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I ristoratori trentini contro il Dpcm: "Non è rischioso andare al ristorante, il governo prenda anche misure a sostegno della nostra categoria"

Il presidente dell'Associazione ristoratori del Trentino Marco Fontanari fa seguito alle critiche della Fipe (Federazione nazionale dei pubblici esercenti) e esprime i propri dubbi riguardo alle nuove misure previste dal Governo lo scorso 13 ottobre: "Gli assembramenti non li risolvono limitando le nostre imprese"

Di Rebecca Franzin - 15 ottobre 2020 - 19:37

TRENTO. I casi di Coronavirus aumentano (sono 111 nelle ultime 24 ore) e così anche le limitazioni, imposte lo scorso 13 ottobre per frenare la diffusione del virus. Non tutti però sono d'accordo, soprattutto nel settore della ristorazione. La Federazione nazionale dei pubblici esercizi (Fipe) è intervenuta esprimendo le proprie critiche riguardo alle nuove misure: secondo il rapporto che hanno presentato ieri al Presidente Conte, si stima che nel 2020 il settore della ristorazione perderà circa 20 miliardi di euro, di cui 13 miliardi sono già stati persi solo nel secondo trimestre

 

"Crediamo che gli assembramenti non si risolvano limitando le nostre imprese. Imprese che rispettano rigorosamente i protocolli e le regole - spiega Fontanari - non deve passare l’idea che sia rischioso andare al ristorante perché non è assolutamente vero. Siamo aperti dal 18 maggio e non ci sono stati casi di focolai o di aumento dei contagi legati ai ristoranti". Questo è stato smentito nelle ultime ore da Fugatti e Ferro durante la conferenza stampa tenutasi alla Provincia, durante la quale è stato reso noto un focolaio partito proprio da un ristorante e che avrebbe causato parecchi casi.

 

"I locali sono controllati e controllabili facilmente e non si trasformano in focolai dopo le 21 o mezzanotte. Siamo tutti responsabili: gli esercenti, i nostri collaboratori, i clienti - continua Fontanari - condividiamo certamente gli sforzi del Governo per evitare un nuovo lockdown e per contenere la diffusione del virus ma crediamo anche che gli ambiti dove intervenire siano altri​ non certo quello dei ristoranti, già piegati da mesi di chiusura e con i fatturati in calo vertiginoso".

 

Che la ristorazione ed il turismo siano stati i settori più colpiti dalla pandemia non c'è dubbio, soprattutto perché settori che normalmente producono fatturato basandosi sul principio stesso di assembramento. "Questa nuova limitazione ci rende particolarmente scettici e crediamo che non solo non sia efficace ma addirittura costituisca un ulteriore danno all’intera categoria", prosegue. 

 

Secondo i dati della Fipe, nei primi due trimestri del 2020 sono più di 12.500 le imprese che hanno cessato l'attività, e a fronte delle più di 7 mila nuove aperture del 2019 quest'anno se ne sono registrate solo 4.719. Almeno 50 mila imprese sono a rischio chiusura e la Fipe prevede che più di 300 mila persone perderanno il lavoro. Questa grave crisi sta anche invitando la criminalità ad infiltrarsi nel settore: il 14% degli esercenti ha già ricevuto offerte di prestiti da canali non ufficiali mentre il 13% è stato esortato a vendere l'attività ad un prezzo inferiore a quello di mercato

 

Se da una parte quindi è necessario limitare gli assembramenti, dall'altra i ristoratori ritengono di vitale importanza che il governo prenda delle misure per arginare la crisi del settore. "Ci aspettiamo che oltre a queste limitazioni il governo preveda anche ulteriori misure a sostegno della nostra categoria - conclude Fontanari - questi dpcm, calati dall’alto e che entrano immediatamente in vigore, tengono in poca considerazione le aziende e la loro organizzazione. Ci auguriamo, inoltre, che la stessa velocità con cui diventano operativi blocchi e limitazioni possa essere applicata anche agli strumenti che devono sostenere le imprese".

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