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Il Veneto chiede 35.000 ettari di nuovi vigneti. I Vignaioli trentini: “Loro hanno una strategia. Da noi la politica lascia strada ai gruppi industriali”

I nostri vicini di casa stanno convertendo aziende cerealicole e zootecniche in vitivinicole. Cesconi: “Noi con l'accordo per il Doc delle Nuove Venezie li inseguiamo nella sfida industriale mentre dovremmo puntare sulla qualità”

Di Luca Pianesi - 23 settembre 2016 - 08:05

TRENTO. “In Veneto c'è una strategia chiara, spinta dalla Regione. In Trentino no. La politica ha abdicato al suo ruolo di guida lasciando le redini ai grandi gruppi industriali”. Così il presidente dei Vignaioli del Trentino Lorenzo Cesconi commentando l'incredibile dato proveniente dal “giardino dei nostri vicini di casa”: sono quasi 35 mila gli ettari di nuovi vigneti (Fonte Confagricoltura) richiesti dal Veneto nel 2016.

 

Un dato impressionante se si pensa che in tutto il Trentino la superficie coltivata a vigneto sfiora appena i 10 mila ettari. E a fare la parte del leone sono essenzialmente le due varietà che stanno trainando il mercato, quelle del prosecco e del pinot grigio. “E' un percorso che stiamo portando avanti da qualche anno – ci spiega Giuseppe Facchin della Confederazione Italiana Agricoltori di Treviso – qui in Veneto ormai da tempo è in atto una conversione delle aziende cerealicole e zootecniche, i cui mercati sono in grossa crisi, in aziende vitivinicole. E in più, anche grazie agli incentivi regionali per la ristrutturazione e la riconversione dei vigneti (quest'anno la Regione ha emesso un bando che stanzia 8,5 milioni di euro ndr) stiamo meccanizzando la gran parte dei nostri impianti”.

 

Come detto la voce grossa la fanno prosecco e pinot grigio: in 5 anni, dal 2008 al 2013, il Prosecco è passato da 11.700 ettari coltivati a 21 mila mentre il Pinot Grigio è cresciuto a sua volta di 3.000 ettari (fonte Istat). “Per questa crescita va detto bravo anche a Zaia – prosegue Facchin – perché c'è stato un chiaro indirizzo politico. Il Prosecco, per esempio, sta diventando un vero marchio di fabbrica per le nostre zone. E' un prodotto che sta riscuotendo un successo planetario visto che il 65% di quanto produciamo ormai lo commercializziamo oltre confine.

 

E speriamo che con il Pinot Grigio succeda lo stesso. Adesso che è stato stipulato l'accordo per la nuova doc Delle Venezie che comprende Veneto, Trentino e Friuli penso potremo raggiungere grandi obiettivi anche con questo prodotto”. Un progetto quello della nuova Doc che vale 20.275 ettari di vigneti (11.511 in Veneto, 6.005 in Friuli Venezia Giulia e 2.760 in Trentino Alto Adige) finendo per rappresentare oltre l’82% della superficie coltivata a Pinot Grigio in Italia. Un'iniziativa, però, che in Trentino non a tutti è piaciuta.

 

“Il Veneto non può che essere contento – spiega il presidente dei Vignaioli trentini Lorenzo Cesconi – perché è chiaramente capofila in questo progetto, come si vede dai numeri. Io ero contrarissimo, sin dall'inizio. Il Doc nasce per esaltare le caratteristiche di una singola zona. Qui stiamo parlando di un territorio che va a coinvolgere tre regioni. E già questa è un'aberrazione visto che abbiamo contesti climatici e modalità di produzione diversissime. Loro stanno meccanizzando tutto il possibile e perseguono una sfida essenzialmente industriale. Noi, al contrario, abbiamo un territorio agricolo che deve necessariamente puntare sulla qualità più che sulla quantità. Nella pianura veneta la raccolta di un ettaro di uva avviene in 150 ore da noi in alcune zone di collina ci vogliono anche 600 ore. I costi sono più alti e le rese più basse”.

 

Eppure per stare al passo con il Veneto, in questa corsa al Doc delle Venezie, sembra riusciremo nell'impresa di alzare il tetto delle nostre rese da 140 a 150 quintali per ettaro. “Una follia – prosegue Cesconi – da un lato si parla di ridurre l'utilizzo di fitofarmaci e di pesticidi e dall'altro ci si instrada verso una produzione sempre più industriale. La prima regola della sostenibilità è ridurre le rese. E' da qui che si parte per diminuire i trattamenti e avere prodotti di nicchia, di qualità, un marchio sempre più 'pulito' da esportare nel mondo. E invece inseguiamo modelli, a lungo andare, per noi sicuramente lesivi. La politica ha abdicato al suo ruolo di guida e siamo in mano ai grandi gruppi industriali, da Mezzocorona a Cavit, che spesso questo problema non se lo pongono imbottigliando anche uve non trentine. Io penso che si debba cambiare rotta, fare produzione industriale ma puntare soprattutto sulla qualità. Qualità del prodotto che spesso fa rima anche con qualità della vita, della salute e dell'ambiente”.

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