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Trento
28 marzo | 16:19

"Perfetti sconosciuti", al Sociale arriva la versione teatrale del film campione d'incassi. Intervista all'attore Massimo De Lorenzo

Protagoniste dello spettacolo, in scena dal 4 al 7 aprile al teatro Sociale di Trento, tre coppie che decidono di fare un gioco della verità condividendo i propri cellulari.  L'attore Massimo De Lorenzo: "Sembra scritto più per il teatro che per il cinema"

Foto di Salvatore Pastore

TRENTO. Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta. Un tempo quella segreta era ben protetta nell’archivio della nostra memoria, oggi nei nostri smartphone. Cosa succederebbe se questi si mettessero a parlare?

 

Basterebbe questo spunto a riassumere la commedia "Perfetti sconosciuti", che andrà in scena al teatro Sociale di Trento dal 4 al 7 aprile e che rappresenta la fedele trasposizione teatrale dell'omonimo film campione di remake, con il regista Paolo Genovese che sceglie di affidarsi, per il suo esordio in teatro, ad uno dei suoi lavori più apprezzati da pubblico e critica.
 

E il risultato è una brillante commedia sull’amicizia, sull’amore e sul tradimento che vede protagoniste più coppie di amici che, durante una cena, decidono di fare un gioco della verità mettendo i propri cellulari sul tavolo e condividendo tra loro messaggi e telefonate. Scoprendo, per l'appunto, di essere "perfetti sconosciuti".

 

Tra gli attori in scena – oltre a Paolo Calabresi, Dino Abbrescia, Alice Bertini, Marco Bonimi, Anna Ferzetti e Astrid Meloni – spicca Massimo de Lorenzo nei panni di Beppe, tra i personaggi più iconici ideati da Genovese e che fa emergere una profonda riflessione sulla diversità e sull'inclusione.

 

Massimo De Lorenzo, tutti siamo stati colpiti dal successo cinematografico di "Perfetti sconosciuti". Cosa dobbiamo aspettarci quando si alzerà il sipario?

 

Le dico subito che questo testo, paradossalmente, sembra scritto più per il teatro che per il cinema. Durante lo spettacolo il pubblico diventa, a tutti gli effetti, l'ottavo protagonista in scena, venendo direttamente coinvolto nella dinamiche del testo. Il risultato è che si genera  una comicità – al netto di una sceneggiatura praticamente identica al film, salvo qualche adattamento obbligato - ancora maggiore, soprattutto nella prima parte.

 

Nel corso della sua carriera lei ha lavorato molto sia per il cinema che per la televisione e il teatro. Che influsso ha avuto il suo percorso nell'approcciarsi a questo adattamento?

 

In questo lavoro noi attori abbiamo avuto la preziosa possibilità di avere lo spazio per "costruire" i nostri personaggi. Per quanto mi riguarda, avevo visto il film al suo debutto ma poi non ho più voluto rivederlo fino ad un anno dopo la nostra prima, per poter costruire un Beppe il più personale possibile, e così è stato. Una riflessione poi va fatta: per Paolo Genovese si trattava della prima regia teatrale in assoluto e si è approcciato all'ambito portando l'onestà di una trasposizione molto realistica, quasi cinematografica che è andata ad intrecciarsi con i ritmi del teatro che sono una dimensione a sè stante, con gli applausi e le risate del pubblico che impongono un ritmo preciso a cui adeguarsi.

 

Veniamo a Beppe, il suo personaggio. Ce lo racconta?

 

Ho voluto partire dal fatto che lui nasconde da anni il segreto della sua omosessualità e mi ha intrigato molto affrontare il tema delle difficoltà del sentirsi diversi in una società che, comunque, ti fa sentire diverso. É un personaggio che, per forza di cose, apre al tema a me caro dell'inclusione e fa emergere un pensiero: siamo tutti sempre molto accoglienti fino a che non siamo coinvolti in prima persona, poi quando la diversità bussa alla nostra porta ci mettiamo sulla difensiva. C'è una battuta, nello spettacolo, indicativa: Cosimo - che potremmo definire il cattivo della situazione – chiede "chi sei?", e la risposta è "ma come chi sono? Sono sempre io".

 

Allargando il respiro, si può dire che il testo ruoti attorno alla grande immedesimazione suscitata nel pubblico.

 

Assolutamente sì e, nonostante in platea ci siano sempre tantissime persone che conoscono il testo, avvertiamo sempre un coinvolgimento e uno stupore straordinari. Il punto di forza è proprio il tema affrontato che ci tocca tutti molto da vicino: ognuno di noi ha una vita segreta, dal momento che è normale non dire tutto alle persone che abbiamo vicino. La domanda centrale è: "Che cosa accadrebbe se mi trovassi a dover condividere qualsiasi cosa che c'è scritta sul mio smartphone?"

 

E i concetti cardine sono proprio quelli di "segreto" e "amicizia". Qual è, a suo avviso, il messaggio che l'opera vuole trasmettere?

Che anche nelle amicizie e nei rapporti più consolidati, ed è un aspetto che ci riguarda tutti, è sempre presente qualche non detto. Basta poi un banale messaggio scritto per rimandarci a questi mondi nascosti e farci venire in mente cose che fanno scattare equivoci importanti. La terza vita, quella segreta, nell'essere umano c'è sempre stata e i cellulari non hanno fatto altro che amplificarla.

 

E quindi, Di Lorenzo, meglio sapere o non sapere?

 

Nel mio caso voglio sapere (ride, ndr), anche se capisco benissimo le persone che preferiscono evitarlo. Poi va specificato che ci sono diversi livelli, con una marea infinita di informazioni che è inutile sapere, e quelle possono rimanere dove sono.

 

Torniamo allo spettacolo. Nel film la fotografia è importante, con i primi piani imprescindibili per trasmettere l'interiorità e le sfaccettature dei personaggi. In teatro, per forza di cose, questo è più difficile: come siete riusciti ad "ovviare" a questo gap?

 

La domanda è molto interessante. La cosa incredibile è che anche in teatro questo meccanismo funziona: riusciamo ad avere una tale sintonia di sguardi e di movimenti che talvolta, anche solo con un espressione o uno sguardo, riusciamo a trasmettere quello che abbiamo dentro, facendo letteralmente "venir giù" il teatro. É questa la magia e la potenza del palcoscenico: se riesci a "stare dentro" al personaggio e allo spettacolo, quello che accade è unico.

 

Veniamo a lei, in carriera ha affrontato diversi generi teatrali. Quale sente più suo?

 

Ho lavorato prevalentemente nell'ambito della commedia e, per forza di cose, è quello che sento più mio. Vorrei fare un riferimento però a "Perfetti sconosciuti": questo spettacolo me lo sento molto cucito addosso, perchè sono riuscito a far confluire in esso tante sfaccettature dei miei lavori precedenti, come ad esempio quell'ironia sottile e disincantata, e che mi diverte molto, del personaggio che ho interpretato in "Boris".

 

Un' ultima battuta. Se parliamo di ironia, lei può essere considerato un vero e proprio maestro: c'è un tratto che vorrebbe, in futuro, aggiungere al suo profilo artistico?

 

Rimango proprio nella sfera dell'ironia: mi piacerebbe, anche se al momento non credo di poterci arrivare ancora, raggiungere quella sottile, e ricca di stile, tipica degli attori britannici.

 

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