"In scena un inferno domestico che sfocia nel femminicidio: la violenza silenziosa si ripete nella quotidianità e viene spesso normalizzata, il teatro aiuta a riflettere"
L'attrice protagonista Leonard Saffi racconta lo spettacolo di Emma Dante "L'angelo del focolare" in scena all'auditorium Melotti: "Il teatro ha un ruolo unico perché crea un rapporto diretto con lo spettatore: non basta a cambiare il mondo, ma può accendere domande, riflessioni e piccole scintille di cambiamento"

ROVERETO. Un inferno domestico che si ripete ogni giorno, dove la violenza non finisce mai davvero e la vittima è costretta a rialzarsi, ancora e ancora, dentro la stessa vita. Potrebbe essere riassunto così "L’angelo del focolare", lo spettacolo di Emma Dante in scena giovedì 19 e venerdì 20 marzo all’Auditorium Melotti nell’ambito della Stagione Regionale Contemporanea (QUI INFO).
Scritto e diretto da una delle voci più autorevoli del teatro europeo, recentemente insignita del Leone d’Oro alla carriera, l'opera della regista siciliana indaga la condizione femminile attraverso un linguaggio diretto e potente, capace di intrecciare realismo e dimensione onirica. E a prendere forma in scena è una storia di violenza domestica che si trasforma in un ciclo senza fine, dove il femminicidio non rappresenta una conclusione ma l’inizio di una ripetizione quotidiana.
"L’uomo la uccide spaccandole la testa con un ferro da stiro – viene spiegato – e la donna giace a terra, morta, ma la sua morte non è sufficiente: nessuno le crede. E come l’angelo del focolare nella cui grottesca immagine si ritrova incastrata, sarà costretta ad alzarsi e a rientrare nella stessa routine: pulendo la casa, occupandosi del lavoro domestico, preparando da mangiare al figlio e al marito, accudendo l’anziana suocera".
Ad entrare negli anfratti dello spettacolo è l'attrice protagonista Leonarda Saffi che, intervistata da il Dolomiti, spiega come l'impianto drammaturgico si rifletta anche sul lavoro attoriale a partire dal corpo e dall'improvvisazione e come “L'angelo del focolare” possa contribuire, così come il teatro in generale, a “a indurre domande e riflessioni e piccole scintille di cambiamento”.
“Non so se esista un modo giusto – osserva Saffi – per raccontare temi come violenza di genere, femminicidio, abuso di potere e meccanismi patriarcali: la cosa fondamentale è però parlarne, perché sono questioni che ci attraversano da sempre e continuano a essere attuali”.
Saffi, questo lavoro mette in scena una storia domestica che diventa un inferno ciclico, dove la violenza si ripete all’infinito. Come ci si rapporta con un testo così complesso ed emotivo?
La nostra esperienza con il testo e i personaggi nasce sempre dall’improvvisazione: Emma Dante non arriva mai con un copione già scritto e ci guida attraverso suggerimenti e stimoli, e il personaggio prende forma grazie al nostro corpo, alla nostra energia e alla nostra sensibilità. Prima ancora che esistano le parole, si costruisce la pelle del personaggio, il suo respiro, la sua presenza, i suoi codici. La consapevolezza di ciò che si sta raccontando, e del dolore che attraversa la scena, emerge nella quotidianità della replica perché ogni giorno ripeti lo stesso spettacolo anche se tu nella vita cambi: in quell’ora sai che devi fare esattamente quella cosa, nello stesso modo, con lo stesso testo e le stesse intenzioni.
Avviene quasi una sovrapposizione tra attore e personaggio.
In questo processo l’inconscio non distingue la finzione dalla realtà: il corpo e la psiche ne risentono, e tutto diventa più traumatico. Anche lo sguardo degli spettatori entra a far parte dell’esperienza, perché è uno sguardo ferito da ciò che vede e spesso il pubblico ci chiede come facciamo a sostenere ogni giorno la stessa intensità, proprio perché dolorosa e faticosa. Questa ripetizione penso restituisca anche la ciclicità della violenza domestica ed è proprio questa fase, più ancora della creazione iniziale, a essere la più faticosa. Nel testo ci sono parole e gesti, anche minimi come uno “stai zitta”, accanto ad altri più eclatanti che raccontano disuguaglianze di genere, ruoli imposti e relazioni di sottomissione. Oggi, nel rapporto con il mio personaggio, sto facendo davvero i conti con quello che è stato e che purtroppo è ancora il ruolo della donna: sento una grande responsabilità, e questo peso lo percepisco più adesso che durante la fase iniziale del lavoro.
Lo spettacolo racconta un femminicidio, ma lo fa attraverso una dimensione quasi onirica e simbolica, in cui la protagonista continua a rialzarsi e a ripetere la stessa vita. Che tipo di lavoro attoriale richiede incarnare una figura sospesa tra realtà, incubo e metafora?
Interpretare un personaggio come quello della moglie richiede un lavoro attoriale estremamente intenso, una presenza fisica e mentale totale: da una parte il corpo deve vivere la storia della protagonista – i suoi gesti, le sue tensioni, ciò che subisce – cercando la massima verità e dall’altra è necessario un lavoro emotivo e mentale profondo per abitare più livelli della sua esistenza. C’è una donna, piena di desideri e di un’idea di futuro luminosa, a cui sono state spezzate le ali e c’è la crudeltà della vita che l’ha costretta dentro un ruolo imposto, insieme al dolore accumulato negli anni. È, insomma, un personaggio complesso, stratificato e che richiede grande attenzione, sensibilità ed empatia.
Attenzione che ha richiesto anche un profondo lavoro di ricerca.
Per me è stato ed è un lavoro continuo: ascoltare le storie di donne a me vicine, della mia famiglia, ma anche la mia stessa storia e quella di tante donne che hanno vissuto queste forme di violenza, mi ha aiutato molto, in un lavoro profondo di ascolto ed empatia. Ripetere ogni giorno lo spettacolo è faticoso anche per chi ha una grande preparazione perché, come dicevo, l’inconscio non distingue davvero tra ciò che è reale e ciò che non lo è e la psiche sente la violenza, la fatica del personaggio. In questo spettacolo l’attrice diventa un veicolo di esperienza viscerale, unendo controllo e abbandono, tecnica e sensibilità: serve molto lavoro per creare uno spazio in cui la storia possa vivere e arrivare con forza agli spettatori.
Emma Dante ha uno stile molto riconoscibile: diretto, potente, spesso anche disturbante. Come si entra in questo universo scenico e che tipo di libertà o di sfida rappresenta per un’attrice lavorare con il suo linguaggio teatrale?
Lavorare con Emma non rappresenta per me una sfida ma un gioco, un incontro relazionale. Alla fine ci si sceglie reciprocamente: lei cerca di capire se sei adatta o adatto al suo lavoro, ma anche tu hai la possibilità di scegliere se restare o andare via. Ci si sceglie, insomma, come nelle relazioni, partendo dal presupposto che sentiamo l’urgenza di raccontare qualcosa, e se non accade quel “miracolo” il lavoro non può compiersi. Il suo teatro è crudo e diretto perché nasce da un’urgenza quasi esistenziale, e lo stesso deve valere per noi che lavoriamo con lei: esiste una gerarchia, perché lei è la regista e noi siamo attori e attrici, ma questo non impedisce di giocare davvero, di immergersi nella storia, di ascoltare l’altro, di portare in scena energie ed emozioni forti. In questo senso lavorare con Emma non è una sfida: è un gioco intenso e serio, che richiede attenzione, presenza e apertura, senza perdere la leggerezza e la meraviglia del creare insieme.
Nello spettacolo la violenza non è solo fisica ma anche culturale e familiare: ci sono silenzio, rassegnazione, complicità involontaria di chi sta attorno. Che cosa racconta questo meccanismo della nostra società?
È una domanda bellissima, perché racchiude il senso dello spettacolo. La violenza non è solo fisica: è culturale, familiare, quotidiana e ci sono silenzio, obbedienza e complicità involontaria. La storia si apre con un corpo a terra e, poco a poco, vediamo come tutti gli abitanti della casa – marito, figlio e suocera – reagiscono secondo ruoli imposti e tradizionali. Il marito domina e la suocera e il figlio, in modi diversi, perpetuano le stesse dinamiche. Cosa emerge? Che anche quando ci sono legami affettivi, il potere e la gerarchia domestica piegano i corpi e le vite. Troviamo figure che sono archetipiche e che diventano simboli universali che mostrano come la violenza, spesso silenziosa, si ripeta nella quotidianità e venga normalizzata, e ci sono paura, ricatto, abusi evidenti e sottili che portano ad accettare la sottomissione. Questa dinamica familiare riflette ciò che spesso accade ancora nella nostra società dove non sempre c’è ribellione: la paura e il conformismo spingono a minimizzare. Lo spettacolo mostra quanto questa violenza sia radicata e quanto sia potente la sua ripetizione, invitandoci a riconoscerla e a interrogarne i meccanismi.
Il linguaggio è molto forte, a tratti crudo. Quanto è importante usare parole e immagini così dirette per affrontare questo tema?
Non so se esista un modo giusto per raccontare temi come violenza di genere, femminicidio, abuso di potere e meccanismi patriarcali. La cosa fondamentale è parlarne, perché sono questioni che ci attraversano da sempre e continuano a essere attuali, anche se oggi se ne parla di più, e meno male. Per quanto riguarda la forma, che siano parole crude o immagini simboliche, questo dipende dall’artista. Nel nostro caso il linguaggio, diretto e forte, aderisce perfettamente alla realtà, in una dimensione quasi iperrealistica: se c’è violenza la si racconta senza addolcirla, ed è questa la cifra stilistica di Emma Dante.
Che ruolo “civile” può avere il teatro nel contribuire a riflettere su certi temi?
Il teatro ha un ruolo unico e privilegiato perché crea un rapporto diretto con lo spettatore e l’esperienza è totalizzante: vedere una storia sul palco permette di entrare in contatto immediato con il dolore, la paura e la resilienza, forse ancora più che nel cinema, questo per la vicinanza ai corpi degli attori. Può creare consapevolezza e stimolare le menti, perché porta alla luce ciò che spesso resta nascosto o viene distorto. Questo non basta ovviamente a cambiare il mondo, ma può accendere domande, riflessioni e piccole scintille di cambiamento. E anche se non è salvifico, offre sempre una speranza, e dove c’è speranza credo ci sia anche possibilità di trasformazione.
Nel finale aleggia l’immagine di questa donna a cui è concesso soltanto “l’intenzione del volo”. Che cosa rappresenta?
Quel volo solo immaginato rappresenta la contraddizione della sua esistenza: la vita spezzata, la violenza subita e la sottomissione. Dopo l’uccisione, la protagonista si rialza come in un rituale: si pulisce il volto, si sistema, saluta la casa e i suoi abitanti, danza con il marito e poi resta sola. È la sua vita interrotta, il momento in cui tutto cambia e quel volo impossibile è una speranza negata. In quel preciso momento accade qualcosa: il pubblico, sulle note di Branduardi, inizia ad applaudire e in quell’applauso c’è una forma di liberazione. Dopo un’ora di dolore, attraversata anche da momenti ironici, si crea un legame collettivo come se tutti si aggrappassero a quell’immagine per immaginare la storia in modo diverso.
Un’ultima battuta. C'è una riflessione su tutte che vorrebbe che il pubblico si portasse con sé?
Vorrei che portasse con sé una ferita, che si lasciasse attraversare dalla storia fino a sentirsi parte di ciò che accade, quasi fosse un complice. Anche solo per un attimo, vorrei che si sentisse in quel braccio che solleva il ferro da stiro pronto a colpire, per capire che siamo tutte e tutti parte di un sistema che perpetua violenza, disuguaglianza e abuso.












