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"Topi", in scena a Trento lo spettacolo (patrocinato da Amnesty International) che fa rivivere i fatti del G8 di Genova: intervista al collettivo Usine Baug

Lo spettacolo, in programma questa sera alle 21 al Teatro Portland di Trento, intreccia fatti reali e invenzione scenica. Gli autori: "Portiamo in scena il passato per insegnare qualcosa all'oggi"

Di Federico Oselini - 12 aprile 2024 - 17:38

TRENTO. Una città sul mare, odore di basilico e lacrimogeni, in sottofondo Manu Chao e le esplosioni. Basta questo focus – sospeso tra immagini, suoni e profumi – per immergersi nelle atmosfere dello spettacolo “Topi” che andrà in scena questa sera alle 21 al Teatro Portland di Trento.

 

Scritto e diretto dal collettivo Usine Baug  – formato dagli attori Ermanno Pingitore, Stefano Rocco e Claudia Russo, assieme al light designer Emanuele Cavalcanti – lo spettacolo intreccia ricostruzione storica e invenzione scenica per raccontare,  a oltre vent'anni di distanza, i fatti del G8 di Genova “attraverso lo sguardo di chi all'epoca era poco più di un bambino”.

 

In scena due due narratori che, da un lato ripercorrono i fatti attraverso testimonianze orali e registrazioni audio e dall’altro modellano una storia tutta loro, una storia inventata, che apparentemente non ha niente a che vedere con la prima: quella della caccia al topo del signor Sandro Canepa.

 

Un uomo come tanti che, in vista di una promozione, organizza un’importante cena di lavoro, con le cose che però non vanno per il verso giusto: tanti piccoli topi invadono infatti casa sua.

 

E così la piccola vicenda allegorica del protagonista diventa una scusa, un pretesto giocoso, per raccontare quei giorni terribili – definiti da Amnesty Internetional, che patrocina lo spettacolo, "la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”– e farli riesplodere oggi nella loro tragica potenza narrativa, personale e collettiva.

 

A raccontare lo spettacolo, intervistati da il Dolomiti, sono i componenti del collettivo Usine Baug.

 

In questo lavoro si intrecciano, in modo quasi indissolubile, invenzione scenica e ricostruzione storica. Qual è il risultato?

 

È uno spettacolo che non vuole essere un documentario, ma vuole comunque raccontare quello che è accaduto. Si associa una parte narrativa sugli eventi accaduti, quasi giornalistica, che si intreccia alla vicenda del protagonista: è un gioco di metafore che permette vari tipi di lettura. Abbiamo scelto di non far vedere le immagini, tristemente famose, delle violenze verificatesi: la violenza, che deve emergere, lo fa attraverso immagini teatrali.

 

Andando alla genesi dello spettacolo, perchè avete scelto di affrontare un tema così complesso?

 

Volevamo riprendere il filo di una narrazione che forse è rimasta troppo sottotraccia negli ultimi vent'anni, cercandone una nostra che non si innestasse su quella mainstream a cui abbiamo assistito. La scintilla è scattata in occasione del ventennale dei fatti: allora tutti noi eravamo dei ragazzini, ma negli anni successivi abbiamo dovuto fare i conti con quello che è successo pur non essendo stati coinvolti direttamente. Abbiamo deciso di unire i nostri ricordi, fondendoli con quelli di persone che addirittura non c'erano e con quelli di chi hanno vissuto tutto in prima persona.

 

Centrale è la storia del signor Sandro Canepa, con la sua “caccia ai topi”. Cosa si nasconde dietro questa metafora?

 

Abbiamo scelto di utilizzare questo espediente teatrale leggero e a tratti comico che si intreccia con la storia vera raccontata da due narratori in scena. I due piani narrativi si incastrano sempre di più nel corso dello spettacolo, sovrapponendosi progressivamente. I topi rappresentano le persone che si sono trovate a subire, in quei giorni, determinate azioni.

 

Lo spazio scenico assume un ruolo fondamentale, e dichiarate di ispirarvi al film “Dogville” di Lars Von Trier.

 

Assolutamente sì. Nello spettacolo, così come nel film, i componenti della scenografia sono ridotti all'essenziale. Tutto si svolge in una sala da pranzo: abbiamo scelto di disegnare la mappa di questo locale, inserendo poi solo gli oggetti che sono effettivamente essenziali alla narrazione. E questa è una caratteristica fondamentale nel momento in cui le due storie si fondono anche visivamente.

 

E centrale è anche la dimensione sonora.

 

Abbiamo deciso di sfruttare i tantissimi materiali audio e video che abbiamo raccolto nella fase di ricerca e li abbiamo integrati nello spettacolo, portando l'atmosfera reale direttamente sul palcoscenico. Al suono sono affidati la ricostruzione di quei giorni e il compito di trasportare il pubblico tra le strade di Genova. Lo spettacolo prevede l’utilizzo di quattro casse audio posizionate davanti e dietro la platea, con gli effetti sonori che avvolgono lo spettatore offrendo un’esperienza immersiva e coinvolgente.

 

Un ultima battuta, che valore ha avuto per voi il patrocinio di Amnesty International?

 

Amnesty International si è occupato molto dei fatti del G8 di Genova, anche con campagne a distanza di anni volte a risolvere dei problemi con cui purtroppo dobbiamo ancora convivere. Questo patrocinio possiamo dire che rimarca la volontà di fondo dello spettacolo, che vuole portare al presente una memoria passata per far sì che questa possa tornarci utile.

 

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