Coronavirus e economia, Cerea: ''Lavorare sui consumi, reddito delle persone in caduta. Ma aumenterà l'occupazione, la globalizzazione destinata a cambiare''
Il lockdown prolungato per fronteggiare l'emergenza apre tanti interrogativi sul lungo periodo, quanto soprattutto a brevissimo termine. E tra i settori più colpiti ci sono quelli strategici per il Trentino: turismo e agricoltura. Settori chiamati a cambiare strutturalmente le modalità per limitare una recrudescenza del coronavirus, almeno fino a quando non arriverà un vaccino

TRENTO. "I fronti aperti sono tanti, certo un primo step è quello della riapertura delle imprese ma questo da solo non può bastare perché contestualmente bisogna lavorare sui consumi con il reddito delle persone che è in caduta", queste le parole di Gianfranco Cerea, professore e già numero uno della facoltà di Economia all'ateneo trentino, sulle ripercussioni economiche della pandemia Covid-19.
"La globalizzazione è destinata a cambiare. Le grandi aziende - dice Cerea - ritorneranno a investire e allocare stabilimenti in Europa. Delocalizzare in un singolo Paese espone a troppi rischi: un'altra epidemia o un incidente diplomatico potrebbero bloccare tutto. Se da un lato aumentano i posti di lavoro, dall'altro anche i costi: se una mascherina costa 0,20 euro si passerà a 1 euro perché salari, tutele e orari di lavoro sono diversi".
Il lockdown prolungato per fronteggiare l'emergenza apre tanti interrogativi sul lungo periodo, quanto soprattutto a brevissimo termine. E tra i settori più colpiti ci sono quelli strategici per il Trentino: turismo e agricoltura. "Il ritorno alla quotidianità sarà diverso - prosegue il docente - il vivere sociale si deve adattare per mantenere il livello della sicurezza il più alto possibile e questo dovrà prevedere dei mutamenti strutturali di alcuni settori. E' importante aiutare le persone a spendere per immettere denaro e acquistare beni di consumo e servizi: il motore deve essere alimentato, non è sufficiente far ripartire il Paese".
Cambiare le modalità per limitare una recrudescenza del coronavirus, almeno fino a quando non arriverà un vaccino. E così probabilmente si sarà accolti alla reception degli hotel da professionisti con mascherina e guanti. Il primo mercato a sbloccarsi è giocoforza quello interno, ma deve confrontarsi con produzioni da far ripartire, cassa integrazione, posti di lavoro a rischio e ferie già consumate in larga parte. Il mercato internazionale è ancora più incerto. Ma sono tanti gli interrogativi sul tavolo, anche più di operatività.
Se si deve mantenere un certo grado di distanza sociale, un pullman da 50 persone potrà arrivare nelle nostre località turistiche? E' sostenibile per alcune strutture, soprattutto di alto livello, puntare al massimo del 50% di occupazione per garantire la piena conformità alle disposizioni? Gli impianti potranno accogliere quegli assembramenti che si sono visti il 7 marzo scorso? Strutture a conduzione familiare potrebbero rappresentare un vantaggio competitivo (ma riusciranno a reggere l'onda d'urto?) o una catena nell'immaginario riusicrà a rendere meglio l'idea di garanzie di nessun rischio? A questo si aggiungono la gestione di bar e ristoranti (anche negli hotel) che dovranno cambiare piani, oltre all'indotto che salta per eventi, manifestazioni e appuntamenti vari che vengono posticipati nella migliore delle ipotesi, saltano direttamente all'anno prossimo nella peggiore. Un'altra sfida oltre agli interrogativi sul cambiamento climatico.
"E' necessario capire come ci si adatterà alle nuove modalità del vivere quotidiano. Se girare con la mascherina - evidenzia Cerea - può essere accettato facilmente, le distanze sono destinate a essere rimodulate: i ristoranti devono organizzare gli spazi e potenzialmente si perdono coperti, così come i bar potrebbero trovarsi a cambiare disposizioni per adeguarsi alle normative in politica sanitaria".
Un altro settore in fortissima difficoltà è quello dell'agricoltura. Più volte Coldiretti ha lanciato l'allarme per l'assenza di braccianti. "L'ondata di coronavirus - spiega Cerea - è diversa per ogni Paese e quindi il blocco delle frontiere è più che concreto. E l'agricoltura è un comparto che si avvale principalmente di manodopera straniera. Qualche accordo tra Stati per far arrivare gli addetti probabilmente si riesce a trovare, ma poi bisogna vedere se la gente si sente sicura negli spostamenti. Il risultato però potrebbe non soddisfare il fabbisogno. C'è un partito che dice 'Prima gli italiani', vediamo se gli italiani vogliono eventualmente raccogliere pomodori o piccoli frutti a quelle cifre".
Le proiezioni indicano che il debito italiano è destinato a crescere: +130% a causa della pandemia. "Probabilmente anche di più - prosegue il docente - un debito destinato a salire in modo importante e contestualmente calano produzione e reddito, quindi la forbice si allarga in due direzioni. E si deve considerare un altro aspetto: c'è una fascia di popolazione che lavora alla giornata come le bancarelle itineranti, gli ambulanti oppure le domestiche per fare un esempio. Sono completamente scoperti e il rischio è quello che vengano abbandonati, un rischio sociale che non va sottovalutato a livello sociale".
Oltre alla partita in Europa, un primo passo è stato il Decreto Cura Italia, quindi per questo aprile è atteso un altro intervento. "La direzione del provvedimento è giusta. Il problema - conclude Cerea - è l'applicazione tra burocrazia e procedure tipiche dell'Italia, ma anche la difficoltà nel trovare chi si assume la responsabilità di gestire le risorse e i rischi correlati".












