Ghezzi

Di Federico Oselini - 13 maggio 2024 - 19:42

TRENTO. Come si scrive, a cent'anni esatti dalla sua morte, di una figura come Giacomo Matteotti?

 

È quello che si è chiesto il giornalista del quotidiano la Repubblica Concetto Vecchio, che da anni racconta la politica italiana e da un mese in libreria con il suo ultimo libro "Io vi accuso. Giacomo Matteotti e noi" (Utet), che sarà protagonista - venerdì 17 maggio alle 20.30 a Trento, alla sala della Cooperazione Trentina (prenotazione consigliata segreteria.taa@cnca.it) – dell'evento "Giacomo Matteotti, una memoria che accusa" in dialogo con il giornalista Paolo Ghezzi.

 

Durante l'incontro, promosso dal Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza del Trentino Alto Adige/Sudtirol e a cui parteciperà anche il presidente Claudio Bassetti, verranno approfonditi i vari aspetti di un'importante vicenda storica – il più grave delitto politico del Ventennio – e di una figura che, come spiega Concetto Vecchio, "oggi ci interpella direttamente".
 

Tornando all'opera, il suo tratto distintivo è proprio il voler connettere passato e presente utilizzando "i ferri del mestiere del giornalista": il risultato è una vera e propria inchiesta in cui Vecchio – che ha lavorato per undici anni in Trentino Alto Adige e vincitore del Premio Capalbio e del Premio Pannunzio con il saggio sul Sessantotto alla facoltà di Sociologia di Trento "Vietato obbedire"  ripercorre non solo la biografia del segretario del Psu nato a Fratta Polesine e la cui famiglia era di origine trentina, e che fu ucciso dalla polizia segreta fascista il 10 giugno 1924, ma anche la lotta di coloro che negli anni hanno cercato di salvaguardare la sua memoria.

 

Concetto Vecchio, al di là della ricorrenza del centenario, c'è un motivo per cui ha scelto di dedicarsi alla figura di Matteotti ora?

 

Perchè Matteotti non è mai stato così necessario come adesso: è una figura molto moderna in quanto era un uomo di sinistra concreto che è riuscito inoltre a cambiare il destino degli ultimi, dei contadini del suo Polesine, terra di povertà assoluta. E questo rappresenta una lezione per la sinistra su come deve stare in campo politicamente, dal momento che proprio questa è la sua ragione fondante: lottare contro le disuguaglianze. Al contempo, Matteotti trasmette una lezione a tutti noi: è stato il più strenuo avversario del fascismo, il più deciso difensore del parlamento, della democrazia e dello stato di diritto e in un tempo, quello attuale, in cui si rischia la presenza di democrazie autoritarie e plebiscitarie, in cui c'è una sola figura al comando, la sua storia ci interpella direttamente.

 

La sua è un'operazione letteraria che si distingue dalle altre dedicate a Matteotti, un lavoro che si potrebbe definire puramente giornalistico. Come si è mosso?

 

Mi sono interrogato per molti mesi su come si debba scrivere oggi di Matteotti. Ho raccolto moltissimo materiale e, pur partendo da una buona base di contenuti, non mi sentivo soddisfatto: non sono uno storico, e non ho l'ambizione di provare ad esserlo, e ho capito quindi che dovevo scrivere un libro da cronista, che è il mio lavoro, usando i ferri del mio mestiere: ho calato nel presente tutto quel materiale, recandomi nel Polesine, a Roma sul luogo dove è stata apposta una targa in sua memoria, ho parlato con Franco Nero - l'unico volto del cinema italiano che ha dedicato, in cent'anni, un film a Matteotti – e ho incontrato anche Laura, sua nipote. Insomma, ho fatto un viaggio nella sua storia, nella memoria e nei suoi luoghi: ne è uscita un'inchiesta su una figura, ribadisco, attualissima per il nostro presente.

 

Guardando proprio all'oggi, qual è la più grande lezione che ci lascia un personaggio di questa caratura ?

 

Che in politica occorre avere una visione, infatti Matteotti aveva capito prima degli altri la pericolosità del fascismo, e che occorre avere anche il coraggio per affrontare gli avversari: il fascismo era un sistema e lui invece era solo, e il suo atto può essere definito eroico, dal momento che avrebbe avuto molti modi per sottrarsi a quella sfida. Da benestante, avrebbe potuto infatti andarsene all'estero oppure allinearsi al fascismo come fecero molti, fu invece fermo e intransigente. Questo è l'aspetto che più va rispettato e ammirato, senza però commettere l'errore di trasformare Matteotti in un "santino": era un uomo con le sue contraddizioni e con le sue debolezze, molto complesso, e questo rende la sua figura molto "vera", ed io ho voluto trasmettere proprio questo aspetto.

 

Nel libro sceglie di dare particolare spazio alla moglie di Matteotti, Velia. Qual è la sua importanza?

 

Velia è una figura fondamentale per la sua storia: è interessante il loro rapporto di grande amore, ma anche di continue assenze. Loro non vivono mai insieme e si vedono pochissimo, ma allo stesso tempo sentono il bisogno di scriversi continuamente: questo è un aspetto che sfugge a degli schemi, rendendo tutto molto più "vero". Velia è poi una donna di grande dignità: quando il marito scomparve, lei chiese udienza a Mussolini il quale, pur sapendo che Matteotti era già morto, le disse che avrebbe fatto tutto il possibile. E qui emerge un fotogramma, quello in cui lui le porse la mano e lei si rifiutò di stringerla, scegliendo di uscire da quel luogo non accompagnata: aveva capito che Mussolini era il mandante morale di ciò che poi si sarebbe scoperto.

 

Allargando il focus, il suo lavoro ha una peculiarità: dà grande importanza alle persone che scelsero, e scelgono, di impegnarsi per preservare la memoria di Giacomo Matteotti.

 

È proprio il tratto che lo rende diverso dagli altri pubblicati negli anni, principalmente biografie storiche e politiche: ero affascinato da come Matteotti è stato 'dimenticato' negli anni, e così ho voluto incontrare quelle, poche, persone che hanno dedicato la loro vita a lui. Parlo del professor Carretti, il più grande biografo di Matteotti e che, oltre alle pubblicazioni, ha catalogato le lettere di Velia a Giacomo e viceversa, svolgendo un lavoro dal valore inestimabile. Sono stato affascinato poi dalla storia di un architetto che a Roma, nella totale indifferenza delle istituzioni, comprese quelle di sinistra, scelse di affiggere una targa nella sua abitazione, la stessa in cui visse Matteotti e da cui uscì il giorno che fu ammazzato. Così come da Lodovica Mutterle, la direttrice della casa museo dedicata a Matteotti a Fratta Polesine, che con molta tenacia ha ripristinato la targa originaria nella piazza del paese e che era stata censurata nel 1950, anche lei può essere considerata una 'resistente' che merita grande considerazione.

 

Tornando sull'oblio in cui Matteotti cadde, quali sono le cause che portarono negli anni a questo "atteggiamento"?

 

La principale motivazione è il fatto che Matteotti, politicamente, è stato il figlio di un dio minore perchè proveniva da una cultura politica che in quegli anni non era maggioritaria e quindi, in un panorama con una sinistra italiana prevalentemente comunista e in cui il PCI esercitava l'egemonia culturale, non poteva che essere altrimenti. Incisero, sotto questo aspetto, anche il fatto che Matteotti era stato fortemente anticomunista e, al contempo, che il suo mondo politico socialista si era scisso, rendendolo di fatto un figlio solo del piccolo partito socialdemocratico. Tutte queste cose hanno fatto sì che Matteotti venisse considerato sempre fuori dal tempo, mentre oggi le sue ragioni e le sue idee si rivelano necessarie, interessanti e popolari e ci troviamo di fronte ad una sua riscoperta.

 

Dall'oblio, quindi, alla riscoperta. Questo passaggio merita un approfondimento: cos'è cambiato?

 

Ora a sinistra c'è una figura unificante a cui aggrapparsi, e Matteotti è un profilo che può 'parlare' a tutti quelli che generalmente si considerano antifascisti, ed è uno spettro molto ampio. Un altro elemento fondamentale è che, in un panorama politico che naviga verso destra, come sta avvenendo in Italia dove la Premier non riesce a dichiararsi antifascista, questa figura colpisce molto. C'è poi una terza ragione, di cui parlavo poco fa: il fatto che le sue idee sono incredibilmente moderne e questo, pensando a quanto tempo è passato, è una cosa straordinaria.

 

Un'ultima battuta, che è un gioco di fantasia: nel corso delle sue ricerche su Matteotti, ha mai pensato a come si collocherebbe, nel contesto politico odierno, il suo pensiero?

 

Io penso che sicuramente Matteotti sarebbe decisamente contro la guerra, a favore della sanità pubblica e del sostegno all'istruzione. E sarebbe, sicuramente, in prima fila per denunciare le strutture politiche di questa destra.

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