"Con Brecht raccontiamo una donna che vive della guerra. Scena minimale? Penso che le immagini di Gaza sono più tragiche di qualsiasi cosa si possa mostrare a teatro"
Il regista Leo Muscato racconta a il Dolomiti la sua "Madre Courage e i suoi figli" di Bertolt Brecht, con Lunetta Savino. Un'opera che attraversa i secoli e interroga il presente: "Dietro la guerra c'è anche la ferocia dell'attaccamento alla vita e della necessità di riuscire a tirare avanti". E sulla protagonista: "È la prima vittima del conflitto dal quale trae il necessario per sopravvivere, ma che le porta via i tre figli"

BOLZANO/TRENTO. "Pensi all'immaginario visivo di Gaza che, in questo momento, è più tragico di qualunque cosa si possa mostrare artificialmente su un palcoscenico". Per il regista Leo Muscato raccontare la guerra a teatro significa prima confrontarsi con una realtà che supera ogni rappresentazione. È da qui che prende forma la sua rilettura di "Madre Courage e i suoi figli" di Bertolt Brecht, con Lunetta Savino protagonista, in scena fino a domenica 25 ottobre al Teatro Comunale di Bolzano e, dal 29 ottobre al 1° novembre, al Teatro Sociale di Trento.
Ambientata durante la guerra dei Trent'anni, il testo racconta la storia di una donna che attraversa i campi di battaglia trascinando una carretta vendendo merci, cercando di sopravvivere grazie allo stesso conflitto che finirà per portarle via i tre figli. Una figura contraddittoria, sospesa tra l'istinto di sopravvivenza e l'incapacità di sottrarsi a un sistema che la divora.
Muscato restituisce questa complessità attraverso una scena essenziale, dominata dal carro e dal filo spinato, e una partitura musicale riarrangiata in chiave rock. Il risultato? Un racconto che attraversa i secoli, interrogando il presente e le sue contraddizioni. Perché, dice il regista, dietro la guerra si nasconde anche “la ferocia dell'attaccamento alla vita e della necessità di riuscire a tirare avanti”.
Madre Courage e i suoi figli è uno dei grandi capolavori del Novecento, un testo che ha attraversato epoche e interpretazioni diverse. Da dove nasce la scelta di riportare in scena quest'opera e quale chiave di lettura ha scelto per restituirne la forza al pubblico contemporaneo?
Ho inseguito Brecht per tutta la vita. È uno di quegli autori complessi, meravigliosi, che hanno segnato profondamente il teatro e probabilmente molti dei palcoscenici del mondo soni ancora abitati dalla cifra registica ed estetica che lui si è inventato settanta, ottant'anni fa e che continua a predominare. Metterlo in scena, però, non è così facile, perché su questo autore esistono ancora molti pregiudizi. Viene spesso considerato un autore di difficile ascolto, mentre in realtà era un uomo di una lucidità pazzesca, e i suoi testi sono dei veri e propri manuali di scrittura. Poterlo mettere in scena è stata un'opportunità enorme, soprattutto perché Madre Courage, per quanto mi riguarda, è il primo testo di Brecht che porto in scena dopo averlo studiato così a lungo.
Cosa l'ha colpita di più di questo testo?
È uno dei testi più archetipici della sua drammaturgia e, purtroppo, continua a essere tragicamente contemporaneo rispetto al mondo che abitiamo ogni giorno. È un'opera che parla di guerra, è ambientata durante una conflitto e al centro della storia c'è una donna che dalla guerra guadagna, ma non come i potenti del mondo che ne ricavano cifre esorbitanti. Anche Madre Courage è un avanzo della società: vive nella guerra e della guerra, prendendo quello che può dalla vendita di mutande, calzini, cinture, fibbie e della grappa che tiene nella sua carretta. È un pesce piccolissimo, di fatto.
Lei ha dichiarato che ridurre quest'opera a un testo contro la guerra significherebbe perderne gran parte della forza. Che cosa ci racconta allora Madre Courage del nostro presente e di noi stessi?
Di sicuro la guerra è il contenitore, ma è anche gran parte del contenuto. Tutto ciò che accade si svolge all'interno di una guerra durata trent'anni, che ha devastato mezza Europa e che viene considerata dagli storici una delle guerre più inutili della storia. Una guerra che ha contribuito soltanto ad arricchire i potenti e a mortificare milioni di persone, che ne hanno subito esclusivamente i danni. Come, tragicamente, accade ancora oggi. In realtà, però, dietro questa struttura e questo contenitore c'è anche la ferocia dell'attaccamento alla vita e della necessità di riuscire a tirare avanti. Madre Courage è diventata un archetipo anche per la scena finale, quando si ritrova da sola a trascinare la sua carretta. È diventato persino un modo di dire: "Bisogna tirare avanti la carretta". Ed è esattamente quello che fa Madre Courage.
Ci parli un po' di più di questo personaggio.
Madre Courage è una donna che ha vissuto soltanto nella guerra, al punto da non riuscire a farne a meno. È la prima vittima di quel conflitto dal quale trae il poco necessario per sopravvivere, ma che le porta via i tre figli. Quando le si presenta la possibilità di cambiare vita, sceglie di rimanere accanto alla figlia, continuando però a vivere sui campi di battaglia. È un personaggio profondamente contraddittorio, come tutto il testo di Brecht, che sembra a tratti inneggiare alla guerra per poi mostrarne tutta la tragedia. Un'opera che lascia un'amarezza profonda, quasi senza spazio per la speranza.
Per interpretare Madre Courage ha scelto Lunetta Savino, con la quale collabora per la terza volta. Parliamo di un personaggio che tiene insieme cinismo e tenerezza, forza e vulnerabilità. Come avete lavorato per costruire questa figura?
Lunetta è un talento attoriale straordinario e può fare tutto, davvero tutto. Questo personaggio richiede una grande carica sarcastica, ironica, una certa freddezza e anche una competenza vocale legata al canto, visto che la musica è una componente importante dello spettacolo e quasi tutti i personaggi, a un certo punto, cantano una canzone. Lei è un caterpillar, un vero carro armato in scena: durante tutte le prove, ogni singola volta, è arrivata con una carica, un'energia e una concentrazione tali da riuscire a sostenere l'intero spettacolo sulle proprie spalle. Lunetta possiede poi una potenza tragica e drammatica enorme, ma anche una straordinaria capacità comica. Ci sono momenti in cui le battute graffianti e sarcastiche di Madre Courage fanno letteralmente esplodere il pubblico in una risata. Sono però risate che hanno più a che fare con il nervosismo che con il puro divertimento.
Lo spazio scenico è quasi completamente spoglio: il carro, elemento centrale dell'opera, e il filo spinato, che evoca confini, trincee e prigionie. Quale idea di teatro c'è dietro questa essenzialità scenografica e quale rapporto ha cercato di costruire tra lo spazio, gli attori e lo sguardo dello spettatore?
Bertolt Brecht ha sempre predicato un teatro nel quale lo spettatore dovesse essere messo nella condizione di immaginare più che di vedere: non mostrare, quindi, ma far accadere le cose all'interno di spazi astratti. Noi non abbiamo fatto altro che seguire questa indicazione: abbiamo utilizzato la carretta, che è proprio l'archetipo dello spettacolo. Una carretta che si ingrandisce, che diventa più piccola, che si riempie di materiale da vendere e che in alcuni momenti, invece, appare mezza vuota. Fino ad arrivare alla conclusione, quando è completamente vuota e Madre Courage continua a trascinarsela dietro. L'altro elemento della scenografia è il filo spinato: c'è una grande rete sospesa in alto, una sorta di gabbia all'interno della quale si trova, fondamentalmente, la carretta. E il filo spinato è tragicamente uno di quei materiali che, dall'inizio del Novecento fino ai giorni nostri, è diventato protagonista di tutte le guerre, in ogni parte del mondo.
Come ha lavorato invece, soprattutto sui personaggi, per quanto riguarda il calarsi nel "tempo della storia", che deve parlare comunque all'oggi?
I personaggi indossano costumi che rimandano a un immaginario visivo collocabile tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Abbiamo quindi preso le distanze dalla guerra dei Trent'anni del Seicento e ci siamo avvicinati maggiormente ai nostri giorni o, per meglio dire, agli anni in cui Bertolt Brecht scriveva quest'opera. Le spiego, Brecht stesso aveva scelto una distanza temporale, ambientando la vicenda in una guerra remota, proprio perché era perfettamente consapevole che i suoi spettatori conoscevano la guerra in prima persona: quando l'opera andò in scena a Berlino, il pubblico, per raggiungere il teatro, doveva infatti attraversare una città devastata dalle bombe. Non c'era quindi alcun bisogno di mostrare la guerra, bisognava piuttosto evocare il fatto che quella vissuta dagli spettatori fosse la stessa guerra combattuta trecento anni prima. Era un modo per raccontare che il mondo non era cambiato, che era rimasto sempre lo stesso.
E lo stesso vale per oggi?
Ritengo di sì. Se avessimo realizzato una scenografia naturalistica, con immagini concrete e realistiche della guerra, saremmo stati dodicimila passi indietro rispetto a quello che la realtà ci sbatte in faccia ogni giorno attraverso i notiziari, i giornali, la televisione e tutti gli altri mezzi di informazione. Pensi all'immaginario visivo di Gaza che, in questo momento, è più tragico di qualunque cosa si possa mostrare artificialmente su un palcoscenico. Abbiamo quindi preferito uno spazio vuoto, con molto fumo e tante luci differenti, mettendo il pubblico nella condizione di immaginare autonomamente i panorami di guerra che possono prendere forma davanti ai suoi occhi.
Veniamo alla musica. Nel teatro brechtiano non è soltanto accompagnamento, ma anche uno strumento di riflessione critica. Nel suo spettacolo entra addirittura una chiave rock, cos'ha voluto dire?
Il testo ci è stato consegnato insieme alle musiche di Paul Dessau: sono musiche graffianti, suonate da un organico orchestrale che, se ascoltato oggi, richiama immediatamente alla mente il cabaret berlinese degli anni Trenta e Quaranta. È un immaginario che noi oggi abbiamo storicizzato, ma che all'epoca rappresentava la musica contemporanea. Noi avevamo l'obbligo di utilizzare quelle composizioni, perché sono state scritte e depositate insieme all'opera, ma avevamo la possibilità di arrangiarle come volevamo. Ho quindi immaginato che un arrangiamento rock, eseguito dal vivo da una musicista come Giua, avrebbe permesso agli spettatori di immergersi ancora di più in questa storia attraverso un suono contemporaneo, non legato all'immaginario musicale degli anni Cinquanta. Giua ha realizzato arrangiamenti formidabili, componendo anche musiche originali di accompagnamento, di sottofondo e di raccordo tra una scena e l'altra.
Prima di salutarla, una domanda personale. Nel corso della sua carriera ha attraversato autori, testi e linguaggi differenti, confrontandosi con grandi classici e opere contemporanee. C'è un testo, un autore o un progetto che sogna di portare in scena e che, per una ragione o per l'altra, non ha ancora avuto occasione di realizzare?
Uno dei miei desideri era proprio quello di mettere in scena Bertolt Brecht, se devo essere sincero, adesso posso dire di averlo realizzato. Ma c'è un'altra opera di Brecht che meriterebbe, soprattutto in questo momento e alla luce di quello che sta accadendo nel mondo, una lettura importante: Vita di Galileo. È un altro di quei testi formidabili, bellissimi, che ancora oggi potrebbero raccontare qualcosa di fondamentale sul rapporto tra la scienza e il potere. Poi, chiaramente, tutti i registi e tutti gli attori del mondo hanno anche il sogno nascosto nel cassetto di mettere in scena Amleto. Ma parliamo di un desiderio che probabilmente accomuna tutti, quindi non è certo una novità.














