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Trento
04 aprile | 06:01

Un valore fondiario dei vigneti altissimo ma il vino trentino troppo spesso in vendita "sottocosto" nei supermercati, la lettera di alcuni vignaioli: "Da anni errori fatali"

Quanti viticoltori si recano nelle enoteche per acquistare bottiglie di vino ufficialmente prodotto con le uve da loro conferite? Quale il rapporto tra prezzo riscosso in pigiatura e il prezzo di vendita al pubblico della specifica bottiglia tutelata pure dalla Doc e col rinomato marchio aziendale? Come rafforzare il "sentimento di appartenenza" alla specificità vitivinicola?

TRENTO. Un forte squilibrio tra il valore fondiario dei vigneti inseriti nella Doc Trentino e quelli dei vini altrettanto Doc in vendita sugli scaffali, specialmente della grande distribuzione. Come dire: un ettaro di viti pregiate vale mediamente mezzo milione, con un rialzo di quasi il doppio in mitiche zone collinari. Le vendemmie però producono vini senza troppi legami con il prestigio della zona d’origine. Incomprensibile registrare come sul mercato si trovino bottiglie di vini Trentino Doc a prezzi spesso inferiori le due cifre. Con ribassi (scandalosi?) a neppure 5 euro. Tutto questo mentre si nota un calo della richiesta di iconici vini rossi autoctoni, timida regressione pure nelle vendite delle bottiglie con le bollicine della Trento Doc. In uno scenario che chiama in causa l’annoso divario dell’appeal tra le etichette del Trentino e quelle dell'Alto Adige.

 

Una sorta di "tempesta perfetta" rischia di gravare sul comparto vitivinicolo alla vigilia del Vinitaly e iniziano a venire al pettine i nodi di scelte, forse non corrette, di un modello di stampo industriale improntato ai grandi numeri e un approccio agronomico che evidenzia qualche scandaloso limite.

Il Trentino, rispetto alla Provincia di Bolzano, si è collocato caparbiamente sulle fasce di mercato più sovra-territoriali, spinte gobal piuttosto che local, prezzi per un bere immediato, vini a prezzi contenuti, nonostante i costi di produzione - per certi versi - paragonabili a quello dello Champagne. In Francia però un quintale d’uva per "bollicine" può raggiungere i 1000 euro. Da noi l’80% in meno. Tra le Dolomiti è però più difficile coltivare che sulle colline di Reims. Per accudire vigneti su pendii servono almeno 600 ore annue per ettaro. Se a questo si aggiungono oneri gestionali (trattori, prodotti fitosanitari, magari l’affitto, sui 5 - 9 mila euro ettaro) e tutta una serie d’ammortamenti, si raggiungono almeno 12 mila euro per ogni ettaro, senza calcolare la fatica dei contadini. Tiriamo le somme. La rendita media per ogni ettaro vitato del Trentino s’aggira sui 15 - 17 mila euro annui. Nel confinante Alto Adige tra i 26 mila e addirittura i 33 mila euro. Quasi il doppio.

 

"Appare evidente - spiega in una lettera giunta alla redazione de Il Dolomiti firmata da un gruppo di viticoltori soci di alcune rinomate cantine coop trentine - che le rese economiche ottenute in Alto Adige superano nettamente quelle trentine. Nonostante siano simili i gravosi compiti gestionali. Quali sono le ragioni del radicale divario? Gli altoatesini seguono un protocollo Sqnpi molto più permissivo rispetto ai regolamenti trentini, ma i loro vini continuano a mietere successi, a beneficiare di un maggiore appeal, evidenziando gravi lacune nella politica adottata dal sistema a sud di Salorno". 

 

I soci viticoltori conferitori delle cantine sociali dovrebbero ottenere migliori indennizzi, spuntare prezzi maggiori delle loro uve, con remunerazioni ancora ferme ai primi anni Duemila. Prendendo magari la Champagne come ipotetico paragone. Senza tralasciare il confronto tra loro, degustando pure coralmente i vini imbottigliati dalle stesse loro cantine sociali.

 

Quanti viticoltori si recano nelle enoteche per acquistare bottiglie di vino ufficialmente prodotto con le uve da loro conferite? Quale il rapporto tra prezzo riscosso in pigiatura e il prezzo di vendita al pubblico della specifica bottiglia tutelata pure dalla Doc e col rinomato marchio aziendale? Come rafforzare il "sentimento di appartenenza" alla specificità vitivinicola? Domande indiscrete, in attesa di risposte.

 

Il divario è appariscente specialmente nelle proposte di vini destinati alla ristorazione della nostra regione, alle carte-vini più rappresentative. Basta interrogare alcune ditte della distribuzione o chiedere riscontri alle enoteche maggiormente fornite. Con questa domanda: su 100 bottiglie di tipico vino dolomitico "tranquillo" proposto alla vostra clientela che opera nelle due province autonome, quali e come sono le scelte? Tralasciamo gli spumanti della Doc Trento, soffermiamoci solo sui tradizionali bianchi o rossi. Che riscontri? Tra le aziende da noi interpellate (da Proposta Vini, Fine Wine, Grado12, Liber Wine, Dolomia Wine e alcuni rinomati enorappresentanti) il responso è a dir poco imbarazzante: oltre il 90% dei clienti sceglie vini della Doc Alto Adige.

 

Insomma il sell out - l’uscita dai punti attivi nella zona dolomitica - registra l’assoluta predominanza nella richiesta e quindi vendita di etichette altoatesine. In quanto sono vini ritenuti più riconoscibili e considerati di livello più elevato. Vini col fascino del "marchio Alto Adige/Suedtirol", del cosiddetto brand territoriale per certi versi unico quanto inconfondibile. La Doc Alto Adige evoca habitat suggestivo, vini di stampo sartoriale nonostante in realtà siano vinificati da storiche cantine sociali, prodotti da bere gustando ricordi e stimolando piaceri.

 

Pochissimi i marchi della Trentino Doc premiati nei concorsi enoici. Quelli che riscuotono massimi punteggi non aderiscono al disciplinare e orgogliosamente sfruttano il rafforzativo Igt Dolomiti. Un vino indiscutibile su tutti, tra assoluti leader italiani è proprio il San Leonardo dei Guerrieri Gonzaga, marchesi in quel di Borghetto d’Avio, che sull’etichetta del loro blasonato prodotto campeggia la scritta Vigneti delle Dolomiti. Il Trentino in compenso è imbattibile per quanto riguarda le bollicine. Ma non può essere una consolazione.

 

Rischiano di scomparire dalle "carte vino" più rappresentative anche vini iconici come il Teroldego rotaliano - soppiantato proprio dal Lagrein Alto Adige Doc - mentre è completamente esonerato il Marzemino. "Non pervenuta" neppure la presenza di Nosiola, forse perché vino - stesso discorso per il Mueller Thurgau - spesso offerto a prezzi stracciati (meno di 3 euro la bottiglia) da colossi vinicoli presenti nella grande distribuzione. Qualche vino trentino sfrutta pure il traino di omonimi vitigni - Traminer e Pinot nero - senza badare o distinguere rispettive zone geografiche. Sbadatamente si bevono vini trentini convinti che siano dell’Alto Adige. Una confusione che comunque "lustra l’Alto Adige". Solo gli spumanti della Doc Trento mantengono precisi legami territoriali, sfidando anche il mercato della Gdo con promozioni "sottocosto", attuate forse per distinguere i Brut dalle rinomate Riserva o dai Millesimati più austeri.

 

I vini trentini in molti casi non avrebbero comunque nulla da invidiare a quelli altoatesini ma è ampia la forbice tra brand e narrazione. Segno che la strada appare lunga (e in salita) nella ricerca di un equilibrio del miglior rapporto possibile tra qualità percepita, quantità e prezzo.

 

Il vino del Trentino in confronto all'Alto Adige - per proposte fascinose - rischia dunque di rimanere a terra. Un divario che si è notato anche a Pro Wein. Stand del Trentino deserto o quasi, quello altoatesino caratterizzato da vivacità e via e vai di persone (Qui articolo). Non è sempre stato così ma tra gli anni '80 e gli inizi del 2000 a Bolzano ci si è orientati verso il territorio, mentre qui si è puntato fin da subito sulla possibilità di penetrare i vari mercati, anche con la leva di un prezzo in molti casi più appetibile (Qui articolo). Un altro passo indietro nel 2015 con il cambio di comunicazione (Qui articolo).

 

E' iniziata così una fase autonoma delle due simili realtà vitivinicole, così vicine e pur lontane. “Il paradigma è stato diverso e questo si è tradotto nella capacità di attrarre un turista, per esempio, di fascia più alta” - ribadisce tra gli altri Alessandro Gilmozzi, chef presidente dell’Associazione ambasciatori del gusto, congrega gourmet che annovera moltissimi ristoranti altoatesini, molti più di quelli del Trentino (Qui articolo). E’ una questione di "economia circolare" e altrettanto rafforzativa: al blasone di una cantina si lega il fascino di un hotel, dell’agritur più sincero, per poi indicare il ristorante dove tipicità e classe potenziano le triangolazioni sensoriali e dell’ospitalità. Una dinamica in Trentino attuata solo da alcune potenti cantine spumantistiche, situate vicino all’autostrada del Brennero, per accogliere la clientela curiosa o quella attirata dalle promozioni e del "mordi e fuggi".

 

La colpa non è da imputare esclusivamente ai responsabili attuali del comparto vitivinicolo locale. Da almeno 10 anni il Trentino non sembra avere una visione programmata, una regia di coordinamento, neppure linee d’indirizzo suggerite dalle strutture e organismi della politica provinciale.

 

Scontri e visioni contrapposte tra Consorzio Vini e Associazione dei Vignaioli. Per un’assurda discordanza tra micro cantine private, vignaioli veraci, alcuni imbottigliatori lungimiranti e linee operative di cantine sociali impegnate solo a soddisfare le richieste delle loro "secondo grado", le potenti aziende della commercializzazione più spinta seppur remunerativa. Un business che interagisce con movimentazioni di vini che hanno pochi legami colturali con le pigiature di uve raccolte tra i 10 mila ettari del Trentino vitivinicolo.

 

Vini - discorso a parte, torniamo a ribadirlo, per il TrentoDoc - che navigano a vista. Un sistema che sarebbe chiamato a migliorare quantomeno il coordinamento interno e le strategie di marketing per uscire dall'impasse.  "Sono anni che subiamo errori fatali: nel 2016 la peronospora, nel 2019 la Flavescenza dorata e ora una grave crisi economica", proseguono (nelle lettere alla nostra redazione) i viticoltori "bastian contrari" seppur soci della cooperazione. "E' ora che i nostri amministratori comprendano l'insostenibilità economica di questa situazione e agiscano per salvaguardare le aziende in difficoltà. Poi gli enologi dovrebbero migliorare la comunicazione, virare verso un rapporto in generale più leale ma anche dare ai giovani le opportunità che meritano e che si aspettano: serve una maggior fiducia perché escono formati bene da San Michele all'Adige. E poi uscire anche dal vicolo che si lavora per una grande cantina sociale oppure è difficile avere una carriera soddisfacente".

Come è possibile che non si riesca a collaborare e cooperare nell'interesse comune? "Questo interrogativo rimane al centro della nostra disperata situazione", concludono i ‘soci ribelli’. E dopo il flop a ProWein il prossimo banco di prova è dietro l'angolo, tra due settimane, con Vinitaly.

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