"Ecco il nostro 'Fumo', da un lato ci confonde e dall'altro ci purifica" i Casinò Royale si raccontano: "Serve andare oltre la logica del like, ora rendiamo conto solo a noi stessi"
I Casinò Royale, tra le band più iconiche della scena italiana, faranno tappa il 15 novembre al SanbàPolis. Il frontman Alioscia Bisceglia: "Il nostro ultimo disco è concepito come una traccia unica, in controtendenza alle produzioni piene di hit brevi e funzionali a quello che è l’ascolto su Spotify. Il nostro gruppo è scomparso e ricomparso tantissime volte e ormai dobbiamo rendere conto solo a noi stessi"

TRENTO. Simili a un'araba fenice, i Casino Royale hanno sempre saputo rinascere dalle proprie ceneri, rimanendo fedeli alla loro essenza e al tempo stesso proiettandosi verso nuove direzioni. Consapevoli del percorso fatto e della vita vissuta oltre il palcoscenico, il gruppo milanese, capitanato da Alioscia Bisceglia, si è confermato come uno dei collettivi più innovativi e longevi della scena musicale italiana.
Quest’estate, infatti, la band ha calcato i palchi dei principali festival italiani, da Milano a Padova, da Modena a Roma, fino a Ivrea, dove ha presentato dal vivo "Fumo", il loro nuovo album uscito il 23 maggio.
L’appuntamento, che inaugura la stagione musicale del Centro Santa Chiara, è in programma domani, sabato 15 novembre alle 21 al teatro Sanbàpolis di Trento.
Prodotto insieme a Clap! Clap! noto produttore internazionale, Fumo è una vera e propria "suite" sonora, pensata per essere ascoltata in sequenza, un flusso di immagini sonore che invita ad abbandonare la frenesia dell’ascolto veloce e superficiale, tipico dell’era digitale. Ogni traccia racconta le sfide e le contraddizioni della realtà attuale: un universo in cui ansie, conflitti e relazioni difficili segnano il nostro vivere quotidiano.
Alioscia Bisceglia, racconta a il Dolomiti, la nascita e la storia del loro nuovo “concept album”, che torna a fare i conti con un presente che sembra avvicinarsi sempre più a uno scenario apocalittico, affrontandolo attraverso il lavoro collettivo e l’arte condivisa.
Bisceglia, “Fumo” è un titolo che evoca confusione, densità, ma anche mistero. Cosa rappresenta per voi?
La specificità di questo disco è che è stato concepito come una traccia unica. Una volta si sarebbe definito un “concept album” e va un po' in controtendenza alle produzioni discografiche di adesso che cercano di essere piene di hit brevi e funzionali a quello che è l’ascolto su una piattaforma come Spotify. Il fumo ha una doppia lettura, come l’oggetto che c’è in copertina, il turibolo, che viene usato in chiesa per dispensare incenso. Ha una doppia lettura perché nel mio immaginario il fumo è un po' la cortina di confusione in cui siamo immersi, che ci mette gli uni contro gli altri e ci trasforma in persone superficiali, per cui il fumo è ciò che ci confonde e dietro a questo forse c’è il nostro vero nemico, che gode nel vederci così distratti e contrapposti. Dall’altra parte il fumo è l’incenso che serve a purificare in alcune liturgie. Per questo, Fumo ha un’accezione negativa nel momento in cui ci intossica e ci confonde, mentre dall’altra parte ci purifica come fa l’incenso.
Nel vostro album c’è molta partecipazione "femminile", è stata una scelta volontaria?
In questo album abbiamo collaborato sia dal punto vista artistico e musicale con persone molto più giovani di noi. La presenza femminile non è stata una scelta ragionata: Marta Del Grandi è una cantante over 30, Alda è una rapper anche se, secondo me, è molto più una scrittrice, e infine c’è quella che rappresenta la speranza che è mia figlia Alina e che forse, se tutto va come ci auspichiamo, è quella che vedrà i cambiamenti in positivo, pensando a tutto quello che accade. È molto importante per noi il dialogo intergenerazionale e penso che la musica possa avvicinare a tutto questo.
Tornando su un concesso che ha espresso poc'anzi, avete definito l’album una “suite” più che una raccolta di brani. Come si costruisce un disco pensato per essere ascoltato come un flusso continuo, in un’epoca dominata dagli skip e dalle playlist?
Si costruisce come se fosse un vero e proprio racconto, comincia con la prima traccia, la prima idea, e poi il secondo brano è consequenziale, non scrivi i brani per poi sistemarli. Il secondo brano è figlio del primo e si continua in questo modo, come scrivere un vero e proprio racconto. È una maniera diversa e interessante e, secondo me, siamo riusciti a scrivere questo disco senza porci troppe domande e troppe strategie. Il nostro gruppo esiste dal 1987, è scomparso e ricomparso tantissime volte e ormai dobbiamo rendere conto solo a noi stessi. Quando hai la mente sgombra dalle aspettative e dalle opinioni degli altri, dagli obiettivi del successo, riesci ad essere molto più sincero e diretto e questa cosa si sente, per cui non è un disco per tutti, però nella nostra grande nicchia è stato accolto con estremo entusiasmo.
Oggi tutto è veloce, istantaneo. Quanto è importante per voi proporre un ascolto lento, profondo, quasi meditativo?
Io penso che sia il momento di approfondire un po' le cose, il web e i social danno una grande opportunità, quella di riuscire a reverberare in simultanea una notizia o diversi fatti, quindi come mezzo di diffusione va molto bene, poi secondo me dobbiamo anche rallentare e andare oltre a quello che è la logica del like, del sì del no, dello scegliere la risposta, perché vuol dire avere più consapevolezza, parlando meno di pancia ma sapendo cosa vuol dire la storia, esprimendosi con cognizione di causa.
Come vedete oggi la scena musicale italiana? C’è ancora spazio per progetti collettivi, ibridi e “militanti” come il vostro?
Secondo me sì, è solo una questione di scelta. Siamo in un momento in cui in Italia si ascolta tanta musica italiana. Quando io ero ragazzino l’80% della musica veniva dall’estero, che adesso finalmente si ascolti tantissima musica italiana è positivo, ma dall’altra parte penso che il mainstream si sia un po' ricreato seguendo le solite vecchie logiche, cercando il consenso facile. In più la fruizione della musica sui social è diventata molto superficiale e più che approfondire l’ascolto, vince più il personaggio. In un momento così decadente, i modelli sono sempre molto nichilisti e narcisisti, dove “faccio soldi” mi “fotto la bitch” è tutto molto in linea con quello che sono i “valori” di oggi. C’è un ascolto molto "usa e getta" forse è il problema: questo mercato fa veramente fatica a stare in piedi, e per questo anche le case discografiche tendono a semplificare e rendere tutto vendibile alla massa, perché l’obiettivo è fare i numeri.
La collaborazione con Clap! Clap! porta un suono potente e globale. Ci svela i tratti dell’incontro tra la vostra storia e la sua visione elettronica così contemporanea?
Ho avuto la fortuna di incontrare Cristiano Crisci in arte Clap! Clap! A Matera, abbiamo lavorato insieme in studio e mi sono reso conto di quanto fosse geniale. Gli abbiamo mandato il primo quarto d’ora del disco raccontandogli quello che era la nostra intenzione e visione e lui ce l’ha rimandato in versione 2.0, impreziosito da una serie sonorità più complesse ma tenendo la nostra linea. È stato uno scambio molto attivo e veloce, seppur ci abbiamo messo tanto a fare questo disco, e come per magia si sono inanellati tutti i segmenti di questo racconto.
Se “Fumo” fosse un messaggio da lasciare a chi vi ascolta, quale sarebbe la frase, o l’immagine, che vorreste rimanesse impressa?
C’è un pezzo che si chiama “Siamo chiunque” che continua a ripetere la frase del titolo, e potrebbe essere un mantra da ripetere e ricordare: noi siamo legati gli uni agli altri, e purtroppo anche il nostro peggior nemico è parte del nostro mondo. Dobbiamo sforzarci di comprendere l’altro, quello che non ci piace e che è diverso da noi, cercando un livello di empatia.












