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| 13 set 2017 | 06:52

Sait, la Cgil attacca: "Manca un piano industriale e i lavoratori pagano per errori della dirigenza. La Provincia deve commissariarla"

Il sindacato traccia un bilancio dopo i primi sei mesi di cassa integrazione e l'ipotesi di tagliare 128 posti di lavoro. Caramelle: "Manca trasparenza e uso illegittimo della cassa integrazione. Le ore straordinarie aumentano e il consorzio ricorre alle esternalizzazioni per pagare meno i lavoratori"

Da sinistra Marco Monsorno, Vehbi Rizvani, Giorgio Margoni, Roland Caramelle e Ivo Berengan

TRENTO. "Dopo circa sei mesi dall'inizio della cassa integrazione possiamo tracciare un primo bilancio e i dubbi sono veramente tanti: è ora di riprendere la discussione", queste le parole di Roland Caramelle, segretario di Filcams Cgil, a preannunciare un autunno caldo tra Sait e il sindacato. 

 

Circa settanta lavoratori sono infatti in cassa integrazione e la tensione sale per l'ipotesi di tagliare 128 posti di lavoro. "Gli straordinari - aggiunge il sindacalista - sono aumentati e cresce anche il ricorso agli addetti esterni per la movimentazione della merce in magazzino e negli uffici. Il tutto mentre tra fine mese e inizio ottobre potrebbe partire la procedura di licenziamento".

 

Sono soprattutto tre le domande che si pone la Cgil: quale è il piano industriale di Sait? Quali sono i dati rispetto alle esternalizzazioni e il ricorso alle ore straordinarie? Quanto intende fare la Provincia?

 

"I lavoratori si trovano in una condizione paradossale e senza certezza per il futuro. In questa situazione i vertici del consorzio sono rimasti saldi sulle loro poltrone, senza assumersi nessuna responsabilità del disastro prodotto in questi anni. Non è mai stato presentato un piano di rilancio e non sappiamo come Sait intenda restare competitiva sul mercato, mentre la concorrenza aumenta. L'azienda naviga a vista e taglia i costi sul personale", denuncia il segretario della Filcams insieme ai quattro delegati sindacali Marco Monsorno, Vehbi Rizvani, Giorgio Margoni e Ivo Berengan.

 

A novembre scorso Sait ha annunciato la decisione di tagliare 128 posti di lavoro e in aprile è stata aperta la procedura per la cassa integrazione straordinaria su tutti i dipendenti della sede di via Innsbruck.

 

"In questi mesi - aggiunge Caramelle - è cresciuto il ricorso alle esternalizzazioni tramite Movitrento per coprire il lavoro in magazzino, mentre negli uffici si ricorre alle assunzioni tramite partecipate. Il conto è presto fatto: l'azienda ha messo fuori i suoi addetti per sostituirli con personale a costi minori per Sait. Inoltre hanno richiamato a lavoro nove addetti al magazzino, per fronteggiare l'aumento di attività. Nessuna proposta di piano sociale e riqualificazione dei lavoratori da parte di Sait e della Federazione della cooperazione, che evidentemente ha riposto nel cassetto la propria responsabilità sociale, insieme ai valori fondanti proprio della cooperazione".

 

Un comportamento finito nel mirino del sindacato e oggetto di tre lettere indirizzate proprio a Sait, Movitrento e Federazione in marzo, giugno e luglio. "Non abbiamo ricevuto - evidenzia il segretario - ancora nessuna risposta. Manca trasparenza e per questo ci siamo rivolti al Servizio lavoro della Provincia per richiedere un intervento ispettivo. La situazione è grave e non escludiamo anche un possibile conflitto di interessi: la presidente di Movitrento è vice-presidente in Federazione, senza dimenticare un comportamento illegittimo e un uso improprio della cassa integrazione. Si ricorre a denaro pubblico e intanto si utilizzano lavoratori che costano meno: una guerra tra parti deboli e un affronto a chi lavora in Sait da tanti anni. Questa è una vicenda che potrebbe avere anche risvolti legali". 

 

Ma se gli straordinari aumentano, alcuni lavoratori vengono richiamati dalla cassa integrazione e il resto dell'attività viene esternalizzata, il sindacato avanza ulteriori dubbi: questo quadro lascerebbe infatti presupporre che non ci sarebbero sufficienti ragioni per ritenere che Sait abbia la necessità di tagliare i posti di lavoro. “I vertici Sait - incalza Caramelle - a cominciare dal presidente Dalpalù hanno semplicemente scelto di fare pagare ai lavoratori i costi di una riorganizzazione necessaria perché non hanno un progetto di rilancio e un vero piano industriale. Il tutto in una situazione di totale assenza di trasparenza da parte del consiglio di amministrazione, della presidenza e della direzione. I licenziamenti verranno impugnati".

 

Ragioni queste che hanno spinto la Filcams ha chiedere un nuovo incontro ai rappresenti delle forze politiche di maggioranza e opposizione. "La vicenda Sait non può finire nel silenzio - conclude Caramelle - mentre i lavoratori ci rimettono l'occupazione e chi è stato responsabile di questa situazione resta alla guida del consorzio. Le richieste del consiglio provinciale e degli assessori competenti sono rimaste lettera morta e dovrebbero valutare un commissariamento. E' ora di riaprire la discussione".

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