"In me un grande senso del futuro" Eugenio Finardi si racconta a il Dolomiti: "Confido nell'intelligenza artificiale. E quella volta che mio padre cenò con Albert Einstein..."
Il cantautore, in concerto questa sera a Ledro, racconta il suo ultimo album 'Tutto' e si racconta: "Disco che mette radici nel passato per proiettarsi sul domani. Intelligenza Artificiale? Spero che la sua logica possa mostrare che non conviene che ad avere la meglio siano in nostri istinti. Sogni futuri? Ce n'è uno che vorrei realizzare..."

LEDRO. "Il mio ultimo disco un testamento spirituale? Un parolone, verrebbe da fare gli scongiuri". Inizia con un sorriso la lunga chiacchierata in cui il cantautore milanese Eugenio Finardi - per introdurre il concerto che lo vedrà protagonista questa sera, domenica 27 luglio (ore 21, ingresso libero) al museo delle Palafitte del lago di Ledro nell'ambito della rassegna "Età del Rock" - racconta a il Dolomiti il suo ultimo album di inediti "Tutto" e si racconta.
A cinquant'anni esatti dall'uscita del suo primo disco "Non gettate alcun oggetto dai finestrini" l'artista ha infatti pubblicato un'opera che non è errato definire coraggiosa e profondamente contemporanea e in cui, in 11 brani, riesce a cogliere l'essenza del nostro tempo, esplorando con lucidità temi politici, sociali e umanisti, ma anche interrogandosi sui grandi misteri dell’esistenza: dalla fisica quantistica all’amore, dal destino al senso della vita.
"Abbiamo visto il documentario 'Get Back' sui Beatles e ci siamo detti: diamoci un mese e, lavorando tutti i giorni in studio, vediamo cosa esce" spiega Finardi, che sottolinea come il risultato sia stato quasi "una seduta psicoanalitica che ha mostrato come avessi ancora tante cose da dire". E da qui la chiacchierata decolla, con l'artista che entra negli anfratti di "Tutto" per poi planare su molti altri temi: dalla sua opinione sull'intelligenza artificiale alla sua grande passione per la scienza, dal rapporto con Franco Battiato a quando gli venne dedicato un'asteroide. E poi un aneddoto che ha dell'incredibile: quella volta in cui suo padre cenò con Albert Einstein, per "colpa" della moda berlinese.
Eugenio Finardi, per parlare del live non si può che partire dal suo disco “Tutto”. Traspare che potrebbe essere la sua ultima opera inedita, una sorta di testamento musicale e spirituale. Lei lo avverte davvero in questi termini?
Testamento è un parolone, verrebbe da fare gli scongiuri (ride, ndr), però sicuramente è una somma, un tutto appunto, che arriva alla mia età. In tutta sincerità non credevo che avrei più fatto un disco di inediti, poi invece è arrivato quasi come una seduta psicoanalitica che ha fatto emergere come fossi invece ancora pieno di nuove cose da dire. Devo ringraziare Giovanni “Giuvazza” Maggiore, che mi ha convinto ad andare in studio tutti i giorni con disciplina, ispirandoci al documentario “Get Back” dei Beatles, dove emerge che loro lavoravano tutti i giorni con grande professionalità. Per me è diventata una specie di confessione, e anche per lui ha rappresentato la possibilità di giocare con tutti i miei suoni del passato.
“Guidati” appunto dai Bealtes, e dalla loro disciplina, ha dichiarato che per l’intensità del lavoro ha perso addirittura dieci chili. Ce ne parla?
Tutto è iniziato nel gennaio del 2024, dopo aver guardato appunto il documentario “Get Back”: ci siamo riconosciuti in quelle scene e ci siamo detti: diamoci un mese di lavoro intenso, andando in studio dalle 11 di mattina alle 7 di sera, e vediamo se esce qualcosa. In un mese abbiamo scritto le prime canzoni, che sono nate tutte insieme, poi abbiamo proseguito lavorando come un gruppo di fratelli, creando pezzi che si contaminano nei contenuti e che portano ad un disco globale, quasi un unico brano legato dal senso del tutto. I chili? Non li ho persi per la fatica (sorride, ndr), dal momento che parliamo di un flusso di coscienza uscito abbastanza naturalmente, ma ero talmente coinvolto dal lavoro che addirittura saltavo i pranzi, proprio per assecondare la voglia e il bisogno di portare a termine il progetto.
Affronta, in questo flusso di coscienza, temi di grande attualità: dalla crisi sociale e politica ai misteri dell’esistenza, passando per riflessioni su amore, destino e anche la fisica quantistica. Qual è il filo rosso?
È proprio il concetto di “tutto”. Il lavoro è nato ripensando al senso di quello che ho fatto nella vita, a quello che ho avuto ma anche non avuto, a come avrebbero potuto essere le cose se o come andranno in futuro, e mi piacerebbe tanto sapere come tutto andrà a finire, cosa però impossibile.
Un percorso “archeologico” insomma, ma con uno sguardo al domani: cosa si è portato via a livello umano?
Questo lavoro mi ha fatto capire quanto “senso del futuro” c’è ancora in me, e ce n’è tantissimo: non è un disco che guarda al passato, ma che nel passato mette radici per proiettarsi sul domani: c’è la consapevolezza che non vedrò tutto quello di cui canto, ma questo senza rassegnazione o malinconia.
Nel brano di apertura “Futuro” fa un’autocitazione, parlando di Extraterrestre. Dice “non esistono gli extraterrestri che ci vengono a salvare, ormai la mia unica speranza è nell’intelligenza artificiale”. Ci spiega meglio cosa intende, e lo crede davvero?
Io ci spero, più che crederci. L’intelligenza naturale, se da un lato dà grande prova di sé dal punto di vista della téchne, dall’altro si scontra con istinti primordiali di menti che definirei neolitiche, che però hanno il potere degli dèi. Stiamo uccidendo il nostro pianeta, e il riscaldamento globale ne è una prova: mi sembra che ci sia un’assoluta noncuranza, o inconsapevolezza, di questo e siamo tutti colpevoli. Credo che la logica dell’intelligenza artificiale possa aiutare in tal senso: proviamo ad immaginare un futuro che veda una fusione tra biologia e tecnologia, e in cui proprio la logica possa mostrarci che non è più conveniente che ad avere la meglio siano in nostri istinti, che nel mondo che stiamo costruendo forse non sono più utili.
Scrive che “ormai s’è capito che non esistono gli extraterrestri che ci vengono a salvare”, frase che non mette però in discussione il senso profondo del suo capolavoro, ci sembra di capire dalle sue parole.
Certo, il senso di “Extraterrestre” rimane attuale, ed è quello che non si può sfuggire da sé stessi. Per dirla alla milanese: se sei un pirla, anche se arrivano gli alieni a rapirti, rimani comunque un pirla (ride, ndr). La canzone “Futuro” è, diciamo, quasi una nuova risposta a quel brano.
Tornando un secondo a parlare di intelligenza artificiale, cosa può dare alla musica e, soprattutto, che ruolo avrà l’artista in futuro rapportandosi con essa?
Parliamo di una semplice questione di interfaccia: pensi a Raffaello e Michelangelo che istruivano i propri “ragazzi di bottega” con degli input, per arrivare all’opera che poi magari loro ultimavano. Ecco, la immagino un po’ così: forse l’artista nel futuro dovrà proprio dare questi prompt all'intelligenza artificiale. In questo disco noi abbiamo provato ad usarla e ci siamo resi conto di quello che sa fare e di quello che non sa fare, ed è fondamentale: l’abbiamo usata come sfida per far emerge la nostra umanità, ed è stato così. Un esempio: ci siamo accorti che non sapeva fare i tempi dispari, di cui l’album è pieno. Al momento non siamo ancora in grado di usarla bene, e la chiave sarà apprendere proprio le parole giuste per dialogare con lei. Ora però vince ancora la nostra intelligenza artistica.
C’è un’altra frase che colpisce, ed è “sentire quello che sentono tutti gli altri esseri umani, non aver più nemici e non sentirsi mai più strani”. E proprio questo "non sentirsi mai più strani" non crede che potrebbe essere una lama a doppio taglio?
Sono davvero felice che me l’abbia chiesto. “Non sentirsi mai più strani”, specifico, si riferisce al disagio dei giovani di oggi, causato anche dai social che io ritengo una peste per l’anima e per la mente, ed è il fatto di sentirsi diversi, soli, di “non appartenere”. Se chiediamo ai ragazzi di oggi il loro grande sentimento, ci parleranno di una grande solitudine: sarebbe bello che si riuscisse a percepire e ad apprezzare la bellezza, e l’unione, delle varie diversità.
E parlando di giovani, lei è sempre stato attento al dialogo intergenerazionale: il disco contiene un featuring con sua figlia Francesca, intitolato “Francesca Sogna". Cosa le ha dato questa collaborazione?
Non è stato difficile, ho collaborato con una musicista diciamo: lei si è infatti "staccata" dal ruolo di figlia nel corso del lavoro. Francesca, fin da quando era piccola, mi ha sempre detto che su di lei non avevo mai scritto quasi niente, ma solo perché, dico io, non ce n’è stata l’occasione: ho voluto quindi farlo. All’inizio ho cercato di descrivere quello che lei poteva sognare, poi quando le ho chiesto di cantarle la canzone insieme a me lei mi ha detto: “Lo so io cosa sogno” (ride, ndr). E difatti si avverte che la canzone, ad un certo punto, “cambia marcia”.
E del rapporto genitori-figli scrive anche nel brano “La battaglia”.
È un pezzo che rappresenta il tirare le somme dei semi che avevo gettato con la canzone “Mio cucciolo d’uomo”, in cui scrivevo “e se ci riuscirò, un giorno sarai pronto a volare, aprirai le ali al vento”. Adesso effettivamente i miei figli hanno aperto le ali e io sono rimasto qui, come capita a tutti i genitori.
Apriamo il capitolo “curiosità” e raccogliamo un assist che ci offre con la canzone “onde di probabilità”, in cui unisce musica, caso e fisica. È vero che suo padre ha conosciuto Albert Einstein?
Confermo, è vero, lo conobbe nel 1935 all’università di Princeton. Ma facciamo un passo indietro: mio padre venne incaricato di scegliere il sistema sonoro per l’azienda cinematografica italiana Caesar e si recò prima a Berlino e poi in America. Nel viaggio conobbe un professore di Princeton, dove lavorava appunto Einstein. E qui la cosa è curiosa: la moglie del fisico tedesco volle conoscere mio padre per sapere alcuni dettagli sulla moda berlinese e lo invitò a cena. E si trovò appunto a a tavola proprio con Albert Einstein, che descriveva come silenzioso e distratto, la classica figura dello scienziato concentrato sui suoi pensieri. La cosa incredibile, che io e mia sorella abbiamo scoperto pochi anni fa trovando alcune lettere, è che mia mamma conobbe invece il fratello di Einstein, Alfred, che addirittura in una lettera la mette in guardia dagli uomini italiani (ride, ndr).
Nel suo penultimo disco aveva cantato “Oceano di silenzio” di Franco Battiato, ci racconta il vostro legame?
Io e Franco ci siamo incontrati da giovani e ha sempre fatto parte della mia vita, dai vent’anni in poi. Ci conoscemmo nel 1972, siamo sempre stati amici ma a poli opposti: entrambi condividevamo un grande amore per la tradizione classica musicale occidentale, con il suo atteggiamento pitagorico, matematico e sacrale. Da questo punto però ci siamo “divisi”, lui ha guardato ad est, ad esempio al Medioriente, mentre io guardavo all’occidente e all’Africa. Lui, per dire, non ha mai fatto un pezzo blues o jazz mentre io, da mezzo americano, ho attinto da quel bagaglio. Lui era poi un esoterico, nel senso letterale del termine, e tendeva ad una verità insegnata dai maestri, io invece credo in una verità svelata, e non rivelata, dalla scienza. Ha presente l’effetto Coriolis (nell'emisfero boreale gli oggetti vengono deviati verso destra, mentre nell'emisfero australe verso sinistra, ndr)? Ecco, io e Battiato eravamo così, navigavamo nelle stesse acque ma su polarità diverse. Il punto in comune? Una spiritualità vera basata sul confronto, e sull’idea che è la ricerca a contare davvero.
Parlando del suo amore per la scienza, le hanno addirittura dedicato un asteroide.
È il più grande dono che mi è stato fatto, oltre all’affetto delle persone che hanno lasciato entrare nella loro vita le mie canzoni. Posso dirle una cosa? Per me quell’asteroide è mio padre, che è morto prima che me lo dedicassero: quando è successo il mio primo pensiero è stato “se solo lo sapesse, quanto sarebbe stato fiero del fatto che ci sia un asteroide Finardi”. Si è chiuso un cerchio.
Prima di salutarla, uno guardo a quel futuro di cui abbiamo parlato a lungo. È vero che vorrebbe scrivere un racconto di fantascienza? E poi, ha qualche altro sogno nel cassetto?
Si è vero, mi piacerebbe scrivere un libro di fantascienza su quel futuro di cui parlavamo poco fa, e che immagino sempre. Però ci sono tante cose che mi piacerebbero fare: è questo il bello, e significa che sento di avere ancora vita davanti a me. C’è una cosa che mi manca, e che mi piacerebbe davvero prima o poi fare: recitare in un film. Nel mio percorso di formazione ho studiato anche come attore, e non solo come musicista, ma è una parte di me che non ho mai esplorato.












