Guerra in Ucraina, ''cade'' il mercato russo per il vino italiano. Cavit: '''Per noi vale di più difendere libertà e democrazia che vendere i nostri prodotti in quei luoghi''
Per il settore il venir meno del mercato russo è un duro colpo in termini economici ma non si può restare indifferenti rispetto alla vile aggressione di Putin a Kyiv. Marilisa Allegrini (Amarone della Valpolicella): “Dobbiamo decidere da che parte stiamo, senza se e senza ma. Non possiamo accettare questa tragedia come inevitabile”

TRENTO. I responsabili dell’export di un paio di cantine trentine impegnate sul mercato russo avevano già il biglietto in tasca: domani a Mosca doveva aprire il Vinitaly Roadshow Russia, appuntamento imperdibile per quanti esportano ingenti quantitativi di vino riservati ai consumatori più evoluti della sterminata federazione russa. Ma tutto è stato stravolto. L’assedio di Kyiv e il putiferio guerrafondaio di Putin manda in tilt - ma questo umanamente è davvero danno decisamente minore - ogni strategia legata ad un consumo effimero come quello del vino. Ripercussioni che coinvolgono Mosca e Kyiv, in quanto capitali da sempre accomunate dalla medesima bramosia del buon bere, specialmente di vino ‘Made in Italy’.
Piazze ora devastate da operazioni belliche drammatiche, per certi versi incomprensibili, scatenate da un presidente russo che nulla concede alle tutele delle reciproche opportunità e leggi democratiche. L’allarme per i danni commerciali italiani causati dall’aggressione russa all’Ucraina sono stati subito sottolineati dall’Unione Italiana Vini. “Ci troviamo costretti a dover rinunciare ad una piazza strategica per l’Italia, che è il primo Paese fornitore di vino in Russia - ha detto il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti - proprio in una fase di forte risalita degli ordini. Dunque sconsigliamo di spedire nelle destinazioni ora teatro di guerra’.
Secondo l’analisi Osservatorio Uiv-Vinitaly (su base Dogane), solo nel 2021 si sono registrati ordini dalla Russia per un valore di 375 milioni di dollari, in crescita dell’11% sull’anno precedente, a fronte di 1,155 miliardi di dollari di importazioni complessive di vino dall’estero. L’Italia, primo Paese fornitore con una quota di mercato del 30% davanti a Francia e Spagna, ha registrato nel 2021 un boom della domanda di spumanti (25%) ed un incremento del 2% per i fermi imbottigliati. Tra le denominazioni più richieste da Mosca, il Prosecco, il Lambrusco e l’Asti spumante, oltre ai vini Dop toscani, siciliani, piemontesi e veneti, senza tralasciare alcuni particolari Trentodoc.
Anche l’Ucraina, dove l’Italia è leader di mercato, nei primi 9 mesi 2021, ha registrato un import di vino italiano a +20% per i vini fermi e frizzanti in bottiglia, e +78% per gli spumanti. Il danno, dunque, ci sarà, e sarà diretto, anche per il vino. Senza contare i danni indiretti derivanti da crollo del rublo e dai prezzi energetici alle stelle. Una cinquantina le aziende trentine che esportano costantemente in Russia, in gran parte imprese del settore meccanico e dell’innovazione tecnologica, export per un valore attorno ai 60 milioni di euro. Con una quota importante anche riservata al vino. Nelle esportazioni italiane di vino verso la Federazione russa il Trentino contribuisce attorno al 10%, una quota di tutto rispetto.
Il Gruppo Mezzacorona porta il valore del Trentino del vino in 65 Paesi del mondo, con l’export che vale l’80 % delle vendite, con una forte presenza anche sul mercato russo, in netta crescita con la domanda di pinot grigio, spumante Rotari e pure Teroldego rotaliano. Non da meno Cavit - presente anche in Ucraina - e pure le rinomate ‘bollicine’ dei Lunelli, con bottiglie di Ferrari che dovevano essere tra pochi giorni sul podio della Formula 1, ma il Gran Premio di Sochi è stato cancellato proprio per causa bellica. Vino italiano dunque duramente penalizzato nell’export, con gli operatori ancora attoniti, tra preoccupazioni e la ricerca di soluzioni commerciali, per incassare anche quanto loro spetta da spedizioni anteguerra.
Tra le primissime prese di posizione in merito alle sconcertanti operazioni ordinate da Putin si distingue Slow Food, che ha subito ribadito il suo impegno pacifista. ‘Siamo con gli ucraini che non vogliono questa guerra. Ma siamo pure con il popolo russo, come con tutti quelli che nel mondo non vogliono alcuna guerra’. E fa loro eco Enrico Zanoni direttore generale di Cavit che spiega: ''Per noi vale di più difendere valori quali libertà e democrazia che vendere i nostri prodotti in quei luoghi''.
Preoccupati per l’export vinicolo anche Coldiretti e Confagricoltura, confederazioni altrettanto in allarme per quanto concerne le importazioni agricole da Ucraina e Russia. Zona da dove proviene gran parte del grano e il mais destinato ai mangimifici italiani. L’Italia importa pure fertilizzanti, rischiando di non avere a disposizione le quantità necessarie di concimi per imminenti semine. E il blocco del porto di Odessa porterebbe al collasso il mercato internazionale dei cereali.
Sperando negli esiti della complicata diplomazia in terra bielorussa, alcuni importanti produttori di vino prendono decisamente posizione contro l’operato di Putin, nonostante le loro aziende siano molto coinvolte sul mercato russo.
In primis Marilisa Allegrini, personaggio molto importante nel mondo del vino italiano, titolare in Valpolicella di una blasonata azienda dell’Amarone, il vino forse più amato - dopo lo champagne - dagli eredi dei bolscevichi. Nonostante questo, di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, Marilisa Allegrini non ha esitato a prendere una decisa posizione. Sollecitando le proprie controparti commerciali russe ad agire contro l’azione intrapresa dal loro presidente e invitando gli altri imprenditori che hanno relazioni con la Russia a fare altrettanto. “Dobbiamo decidere da che parte stiamo, senza se e senza ma. Non possiamo accettare questa tragedia come inevitabile”, dice.
Ci vuole determinazione, a parlare così, quando la tua azienda è di quelle che si reggono sull’export, e il paese cui ti rivolgi è uno dei più importanti per il tuo vino di punta. Decisamente un’azione coraggiosa, encomiabile e da noi pienamente condivisa.











