A Trento stipendi più bassi della media italiana: fanno meglio 40 province, tra cui Bolzano, Brescia, Verona e Belluno
Lo dice lo studio della Cgia di Mestre su dati Inps riferiti ai redditi 2021. La media italiana è di 21.868 euro lordi: a Trento si guadagna 1130 euro in meno. Le buste paga più pesanti a Milano e lungo la via Emilia. Nel capoluogo lombardo un lavoratore dipendente guadagna il 90% in più di un collega di Palermo

TRENTO. In Trentino si guadagna meno della media nazionale. Se la retribuzione media italiana annuale riferita all'anno 2021 è di 21.868 euro lordi, in provincia di Trento le buste paga sono più “leggere” di 1130 euro (ossia -5,2%) e ammontano a 20.738 euro lordi all'anno.
E' quanto emerge dall'elaborazione eseguita dall'Ufficio studi dalla Cgia di Mestre su dati Inps.
Trento fa peggio di quasi tutte le province del nord Italia, ma fa peggio soprattutto dei propri vicini: a Bolzano la retribuzione media è pari a 23.444 euro (+7,2 rispetto alla media italiana), a Brescia 22.983 euro (+5,1), a Verona 22.726 euro (+3,9). Va meglio anche Belluno che, pur con segno negativo rispetto alla media (-0,5%), fa registrare una busta paga annua di 21.754 euro lordi.
Più in generale, fanno meglio del Trentino 40 province italiane, con le buste paga più pesanti a Milano e lungo la via Emilia.
La classifica dei salari medi italiani fotografa, infatti, una realtà retributiva che vede un divario netto tra nord e sud del Paese e tra aree urbane e aree rurali. Se nel 2021 la retribuzione media lorda annua dei lavoratori dipendenti occupati nel settore privato nella Città Metropolitana di Milano era di 31.202 euro, a Palermo, invece, era di 16.349 euro. Praticamente nella capitale economica del Paese un ipotetico lavoratore dipendente medio due anni fa percepiva il 90% in più di un collega occupato nel capoluogo regionale siciliano. Tuttavia, se il confronto viene fatto con la provincia calabrese di Vibo Valentia, ultima in Italia per retribuzione media lorda annua, il salario del dipendente meneghino era addirittura superiore del 164%.
Andando più nel dettaglio, dopo Milano, che è stata la provincia con gli stipendi più elevati, ci sono Parma con 25.912 euro, Bologna con 25.797 euro, Modena con 25.722 euro e Reggio Emilia con 25.566 euro. I lavoratori dipendenti più "poveri", invece, si trovavano a Nuoro, dove percepivano una retribuzione media lorda annua pari a 13.338 euro, a Cosenza con 13.141 euro e a Trapani con 13.137 euro. Maglia nera a Vibo Valentia, dove lavoratori e lavoratrici in un anno hanno portato a casa solo 11.823 euro.
“Le disuguaglianze salariali tra le ripartizioni geografiche – secondo la Cgia - sono rimaste perché nel settore privato le multinazionali, le utilities, le imprese medio-grandi, le società finanziarie/assicurative/bancarie, che tendenzialmente riconoscono ai propri dipendenti stipendi molto più elevati della media, sono ubicate prevalentemente nelle aree metropolitane del nord. Queste tipologie di aziende, infatti, dispongono di una quota di personale con qualifiche professionali molto elevata, con livelli di istruzione alti a cui va corrisposto uno stipendio importante. Infine, il lavoro irregolare è diffuso soprattutto nel Mezzogiorno e da sempre questa piaga sociale ed economica provoca un abbassamento dei salari contrattualizzati dei settori (agricoltura, servizi alla persona, commercio), ubicati nelle aree interessate da questo fenomeno. Tuttavia, se invece di comparare il dato medio tra aree geografiche diverse si paragona quello tra lavoratori dello stesso settore, le differenze territoriali si riducono e mediamente sono più contenute di quelle presenti in altri paesi europei”.
“In Italia le disuguaglianze salariali a livello geografico sono importanti ma, grazie a un preponderante ricorso alla contrattazione centralizzata, si registrano differenziali più contenuti rispetto agli altri Paesi. Per contro, la scarsa diffusione in Italia della contrattazione decentrata non consente ai salari reali di rimanere agganciati all’andamento dell’inflazione, al costo delle abitazioni e ai livelli di produttività locale” spiega ancora la Cgia.
Dall'analisi emerge che in Italia solo un dipendente su 5 (pari a 3,3 milioni di lavoratori) ha un contratto di secondo livello. Dei 10.568 contratti attivi, il 72% è stato sottoscritto al Nord, con i numeri più elevati in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. A Trento sono 169 (tra aziendali e territoriali), mentre a Bolzano 148.
Inoltre un dipendente privato su due ha il contratto nazionale scaduto: si tratta di quasi 7,5 milioni di dipendenti su un totale che sfiora i 14 milioni.











