Nicolò Govoni, 32 anni e una vita già spesa per gli altri: dalla candidatura al Nobel per la Pace alle scuole per bimbi aperte nel mondo. Ecco ''l'uomo che costruiva il futuro''
Scrittore, attivista per i diritti umani e candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2020, Nicolò Govoni è una delle voci più autentiche e incisive della sua generazione. La sua fondazione Still I Rise offre istruzione gratuita e di alta qualità ai bambini più vulnerabili in Grecia, Yemen, Siria, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Colombia. Per la prima volta porta la sua voce anche nei teatri italiani, con un tour che unisce testimonianza, narrazione e riflessione civile

TRENTO. “Se ti dicono che il mondo è sbagliato e non puoi fare nulla per aggiustarlo, hai due possibilità: ti rassegni a vivere una vita che non è la tua, con il dubbio dì sprecare tempo prezioso, o ti rimbocchi le maniche e provi a migliorare le cose”.
È da questa consapevolezza che prende forma la straordinaria storia di Nicolò Govoni, un ragazzo che da adolescente “difficile” è diventato un simbolo di speranza e di rinascita per migliaia di bambini nel mondo. Nato a Cremona nel 1993, a soli vent’anni Nicolò lascia l'Italia per dedicarsi al volontariato e inseguire un sogno: garantire istruzione, dignità e libertà ai più piccoli.
Il suo cammino comincia in un orfanotrofio in India, un'esperienza che ha cambiato radicalmente la sua vita e che ha dato origine al suo primo libro "Bianco come Dio". Da quell’esperienza nascerà, insieme a Giulia Cicoli e Sarah Ruzek, Still I Rise, l’organizzazione umanitaria che oggi offre istruzione gratuita e di alta qualità ai bambini più vulnerabili in Grecia, Yemen, Siria, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Colombia.
Mattone dopo mattone, Still I Rise ha costruito molto più che scuole: ha dato vita a un nuovo modello educativo basato sulla persona, sulla consapevolezza, sulla bellezza e sulla gioia di imparare. È la prima no-profit al mondo ad aver ottenuto l’autorizzazione per offrire gratuitamente il Baccalaureato Internazionale ai rifugiati.
Nel 2020 Nicolò Govoni è stato candidato al Premio Nobel per la Pace, riconoscimento che ha confermato il valore del suo impegno. Attraverso i suoi libri, i suoi interventi pubblici e le scuole fondate dall’organizzazione, Govoni porta avanti una battaglia quotidiana contro l’indifferenza e l’ingiustizia, promuovendo il valore dell’educazione come strumento di libertà e cambiamento sociale.
Oggi, per la prima volta, Nicolò Govoni porta la sua voce anche nei teatri italiani, con un tour che unisce testimonianza, narrazione e riflessione civile. Un’occasione per incontrare dal vivo il pubblico e condividere storie di resistenza, speranza e umanità raccolte in anni di lavoro nei contesti più difficili del mondo. Un viaggio che invita ciascuno di noi a fare la propria parte, per cambiare, anche solo un po’, il mondo che ci circonda.
Govoni, questa è la sua prima volta a teatro, le prime date a Verona, Predazzo e Milano sono state un successo. Cosa racconta “l’uomo che costruiva il futuro” e in che modo ha deciso di portare il suo viaggio nei teatri?
Il mio viaggio parla di una storia ordinaria a differenza di quanto si possa pensare perché, quando ci si approccia la mia vicenda e di Still I Rise si pensa a qualcosa di straordinario, tra la creazione delle scuole, i riconoscimenti e molto altro. In realtà l’obiettivo dello spettacolo è portare lo spettatore un po' più in profondità e mostrargli che io, e le persone che insieme a me danno vita a questo progetto, non sono persone straordinarie, ma semplicemente ordinarie, e più volte, nella loro vita, hanno compiuto scelte straordinarie che, come una catena, hanno creato quello che noi chiamiamo Still I Rise. Alla fine parliamo di una storia di persone normali, e questo quindi vuole essere un invito a vivere la vita con consapevolezza, trasmettendo il messaggio che se tu al bivio prendi la strada meno battuta, e lo fai ancora, ancora e ancora, prima o poi questa strada ti porterà verso qualcosa di molto bello.
Nel titolo dello spettacolo c’è la parola “costruiva”: un verbo concreto. Cosa significa per lei oggi “costruire il futuro” e in che modo il teatro può contribuire a farlo?
Per me significa fare un piccolo passo ogni giorno senza mai sconti e deroghe verso l’obiettivo che ti sei fissato. Nel mio caso è aprire scuole e dare opportunità a bambini che sono nati con meno opportunità rispetto a me. Nella pratica però significa fare in modo che quel giorno non sia mai inutile. Io cerco sempre dal momento in cui mi sveglio fino a quando vado a dormire, di fare un passo in avanti, per quanto a volte possano essere difficili alcuni giorni, perché alla fine dell’anno, per quanto piccoli sono stati, ne avrò fatti 365 in avanti e sommando tutte queste cose piccole finiscono per diventare. Questo spettacolo ha come obiettivo quello di divulgare ciò che facciamo, ma spero di ispirare le persone a fare ciò che hanno nel cuore, ispirandosi al percorso che ho intrapreso.
L’uomo che costruiva il futuro” porta la sua storia in teatro. Perché ha scelto proprio il linguaggio teatrale per raccontarla? Cosa può comunicare il teatro che un libro o un documentario non possono?
Sarò molto onesto, in realtà è il teatro che ha scelto me. La produzione Corvino è venuta a bussare alla mia porta per creare questo progetto, e io ne sono molto grato perché il teatro ti permette di esprimere te stesso e raccontare una storia che magari hai già raccontato. Nel mio caso, è già uscito un film e anche molti libri, e anche i social ti permettono di raccontare la stessa cosa in maniera diversa. Il teatro è speciale perché prima di tutto ti permette di entrare nella profondità delle cose, ma quello che ha solo il teatro e l’intimità. Secondo me il palco crea una vicinanza estrema tra te e il pubblico, mentre al contrario, quando una persona ad esempio legge un libro, prova ad immedesimarsi ma non ha la persona davanti in carne ed ossa, quindi, il teatro porta ad una storia magari già raccontata, ma con un’intimità completamente nuova.
Che tipo di rapporto vuole creare con il pubblico in sala? Si immagina lo spettacolo come una confessione, una condivisione, o come un invito all’azione?
Mi piacerebbe che fosse un momento di conoscenza ma anche di riflessione. Spero che le persone che verranno a vedere lo spettacolo poi tornino a casa e ci pensino un po’, che solitamente non accade quando racconti la storia attraverso i social, perché viene impedito qualsiasi tipo di riflessione poiché bombardato da contenuti ogni volta diversi e nuovi. Quando esci da teatro, invece di scorrere sul telefono per altri contenuti, ti fermi e ci rifletti, per questo spero che il mezzo teatrale faccia sì che la storia e il messaggio si conficchi più a fondo dentro la persona.
Lei racconta di un viaggio che parte da un ragazzo “difficile” e arriva a un uomo che cambia vite. Si è mai riconosciuto nei bambini che aiuta? Quanto di quel ragazzo vive ancora in lei?
Io penso di fare molto bene il mio lavoro, specialmente quello di insegnante perché vedo spesso pezzi di me e di chi ero all’interno degli studenti che ho davanti. Tutto ciò che è successo nel mio passato riemerge continuamente nel mio presente e nel lavoro che faccio. Non farei questo lavoro se non avessi “sofferto” a scuola, se non avessi avuto un’esperienza negativa, perché questa esperienza mi ha condizionato e ha reso l’istruzione un tema a me molto sentito. Penso che ci sia ancora tantissimo di quel ragazzo, mai mi verrebbe in mente di prendere le distanze dal ragazzino che sono stato: ero un ribelle e lo sono tuttora, ero irrequieto e lo sono tuttora, ero arrabbiato e lo sono tuttora, magari in modo diverso, perché crescendo le emozioni vengono vissute in modo differente, anche se non penso che si possa cambiare la propria natura, ma che si possa cambiare quello che fai con questa natura.
Una storia incredibile che ha cambiato molte vite attraverso un “metodo” di studio innovativo in cui al centro di tutto c’è la persona, la consapevolezza, la conoscenza, la bellezza e la gioia. Mi parli di questo metodo.
Viviamo un momento storico in cui davanti a noi abbiamo un “avversario” estremamente capace e che nel tempo lo diventerà sempre di più e inevitabilmente ci supererà: questo avversario è la macchina. La macchina è molto brava sul fronte delle competenze tecniche dato che è un pozzo di conoscenza infinito, una mente che riesce a risolvere problemi più velocemente di quanto riesca a farlo l’essere umano, ma è negato su tutto quello che riguarda le competenze trasversali, che vanno dall’intelligenza critica, emotiva, sociale e la capacità di prevedere il futuro nelle sue componenti. La scuola d’oggi, soprattutto quella italiana, è una scuola di sole competenze tecniche ed è una scuola che mette i ragazzi davanti ad una gara che perderanno di sicuro. Stiamo formando generazioni e generazioni di ragazzi che avranno sul mondo del lavoro competenze che presto diventeranno obsolete e verranno assorbite da un avversario pressoché imbattibile. Quello che facciamo noi nelle nostre scuole è sovvertire questo paradigma, e anziché basare questo metodo sulle competenze tecniche lo basiamo su quelle trasversali. Abbiamo creato un sistema di scuole per cui gli studenti sviluppano queste competenze quali l’intelligenza emotiva, il pensiero critico, l’intelligenza sociale, la capacità di risolvere problemi complessi, la creatività, ma senza scartare le altre, mettendole sullo stesso livello di quelle trasversali, permettendo così allo studente di sviluppare i due comparti allo stesso modo.
Cosa spera che rimanga nel cuore del pubblico? Qual è il messaggio preciso che vuole trasmettere? Il suo viaggio è ancora lungo, quali sono i progetti futuri?
Il messaggio che vorrei trasmettere è “si può fare”: qualsiasi sia il sogno c’è un modo per raggiungerlo, e se ce l’ho fatta io con il mio trascorso, i miei difetti e le mie lacune allora lo può fare chiunque, perché tutto si può imparare nel momento in cui hai la motivazione per metterti al lavoro. Adesso siamo impegnatissimi in questo tour teatrale che avrà un proseguo a maggio e per quanto riguarda Still I Rise stiamo lavorando a tre scuole, in Sud Sudan, India e Italia.












